Non è mai stato un campione di modestia, Ian McCulloch. Ma al cospetto del suo brano più celebre, il leader degli Echo & The Bunnymen perse davvero il senso della misura. “È la più grande canzone mai scritta. Nessuno ha un brano come ‘The Killing Moon’, nemmeno Bowie“, ebbe a dire una volta. E ancora: “Quando canto ‘The Killing Moon’, so che non esiste una band al mondo che abbia una canzone che le si avvicini”, avrebbe ribadito in altre occasioni, fedele a quella proverbiale spavalderia che negli anni gli valse il soprannome di “Mac The Mouth”. Un’attitudine che fa parte del personaggio almeno quanto la voce baritonale, il ciuffo e quell’aria ombrosa da poeta maledetto, all’incrocio tra Jim Morrison e Lou Reed, che ne fece uno dei frontman più carismatici dell’intera stagione wave britannica.
Eppure, quando si parla di “The Killing Moon”, persino le sparate di McCulloch suonano meno spropositate del solito. Pubblicato dalla Korova il 20 gennaio 1984 come primo singolo del quarto album “Ocean Rain“, arrivò al numero 9 della classifica britannica, diventando uno dei maggiori successi degli Echo & The Bunnymen e soprattutto il brano destinato a identificare più di ogni altro la loro storia. Una ballata notturna e maestosa nella quale psichedelia, romanticismo, fatalismo e tensione post-punk raggiungono un equilibrio quasi irripetibile. Ma come nacque un simile prodigio?
When they were Fab
Per comprendere la genesi di quel miracolo di metà decennio Ottanta, bisogna tornare nella Liverpool della fine degli anni Settanta. Nascere da quelle parti e fondare una rock band significava inevitabilmente misurarsi con un passato ingombrante. A meno di un decennio dalla conclusione della parabola beatlesiana, il fantasma dei Fab Four continuava a incombere sulla città, ma proprio il confronto con quell’eredità contribuì ad alimentare una nuova stagione creativa. Tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, Liverpool divenne infatti uno dei centri nevralgici della new wave britannica: sui palchi cittadini si incrociavano Orchestral Manoeuvres In The Dark, Wah!, Big In Japan, Pink Military e Teardrop Explodes, artisti troppo diversi per costituire una vera “scuola”, ma accomunati da una vena psichedelica, inquieta e visionaria.
È in questo contesto che nel 1978 prendono forma gli Echo & The Bunnymen, inizialmente costruiti attorno a McCulloch, al chitarrista Will Sergeant e al bassista Les Pattinson, cui si aggiungerà Pete de Freitas alla batteria. Il loro suono diventa presto uno dei più riconoscibili del nuovo Liverpool Sound: un punto d’incontro tra il pop e la psichedelia dei Sessanta e le asperità ritmiche del post-punk, destinato a creare idealmente un ponte tra la new wave e molto del britpop del decennio successivo.
I primi tre album mostrano altrettante declinazioni di quella formula. “Crocodiles” (1980) è nervoso e asciutto, attraversato dalle chitarre jingle-jangle di Sergeant; “Heaven Up Here” (1981) amplia la componente solenne e ipnotica; “Porcupine” (1983) diventa più eccentrico, spingendosi tra psichedelia, raga, tensioni sinfoniche e intrecci sempre più sofisticati tra basso e batteria. Un magnifico trittico che consacra i Bunnymen come punta di diamante della rinascita musicale di Liverpool.
Concluso il tour di “Porcupine”, il gruppo inglese decide che è arrivato il momento di alzare ulteriormente il tiro. McCulloch e compagni non vogliono più essere solo una delle migliori band della loro generazione, ma intendono costruire qualcosa che possa sopravvivere all’effimera era wave. Le asperità degli esordi cominciano così a stemperarsi e il lato più romantico del progetto prende progressivamente il sopravvento. Dalle prime sessioni – tra fine 1983 e inizio del 1984 – emergono “The Yo-Yo Man”, “Seven Seas”, “Silver” e soprattutto una prima versione embrionale di “The Killing Moon”.
