Approfondimenti

Eurovision 2022

Guida all'Eurofestival di Torino

di Federico Romagnoli

Dell’Eurovision Song Contest in Italia è stata per anni nota solo l’elevata percentuale di concessioni alla cultura trash: questo prima che il nostro paese rientrasse in pianta stabile nel 2010. Da lì, tramite una serie di ottimi piazzamenti (solo Emma Marrone e Francesca Michielin hanno mancato la top 10 delle rispettive edizioni), il festival ha assunto sempre più rilevanza, fino al coronamento dei Måneskin nel 2021, che ha avuto un impatto mediatico secondo solo ai ben noti successi sportivi dello stesso anno.
Uno sguardo più attento rivelerebbe però che l’Eurovision non è solo uno spettacolo per costumi bizzarri e canzoni sopra le righe: con una lista che ogni anno si aggira sui quaranta partecipanti, sarebbe del resto particolarmente snobistico e miope fare di tutta l’erba un fascio.

Per questa edizione, le cui finali saranno ospitate a Torino, si è peraltro verificato un piacevole evento, con un netto aumento di brani cantati almeno in parte in lingue diverse dall’inglese: ben sedici. Una tendenza in costante aumento, ma che non era affatto scontata: in un mondo culturalmente dominato dalle culture anglofone, la possibilità di vincere cantando in inglese è infatti molto superiore. Basti pensare che fino al 1998 i partecipanti avevano l’obbligo di cantare nel proprio linguaggio nativo e questo aveva portato Irlanda e Regno Unito a vincere cinque edizioni su sei fra li 1992 e il 1997.
Da quando la regola è stata abolita e chiunque ha potuto cantare in inglese, quasi tutti l’hanno adottato, portando a un avvilente albo d’oro che ha visto vincere canzoni in inglese dal 1999 al 2015, con la sola eccezione del 2007, quando Marija Šerifović si impose in serbo. Solo negli ultimi anni si è assistito a una serie di divergenze più corposa, con il tataro dell’ucraina Jamala nel 2016, il portoghese di Salvador Sobral nel 2017 e per l’appunto i Måneskin.
Evidente come l’aumento di chi osa sfuggire al diktat dell’inglese sia da collegarsi direttamente a questi recenti successi e la speranza è che vadano ulteriormente aumentando nei prossimi anni, anche perché, almeno per l’edizione in corso, il distacco qualitativo fra chi ha scelto di cantare nella propria lingua e chi le ha preferito l’inglese, risulta quasi imbarazzante.

Di seguito, una guida all’ascolto dei brani che parteciperanno alle semifinali del 10 e del 12 maggio.

Le eccellenze

Si tiene a specificare che non si tratta di previsioni riguardanti il risultato finale. Anzi, è possibile che alcuni fra i brani di seguito indicati avranno difficoltà a imporsi, essendo decisamente più particolari e complessi della media.

Konstrakta (Serbia): “In corpore sano”


Forse il brano più originale in gara. Cantato principalmente in serbo, è un art pop dalla struttura mutevole e imprevedibile, che mescola basi elettroniche, voci campionate e parti corali dal sapore chiesastico, droni pulsanti, handclapping e parti in latino.
Il testo parla dell’ossessione della cultura contemporanea per l’aspetto degli artisti e dei personaggi pubblici, a cui viene richiesto – anche se non ufficialmente – di rispettare un rigido schema comportamentale.
Konstrakta è da quindici anni la cantante dell’ottimo gruppo indie Zemlja Gruva, ma si presenta al festival come solista.

LPS (Slovenia): “Disko”



City pop in sloveno? Gruppo di ragazzi che vanno dai diciassette ai diciannove anni di età. Sono in sostanza dei debuttanti, arrivati all’Eurovision partendo da un concorso tenutosi nel loro liceo e poi scalando altre selezioni a livello locale.
Vengono dati dagli scommettitori come il vincitore più improbabile e non è detto che riusciranno a raggiungere la finale, ma la meriterebbero per la brillantezza e il dinamismo del brano, in cui riescono a maneggiare funk e lounge con la maestria dei più navigati professionisti.

