Approfondimenti

Festival di Sanremo - Edizione 2021

La nostra analisi

di Claudio Lancia, Giuliano Delli Paoli e Antonio Silvestri
I temi

Perché continuiamo a guardare ogni anno il Festival di Sanremo? Per tradizione? Perché siamo degli instancabili voyeur sempre in attesa che accada qualcosa di clamoroso? Perché vogliamo seguire il nostro autore o artista preferito? Ci piace l'avvenente presentatrice di turno? Per fare gli hater sui social insultando più o meno tutti quanti? Ognuno ha le sue motivazioni, fatto sta che in svariati milioni ci ritroviamo davanti al televisore, per quasi una settimana, alla ricerca di sprazzi di piacevole disimpegno. Per l'edizione 2021 non abbiamo nemmeno grosse alternative, costretti in casa dalle limitazioni dell'ennesimo Dpcm. Un Sanremo segnato dalle conseguenze della pandemia, fino all'ultimo momento in forse, a rischio slittamento, se non addirittura cancellazione. Lo ricorderemo come il Sanremo del distanziamento, della platea tristemente vuota, poi riempita di palloncini colorati, poi vuota di nuovo. Il Sanremo dei fiori consegnati con i guanti e trasportati con un carrello. Un Sanremo per una volta completamente autoctono, organizzato nell'impossibilità di coinvolgere protagonisti non residenti nel nostro territorio.
Sanremo è comunque partito, perché per un mercato musicale ormai in rianimazione, una kermesse come questa serve troppo a tutti gli attori che ne fanno parte. E allora ecco un Festival come al solito confezionato per piacere a quattro generazioni, sia a chi applaude il medley della sempre grintosa Loredana Bertè (è ogni volta un piacere riascoltare le canzoni scritte da Ivano Fossati), quello di Ornella Vanoni, o il nostalgico ritorno di Gigliola Cinquetti, Fausto Leali e Marcella Bella, sia a chi resta ammirato al cospetto dei cinque quadri di Achille Lauro, con la sua teatralità sfruttata per sbandierare i temi di diversity e inclusione, per reclamare diritti che in Italia ancora non sono riconosciuti.

Uno spettacolo tanto curato quanto lungo, difficile riuscire a sbarazzarsi di Amadeus e Fiorello prima delle due del mattino, un protrarsi dovuto a motivi esclusivamente commerciali: più dura la serata, più spot possono andare in onda. Rodatissima e affidabile, la coppia formata dal direttore artistico (al secondo e - dice lui - per ora ultimo mandato) e dal Rosario nazionale inizia però a mostrare segni di usura, rispolverando battute già sentite nei villaggi turistici 35 anni fa. E allora giungono benvenute le partner femminili, una per ciascuna sera, pescando celebrità del campo del cinema (Matilda De Angelis, vista di recente nella serie "The Undoing"), della musica (Elodie, che risulterà la più apprezzata), della moda (Vittoria Ceretti, chiamata a sostituire Naomi Campbell) e del giornalismo (Barbara Palombelli).
È anche il Sanremo degli omaggi: Il Volo canta Morricone con il figlio del Maestro che dirige l'orchestra (era davvero necessario?), Enzo Avitabile rifà Carosone (travolgente la versione di "Caravan Petrol"), e poi un pensiero doveroso a Claudio Coccoluto, scomparso proprio la mattina del martedì, a Gigi Proietti, a Lucio Dalla. Il Sanremo di Donato Grande, attaccante della nazionale di powerchair football, il calcio giocato da ragazzi disabili su sedie a rotelle dotate di motore elettrico, sul palco dell'Ariston per sensibilizzare tutti sul delicato tema delle barriere architettoniche. Il Sanremo di Antonella Ferrari, attrice affetta da sclerosi multipla, che tocca il cuore con un frammento dello spettacolo teatrale autobiografico, sospeso a causa del Covid-19. Il Sanremo di Sinisa Mihajlovic, il quale racconta assieme all'amico Zlatan Ibrahimovic la lotta contro una malattia che troppo spesso diventa incurabile. Il Sanremo contro la violenza sulle donne, con le scarpette rosse depositate sul palco dalla Bertè, cogliendo l'occasione per incitare a denunciare dopo il primo schiaffo ricevuto.