L’Oceano dopo la tempesta
La svolta si chiamerà “Ocean Rain”, l’album datato 1984. Paradossalmente, proprio mentre si prefiggono di conquistare un pubblico più ampio, i Bunnymen evitano la strada più ovvia. Invece di inseguire il pop elettronico e le produzioni più roboanti degli anni Ottanta, realizzano un disco in larga misura acustico, dominato dagli archi e da una vocalità di McCulloch sempre più vicina a quella di un crooner. La distanza dal post-punk delle origini aumenta, anche se sopravvivono il basso in primo piano e soprattutto quella malinconia crepuscolare che rimarrà una delle impronte genetiche della band.
Dopo aver messo alla prova le nuove composizioni nelle Peel Sessions, il gruppo si trasferisce a Parigi. La capitale francese sembra la cornice perfetta per il romanticismo inseguito dai Bunnymen e per le nuove influenze che stanno entrando nel loro vocabolario, da Jacques Brel a Scott Walker. Presso Les Studios Des Dames, con l’assistenza di Henri Lonstan, prendono forma arrangiamenti orchestrali destinati a immergere la band in una dimensione insieme sontuosa e malinconica. Will Sergeant ha spiegato così quella scelta: “Volevamo creare qualcosa di concettuale con orchestrazioni sovrabbondanti; non Mantovani, qualcosa che indicasse un colpo di scena”. Il risultato è un disco in cui la ricerca di un linguaggio più pop non coincide mai con la semplificazione. “Ocean Rain” costruisce piuttosto un universo fiabesco e gotico, un paesaggio notturno in cui melodie cristalline e tensioni sotterranee convivono magnificamente.
E poi c’è “The Killing Moon”. Il brano – come rivelato da McCulloch a Louder nel 2017 – nasce mentre i Bunnymen sono immersi nell’ascolto di Scott Walker e di “Forever Changes” dei Love, ma nella sua architettura entra anche uno degli idoli dichiarati del frontman: David Bowie. Gli accordi della strofa derivano infatti, per ammissione della stessa band, da quelli di “Space Oddity” suonati al contrario. Un’altra suggestione giunge invece dalla Russia, dove Pattinson e Sergeant erano rimasti affascinati dal suono delle balalaike. Elementi lontanissimi dal tipico sound post-punk dei primi Bunnymen, ma che finiranno per confluire in una canzone dalla fisionomia immediatamente riconoscibile.
L’aneddoto più celebre, tuttavia, riguarda il testo. McCulloch ha infatti rivelato che il verso-chiave del ritornello – “Fate up against your will” – gli sarebbe arrivato in sogno. In seguito, avrebbe ricostruito così quel momento: “Amo ancora di più la canzone perché non ci ho lavorato sopra per giorni e giorni. Una mattina mi sono semplicemente tirato su di colpo nel letto con questa frase in testa: ‘Fate up against your will. Through the thick and thin. He will wait until you give yourself to him’. Non sogni cose del genere per poi ricordartele. È per questo che ho sempre attribuito per metà il testo a Dio. Non mi era mai successo prima e non mi è mai più successo dopo”. Una convinzione che McCulloch sintetizzerà da par suo: “Non è una cosa che capita spesso. Ecco perché sostengo che Dio dovrebbe essere accreditato come co-autore”.
La leggenda alimentata dallo stesso cantante vuole persino che fosse Frank Sinatra a cantare quelle parole nel sogno. Più concretamente, McCulloch ha collegato l’abbondanza di immagini astronomiche del testo alla propria passione infantile per lo spazio. Luna, cielo, stelle e notte comporranno il paesaggio simbolico nel quale si svolgerà il conflitto centrale del brano.
Il destino contro la tua volontà
Fate up against your will
Through the thick and thin
He will wait until
You give yourself to him
Il destino contro la tua volontà. Qualcosa che aspetta fino al momento in cui sarai tu stesso a consegnarti. In quei quattro versi è racchiuso il grande paradosso di “The Killing Moon”: libero arbitrio e predestinazione non vengono solo contrapposti, ma finiscono per sovrapporsi. Il destino è inevitabile, eppure la sua realizzazione richiede una resa volontaria. L’uomo appare libero di scegliere, ma la scelta consiste nell’accettare qualcosa che era già stabilito. Anche le strofe lavorano su questa ambiguità. Il protagonista vede la persona amata (“Under blue moon I saw you”), sa che presto lo prenderà tra le braccia e lo bacerà, ma sarà un idillio crudele, perché è troppo tardi per impedire l’avvento di un destino ineluttabile che ha le sembianze di una luna assassina: “So cruelly you kissed me/ Your lips a magic world/ Your sky all hung with jewels/ The killing moon/ Will come too soon”. Amore, desiderio, morte e fatalità divengono così indistinguibili in una sequenza di visioni in cui l’attrazione erotica assume progressivamente la forma di una condanna fatale.
