Tante volte uno s’invaghisce perdutamente d’un gruppo estone o setaccia tutti gli
igloo della scena groenlandese alla ricerca del nuovo Jim O’Rourke e non si accorge dei talenti che crescono “dentro porta”, come in questo caso. Gli Eveline sono di Bologna, al secondo album, dopo "
Happy Birthday Eveline!!!"; celano la loro identità anagrafica dietro iniziali cifrate, un po’ come i concittadini Wu Ming e incidono per l’inglese Sonic Vista che li distribuisce anche in Germania, Austria, Svizzera e parte del Commonwealth.
Gli Eveline amano gli scatti opacizzati dal tempo, le foto ingiallite, “andate a male”, come direbbe Roland Barthes, il “senso ottuso” che filtra dai dettagli insignificanti, dalle banali impronte del vissuto quotidiano che il pensiero divergente è in grado di traslare in controluce dietro una cortina di onirica meraviglia. La loro musica ha le radici ben piantate “fra la via Emilia” (un po’
paranoica) e un immaginario “west”. Lo stile: filigrana post-rock, ora liquida ora pastosa, intrecciata in trame
rootsy, complicata da figure jazzistiche, allietata da una non comune attenzione per le armonie vocali.
“Dead Railway Stomp” apre su tempi dispari, con la voce “altoparlata” circonfusa di chitarra acustica e venature psichedeliche dietro cui fanno capolino ectomorfe quinte elettroniche e tralicci di
synth. “Cowboy Winter Prayer” srotola il docile vello di una melodia rilassata, quasi
west coast, sul contrappunto da carillon per piano e chitarra. “The Head And The River” panneggia una cantata pianistica sui tempi contorti e centrifughi della ritmica
free-jazz, spinata di
feedback come una Vergine di Norimberga. “The Big M. Is Trying To Take Us Down” tritura in sedicesimi il
fingepickin’ acustico ornandolo di
mellotron e tastiere come dei
Notwist di campagna. “Why Want You” innalza
twang country e reliquie
canterburyane fino ai
“picchi gemelli” di
Badalamenti.
“Dream Of Winter” è un
post-prog semiacustico frastagliato di silenzi e ripartenze. “Waking Up Before Down” martella neo-tribalismi alla
Peter Gabriel su un bordone d’organo, piatti in sedicesimi e rosari di effetti
larsen. “BT90’s” spiega tutto già col titolo: un
riff alla
Marlene viene frantumato dalla metrica jazzata prima di librare, pari a una corolla dischiusa, il suo polline ambientale nella seconda parte. L’
outro “Apples From The Electric Tree” spande un arpeggio bucolico e radioso accompagnato da un sottofondo di vibrafono.
O.R. Confidential: onde evitare l’ennesima fuga di cervelli, passate la voce ai quattro venti. Prevenire, una volta tanto, è meglio che curare.