Come fu per l’incipit di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino, un disco del genere meriterebbe un annuncio in copertina: “Stai per cominciare ad ascoltare il nuovo disco degli In Zaire. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto”. Sì, perché quando il drone di “Hermes Dance” grida, tutto il resto nella stanza scompare: si apre un portale per un altrove tribale di un altro mondo, un Marte di Edgar Rice Burroughs, dove visioni cosmiche e danze primordiali si intrecciano in un vortice caotico. Tamburi ripetitivi, distorsioni chitarristiche che evaporano sotto l’incedere di un sintetizzatore opprimente, fino a una deflagrazione space-rock memorabile che sovverte ogni suono, da cui solo l’elettronica esce vincente. È la fine di “White Sun Black Sun” e il vero inizio di “Visions Of The Age To Come”.
La fanteria di bassi che trascina l’intro di “Revelations” è una sintesi sonora di psichedelia e darkwave: la bassline che incalza ricorda lontanamente “One Of These Days”, grevemente appesantita dal misticismo sinistro di una voce riverberata sullo stampo dei Red Temple Spirits. La formula dell’esplosione a metà brano ritorna anche qui, con una mutazione in prog oscuro, dove Rocchetti gioca a fare Jon Lord seppellendo la voce con un solo di tastiera. Un quadro di Escher dove ogni incastro sonoro si trasforma poco a poco in qualcos’altro. Anche “Headscape” segue la scia, costruendo un pattern di variazioni garage-rock su di un tema kraut di palpitazioni sintetiche, con chitarre stridenti in coda più vicine al metal che al mero hard&heavy.
Non è stata una strada tutta in discesa, quella degli In Zaire; ci sono volute decine di altri progetti, esperimenti, formazioni e collettivi per giungere a costituire questa truppa d’assalto cosmico. Ogni rischio di anacronismo è stato abbattuto con facilità, con lo sperimentalismo che pervade ogni momento dell’album. Il pericolo del revival è stato scongiurato con la capacità di riutilizzare le materie prime del passato per edificare opere inedite e originali (poiché un brano come “Synchronicity” difficilmente sarebbe comparso oltre trent’anni fa).
Nell’era delle sindromi nostalgiche, gli In Zaire riescono senza ombra di dubbio a realizzare un raffinato gioiello futurista, incastonato di preziosi ricordi.
08/08/2017