È proprio questa indeterminatezza a contribuire al fascino della “Killing Moon”: può essere il destino, l’amore, la morte, il tempo o semplicemente quella forza irrazionale che conduce l’individuo verso qualcosa che desidera e teme al contempo. McCulloch non scioglie il simbolo e la musica, anziché chiarirlo, ne moltiplica l’ambiguità.
Anche dal punto di vista armonico, infatti, il pezzo è assai meno convenzionale di quanto suggerisca la naturalezza della melodia: l’impianto gravita principalmente nelle tonalità di Mi minore/Sol, con il Si minore che acquista particolare rilievo nell’introduzione e nel break strumentale. Nel ritornello e nella coda diventa invece decisiva l’alternanza tra accordo di tonica e quarta minore: un passaggio semplice sulla carta, ma di enorme efficacia drammatica. È come se la musica riproducesse il contenuto del testo. La melodia sembra cercare un approdo, ma l’armonia continua a sottrarglielo; alla sensazione di apertura segue immediatamente una ricaduta nell’ombra. Anche musicalmente, dunque, “The Killing Moon” vive tra volontà e costrizione, slancio e resa.
Una liturgia wave
L’arrangiamento completa il miracolo. Il basso di Pattinson scandisce l’andamento quasi liturgico del brano. Le chitarre acustiche Washburn ammorbidiscono le geometrie taglienti tipiche dei primi Bunnymen. Gli archi aggiungono profondità senza mai eccedere in enfasi. Stewart Mason di AllMusic avrebbe sottolineato proprio questo aspetto, osservando come l’uso intelligente degli archi amplifichi l’eleganza della melodia, conferendole insieme ricchezza musicale e una sorta di quieta dignità. Anche qui, però, la costruzione è più singolare di quanto sembri. Gli archi della registrazione non derivano semplicemente da una sezione orchestrale: nella traccia si combinano il violoncello di Adam Peters e le tastiere del produttore David Lord, creando quella tessitura sospesa, acustica e irreale.
Pete de Freitas contribuisce in modo altrettanto determinante. Nella prima demo aveva adottato il consueto drumming vigoroso e geometrico, ma la parte venne completamente ripensata: il batterista la reincise usando le spazzole al posto delle bacchette e scegliendo un accompagnamento molto più discreto. Era stata valutata persino una soluzione sui tom alla Moe Tucker, poi fortunatamente accantonata. Il risultato finale è un ritmo che non domina mai la canzone ma la spinge in avanti con un moto perpetuo, quasi fosse impossibile arrestarne la corsa.
Persino uno degli elementi più caratteristici della chitarra nasce accidentalmente. Durante le sessioni al Crescent Studio di Bath, Sergeant stava accordando lo strumento e suonò alcune note che David Lord registrò senza avvertirlo. Il produttore le mise quindi in loop e quel frammento entrò nella costruzione del pezzo. Anche il solo di chitarra venne registrato separatamente da Sergeant durante quelle prove e poi inserito nel brano su suggerimento dello stesso Lord.
La gestazione non fu semplice. McCulloch si prese un raffreddore proprio durante le registrazioni di Bath e non riuscì a incidere la parte vocale come desiderava. Tornato a Liverpool, registrò nuovamente la voce, ormai sostenuta dal nuovo drumming di de Freitas. A quel punto la “luna assassina” aveva finalmente assunto la sua forma definitiva: basso pulsante, archi pizzicati, tintinnii di pianoforte, chitarre acustiche ed elettriche, percussioni trattenute e la voce di McCulloch che domina il tutto con un lirismo insieme mistico, sensuale e visionario.
