Vuoi vedere che a furia di veder spuntare ogni giorno nuove
guitar band, il rock
made in Uk davvero si riprenda il ruolo centrale che ha sempre ricoperto per la cultura britannica e che solo ultimamente, dopo decenni di dominio, aveva visto appannarsi a favore di operazioni di altro genere? Il successo crescente di band punk o post-punk come
Idles,
Fontaines D.C. e
Murder Capital, o più di recente
Porridge Radio, è per le giovani band inglesi un'infusione di fiducia e positività che le spinge a provarci con maggiore ostinazione e più sicurezza di riuscire, di fare il cosiddetto botto.
Solo poche settimane fa abbiamo trattato con grande entusiasmo l'esordio dei londinesi
Cool Greenhouse (nostro disco del mese), che a suon di
riff taglienti in cantilene stonate
à-la Mark E. Smith hanno convinto noi e tanti altri, ponendosi in bella mostra in quel della nuova scena art-punk capitanata dagli Idles. Questa settimana è invece la volta di sei ragazzi, cinque maschietti e una batterista, raggruppatisi nei
campus di Cambridge, gli Sports Team, che trasferitisi a Londra subito dopo l'università, hanno cominciato a infiammare i pub più importanti della città (il Moth Club di Hackney, ad esempio) senza neanche un disco all'attivo.
Dopo un anno e passa di live incendiarci e casinisti, che hanno smesso presto di interessare la sola capitale (raggiungendo quota 150 date in tutto il Regno Unito!) ecco dodici brani, tutti già ben rodati, a comporre "Deep Down Happy", il loro primo Lp.
C'è dentro di tutto. Certamente qualche avvisaglia della moda del momento, il punk sbraitato alla Joe Talbot che è a sua volta (dicevamo) alla Mark E. Smith, che fa capolino in "Lander"; mentre "Here's The Thing" ciondola tra
riff e fischiettii, caracollando come un ironico
britpop apocrifo.
Più che i singoli brani, a colpire è però il caos organizzato della scrittura, istintiva e salace, capace di ricreare l'atmosfera da pub alcolico nel salotto di casa. Questa caratteristica e l'energia palpabile emanata dal disco fanno soprassedere sulla parziale incapacità di Robb Knaggs (chitarrista e autore di quasi tutti i testi) e compagni di variare nella composizione dei brani, nei quali si prendono difatti pochi rischi, proponendo più o meno sempre la stessa, scompigliata struttura.
Non fraintendeteci, però, quando le canzoni funzionano (e funzionano spesso) gli Sports Team vincono facile; "Here's The Thing" non ve la toglierete dalla testa, così come sarà difficile controllare l'energia che "The Races" vi farà scorrere per le gambe. La vera
fan favourite è però "Fishing", che sprizza
inglesità da tutti i pori dei suoi
riff accelerati e dalla gustosa spolverata di organetto.
In mezzo a tutto questo casino, all'ironia e al cazzeggio, affiorano per bocca dell'agitato cantante Alex Rice i brandelli di un discorso ben preciso, che tra battute sferzanti e citazioni di John Betjeman (poeta e musico britannico del '900) tratteggia il dramma politico dell'odierno Regno Unito.
Salveranno gli Sports Team il rock britannico? È piuttosto presto per dirlo, ma sono dei buoni candidati (a scommettere su loro è peraltro stata una sussidiaria della Universal) e intanto che i
live pian pianino ripartono sarebbe cosa buona e giusta invitarli per qualche serata nello Stivale.