Vent'anni e non sentirli. Basterebbe quest'espressione comunemente abusata per dire tutto sul conto dei
Black Dog. Un marchio storico, oggi sicuramente meno blasonato di quando sottintendeva il
magic trio Downie-Handley-Turner – merito anche della bravura degli ultimi due, fra le tante cose, nel tenersi amica casa Warp – ma che dall'arrivo dei fratelli Dust al fianco dell'inossidabile Ken ha ritrovato una linfa vitale che molte giovani leve si sognano. Il tutto andando con coraggio a ributtarsi nel
mare magnum techno, mantenendo quell'approccio descrittivo e pittoresco tradotto ancor oggi in un gergo personalissimo, ma senza l'esigenza di rimanere per forza fedeli a una linea che oggi in tanti tentano di ricalcare, vent'anni dopo.
Dall'ultimo bollettino di due anni fa, quel “
Tranklements” che aveva visto Downie e i fratelli tornare in cattedra sfoderando un arsenale techno di autentica eccellenza, i tre hanno trovato il tempo di sparpagliare singoli (fra cui uno
split con Happa), farsi remixare da
Regis, ridare linfa al nome della natia Sheffild via tre Ep e due autentiche “mostre sonore” e completare infine questo “Neither/Neither”. Il colore principale della copertina pare scelto apposta per delineare il distacco dalla techno liquida e cesellata di dub del predecessore, a cui è preferito un arsenale variopinto di
groove, melodie e architetture sonore a temperatura costante ed elevatissima. Non un vero e proprio
back-to-dancefloor, come fu “Radio Scarecrow”, ma una sintesi tra l'anima più geometrica e
intelligent e quella più spiccatamente
club-oriented dei tre.
Così, i quindici brani inscenano una sorta di ottovolante a fasi, che nasce dalla distesa di flussi e armonie in stile
Boards Of Canada dell'
opener “Non Linear Information Life” per sfociare a sorpresa nelle
field recordings urbane di “Phil 3 To 5 To 3”, primo di una serie di interludi chiamati a spezzare il ritmo. L'oscuro mantra al ralenti della
title track incrementa la marcia mantenendosi sull'ipnosi andante e dando i primi sfoggi di una classe mai venuta meno, ancor più in spolvero nel ritorno alle geometrie
dub-ambient di “Them (Everyone Is A Liar But)” e nell'omaggio velato all'amico
Aphex Twin e alla sua “
Xtal” di “Control Needs Time”. Il percorso sonoro, impostato per carburare in maniera sfumata ma costante, regala alla prima parte del disco gli episodi più quieti e atmosferici, donando invece alla seconda i prodotti più muscolari e
uptempo.
Il tutto già a partire da “Shut Eye”, marcetta velenosa intrisa di rumore che impartisce l'ennesima lezione a
Perc, per proseguire con la cibernetica (e forse un po' azzardata) “Self Organising Sealed Systems”, vagamente dalle parti dei primi
Daft Punk. Il ritmo non cala nemmeno nella più elegante “Commodification”, che strizza più di un occhio alla saga del
back-to-Sheffield dell'anno scorso, né tantomeno nel fermento di “Platform Lvl 6”, che muove dalle parti della
Ellen Allien pre-sbornia
mainstream. “Hollow Stories, Hollow Head” è un'autentica bomba a mano che sfonda le barriere e sconfina in territorio pop, grazie a una melodia elettronica semplicemente irresistibile, mentre la magistrale conclusione di “MK Ultrabritte” è la ciliegina sulla torta, una cascata di
loop stellari in puro stile
Orbital che chiude le danze riaffermando lo
status di maestri dei tre britannici.
La techno dei Black Dog non è mai però ebbra, figlia di un'ubriacatura o votata al mero intrattenimento: resta piuttosto fra i rari esempi di una musica spiccatamente vicina al
dancefloor ma pensata per l'ascolto puro, per una fruizione diretta e consapevole. Lo dimostrano anche le poche ma importanti gemme squisitamente ambientali sparse fra un
groove e l'altro, dalla dolcissima e toccante “The Frequency Ov The Truthers”, subito seguita dai droni incrociati di “B.O.O.K.S.” prima del finale pirotecnico, all'ultimo capitolo degli interludi urbani firmati David. Quello che i tre lanciano con “Neither/Neither” è l'ennesimo messaggio forte e chiaro, con cui dichiarano (e dimostrano) di trovarsi ancora a occupare un posto sul trono della techno in senso ampio. Non esattamente una cosa da tutti, nemmeno fra i Magnifici di Sheffield.