Sergeant interviene due volte con veri e propri assoli. Il secondo, collocato nel climax finale, spalanca improvvisamente il pezzo e lo conduce verso una dimensione quasi epica, al punto da fargli guadagnare su alcune testate il titolo di “Stairway To Heaven” degli anni Ottanta. Ma la grandezza dell’arrangiamento consiste proprio nel fatto che nulla appare realmente sovraccarico: tutti questi elementi si accumulano senza spezzare l’atmosfera ipnotica della canzone.
La stessa dialettica tra seduzione e minaccia domina il video diretto da Brian Griffin, già autore delle copertine della band. Brandelli di vele mossi dal vento, la falce della luna riflessa sull’acqua, il primo piano di McCulloch, una lampada tremolante, il ponte innevato di una nave, un candelabro rovesciato e una figura incappucciata trasformano in immagini il conflitto tra libero arbitrio e destino. Il risultato è una miniatura psichedelica e gotica che sembra riprendere l’immaginario di “Strawberry Fields Forever” per immergerlo nelle brume darkwave degli anni Ottanta.

“Donnie Darko” e l’Uomo Coniglio
“The Killing Moon” arrivò al numero 9 della Uk Singles Chart e trainò “Ocean Rain”, diventando il brano simbolo degli Echo & The Bunnymen. Il cinema avrebbe poi contribuito a prolungarne la vita: nel 1998 comparirà in “Gia”, con Angelina Jolie, ma soprattutto nel 2001 sarà prepotentemente rilanciato dalla colonna sonora di “Donnie Darko“, cult movie del decennio, che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella sua riscoperta da parte di una nuova generazione. McCulloch riuscirà a trasformare anche questo riconoscimento in un’altra delle sue tirate: “L’intero film è stato ispirato da noi… c’è letteralmente un uomo-coniglio, diamine! Avrebbero dovuto darci di più, lo spacciarono come un piccolo film indipendente ma c’era dietro Drew Barrymore, che ha più soldi di Howard Hughes!”.
Del resto, già nel 1984 gli Echo & The Bunnymen erano andati a Parigi proclamando che avrebbero realizzato “il più grande album di tutti i tempi”. McCulloch avrebbe poi ricordato ancora: “Pubblicizzavamo l’album come il più grande di tutti i tempi perché pensavamo che lo fosse. A volte introduco ‘The Killing Moon’ come la più bella canzone mai scritta. E lo credo davvero”.
Uscite che gli valsero antipatie e ostilità assortite, anche di una parte della stampa musicale. Ma il tempo è stato galantuomo con “Mac The Mouth”. Perché oggi non si può negare che con “Ocean Rain” gli Echo & The Bunnymen riuscirono a uscire dagli argini della new wave senza rinnegarne l’inquietudine, trasformandola in un romanticismo orchestrale, psichedelico e tenebroso. E “The Killing Moon” rimane la sintesi perfetta di quella metamorfosi: una canzone nella quale persino le scelte armoniche e timbriche sembrano raccontare il conflitto evocato dal testo, quello tra il desiderio di decidere il proprio destino e il sospetto che sia già stato deciso. Forse da Dio, come sostiene McCulloch. E se lo dice lui…
(Contributi di Lorenzo Salzano, Andrea D’Addato)
Under blue moon I saw you
So soon you’ll take me
Up in your arms
Too late to beg you or cancel it
Though I know it must be the killing time
Unwillingly mineFate
Up against your will
Through the thick and thin
He will wait until
You give yourself to himIn starlit nights I saw you
So cruelly you kissed me
Your lips a magic world
Your sky all hung with jewels
The killing moon
Will come too soonFate
Up against your will
Through the thick and thin
He will wait until
You give yourself to himUnder blue moon I saw you
So soon you’ll take me
Up in your arms
Too late to beg you or cancel it
Though I know it must be the killing time
Unwillingly mineFate
Up against your will
Through the thick and thin
He will wait until
You give yourself to himFate
Up against your will
Through the thick and thin
He will wait until
You give yourself to him
You give yourself to himLa la la la la
La la la la la
La la la la
La la la la laFate
Up against your will
Through the thick and thin
He will wait until
You give yourself to him
You give yourself to himLa la
La la la la la
La la la la la
La la la la la
La la la la la la laFate
Up against your will
Through the thick and thin
He will wait until
You give yourself to himFate
Up against your will
Through the thick and thin
He will wait until
You give yourself to himLa la la la la
La la la la
La la la la la
La la la
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27/09/2026