Systur (Islanda): “Með hækkandi sól”



Trio di sorelle attive, in proprio o come parte di altri progetti, dal 2013.
Il brano parla dei sogni di libertà e speranza di una donna islandese dei secoli passati, soggetta alla visterband, legge che obbligava chi non possedesse alcuna terra a prestare i propri servizi ai proprietari locali.
Le sonorità sono quanto di più lontano dalle mode per il 2022: un raffinato pop folk celtico, con armonie vocali eteree da qualche parte fra Enya e i Blackmore's Night.

Kalush Orchestra (Ucraina): “Stefania”



Nati nel 2019 e con un solo album all’attivo, provengono da Kalush, al confine con la Polonia, da cui il nome.
Sono dati come favoriti da tutti gli scommettitori, per ovvie ragioni. Anche senza la guerra in atto, tuttavia, sarebbe impossibile non metterli fra i migliori partecipanti: il brano mescola rap, electro swing e tradizione folk ucraina in un vortice creativo sorprendente, sottolineato dagli splendidi costumi tradizionali indossati dai musicisti.
Il testo è un’ode a tutte le madri: potrebbe sembrare una mossa studiata, dato il contesto, ma il brano è stato inciso lo scorso anno.

Maro (Portogallo): “Saudade saudade”



L’unica canzone davvero sorprendente fra quelle cantate perlopiù in inglese (anche se è stato lasciato spazio per una strofa in portoghese).
Nonostante si presentino in cinque sul palco, tutte cantando e battendo le mani, Maro non è il nome d’arte di un gruppo vocale femminile, ma della sola cantautrice Mariana Secca.
Delicato indie pop con stratificate armonie vocali, riesce a mostrare le proprie radici nonostante l’inglese, ripescando a piene mani dal folk portoghese.

Da tenere in considerazione

Monika Liu (Lituania): “Sentimentai

Curioso misto fra marcia electropop e canzone da cabaret, quasi una Marlene Dietrich proiettata nel futuro.

S10 (Paesi Bassi): “De Diepte
Midtempo d’atmosfera, tutto basato su toni malinconici e struggenti. Il ritornello è forse un po’ zuccheroso, ma nel complesso il brano risulta riuscito.

Alvan & Ahez: (Francia): “Fulenn
Cantata in bretone, si piazza al crocevia fra dance con bassi saturi e folk dal sapore ancestrale.

Premi simpatia

Achille Lauro (San Marino): “Stripper

Indipendentemente dal brano, la maniera in cui è riuscito a partecipare aggirando l’ostacolo di Sanremo merita applausi, soprattutto per le critiche che gli ha attirato (probabilmente da parte di chi si sarà detto: “Ma come ho fatto a non pensarci io?”). Il pezzo è un grazioso punk-rock in salsa Lgbt, sicuramente più riuscito della “Domenica” portata a Sanremo.

Citi Zēni (Lettonia): “Eat Your Salad
Electropop, funk e rap in salsa vegetariana e ambientalista, con una buona dose di ironia e senza alcuna delle ombre retoriche che si accompagnano di solito a queste tematiche.

Zdob şi Zdub & Frații Advahov (Moldavia): “Trenulețul
Esilarante folk punk il cui testo ironizza sulla situazione di Romania e Moldavia, nazioni separate nonostante condividano in sostanza cultura, lingua e mercato.

Riflessioni finali

I restanti partecipanti non hanno portato brani che spicchino per originalità o una qualunque altra motivazione. La stessa “Brividi”, l’inno di Mahmood e Blanco vittorioso a Sanremo, alla fine non è che un lento romantico fra i tanti, per quanto ben prodotto. È comunque distante dal peggio della scaletta, che come ogni Eurovision Song Festival che si rispetti, contiene una discreta quantità di ballate enfatiche oltre ogni senso della misura, numeri dance che superano a destra il concetto di kitsch e generico pop radiofonico.
Particolarmente discutibile la scelta di nazioni come Germania, Polonia, Israele o Spagna, tutte con fiorenti, importantissime scene musicali nella propria lingua, ma che qui si piegano – nel tentativo di portare a casa il trofeo – a blandi brani in inglese senza alcuna personalità.
Ci sarebbe poi da discutere su quanto sia giusta la regola che fa qualificare in automatico le “cinque grandi” (Francia, Italia, Germania, Spagna e Regno Unito), visto che solo una quest’anno ha portato un brano capace di sorprendere (la Francia).
A ogni modo, con almeno una decina di brani più che degni, alcuni dei quali veri gioielli di contaminazione, si tratta comunque di un’edizione dal livello particolarmente elevato.