Il Sanremo di Giovanni Lindo Ferretti, finalmente riconosciuto fra i più grandi cantautori italiani di sempre, grazie a due canzoni reinterpretate nella serata delle cover (e degli ospiti): Max Gazzè e Daniele Silvestri cantano la serena rassegnazione di "Del Mondo" (dal repertorio dei C.S.I.), i Maneskin e Manuel Agnelli rendono elettricamente incandescente "Amandoti" (CCCP). Agnelli viene a sua volta omaggiato da Lo Stato Sociale, intento a riproporre il classico degli Afterhours "Non è per sempre", con inclusa la lettura di una lista di live club, teatri e cinema attualmente chiusi, a rappresentare le difficoltà che sta attraversando l'intero mondo dell'intrattenimento. Il folle turbinio à-la Bregovic messo in scena dagli indiavolati Extraliscio, con tanto di chitarre rotanti e ballerini scatenati, fa riflettere sulla necessità di ricorrere a continui colpi di scena per catturare l'attenzione. È vero che la voce di Orietta Berti (78 anni il prossimo giugno!) è quanto di più verace e tradizionale si possa incontrare in questa edizione, ricordando peraltro a tutti che è possibile cantar bene anche senza ricorrere all'autotune (se hai corde vocali all'altezza), ma chi si andrebbe a rivedere su YouTube le impeccabili melodie sanremesi delle pur brave Noemi, Annalisa e Gaia se non fosse per le loro armoniose silhouette? Chi si accorgerebbe de Lo Stato Sociale se non fosse per le genialate sul palco che rendono unica ogni esibizione (Lodo chiuso in uno scatolone, un trasformista che si cambia d'abito in cinque secondi)? Persino un pezzo riuscitissimo come "Musica leggerissima" del duo Colapesce & DiMartino (non a caso i più votati dalla giuria della sala stampa) pare decollare davvero soltanto quando entra in scena la pluricampionessa del mondo di pattinaggio Paola Fraschini. Siamo forse giunti a un pericoloso punto di non ritorno: le canzoni da sole, senza una trovata che colpisca l'attenzione del pubblico, non ce la fanno più?

Ma siamo in tanti a continuare a guardare Sanremo, tutti gli anni, e in questa edizione anche e soprattutto per un grande desiderio di unità, per il fortissimo desiderio di tornare a stare tutti assieme, a condividere un evento. In questo contesto l'affermazione dei Maneskin si spiega con il bisogno di energia, con l'esigenza di viva elettricità e, perché no, di chitarre elettriche in grado di scuotere il suono dalle fondamenta. I Maneskin arrivano al momento giusto: sono belli, sono energetici, stanno bene sul palco, stanno migliorando come musicisti e hanno una canzone efficace, che ci riporta agli anni d'oro del rock alternativo italiano. I Maneskin fanno parte del Sanremo delle "novità", dei nomi in ascesa ma ancora fuori dal giro che conta. La Rappresentante di Lista, Madame, Coma Cose, nomi fuori dal mainstream it-pop e trap, ma si stanno ritagliando spazi via via sempre più importanti. Una voce che può diventare importante, ben oltre la ristretta nicchia di attuale appartenenza. Un gruppo di artisti indipendenti, già perfettamente riconoscibili, che ha fatto complessivamente meglio di tutti i trapper e i neomelodici di turno. Un segnale forte da Sanremo, sperando possa essere l'ultima volta a doverlo seguire in condizioni come quella attuale, con tutte le limitazioni attualmente imposte per decreto. (Claudio Lancia)

Le pagelle

Maneskin
con "Zitti e buoni": riff trito e ritrito, quasi a sbeffeggiare gli amati walkman conservati gelosamente in camera. Vincono un Festival che avrebbe dovuto premiare almeno sulla carta i giovani. Purtroppo loro sono i giovani vecchi e la novità è tutt'altro che servita. Per giunta anche poco "personali". Senza scomodare trecentomila band mediocri del rock formato Virgin Radio, basta infatti ascoltare solo "F.D.T." degli Anthony Laszlo per rendersi conto dell'origine della canzone. Insomma, è lecito perdersi ogni tanto nelle minestre riscaldate alla meno peggio, in fondo più o meno tutti lo fanno. Ma da qui a considerarli i salvatori della patria ce ne passa. Il testo, per giunta, è un delirio sciatto e prevedibile. Ad aiutarli poi è un Vasco Rossi scatenato sui social che incita i fan a sostenerli sulla falsariga della Ferragni, il tutto in nome di un presunto "rock". Ebbene, che Vasco sia invecchiato male, come tantissimi altri grandi del passato, non è di certo una novità. Lo dimostrano alcune canzoni fotocopia degli Offspring della sua (fin troppo tremenda) seconda carriera, a partire dall'intro di "Cosa vuoi da me" praticamente identico a "Pretty Fly (For A White Guy)". C'è chi, come lo scrivente, continua a chiamarlo, se proprio necessario, il "Blasco", e chi invece lo celebra da qualche tempo come "Komandante". È la stessa distanza siderale che c'è tra quelli che amano il rock vero e quelli che salutano con un certo entusiasmo i Maneskin. (Giuliano Delli Paoli, 3)

Fedez e Francesca Michielin con "Chiamami per nome" tra i più attesi alla vigilia, e tra i più votati (guarda un po') al televoto. Lei canta sempre bene ma la canzone, nonostante l'apporto di Dargen D'Amico e dell'amico Mahmood, presenti tra gli autori, è insipida quanto le prestazioni canore di Fedez, a metà strada tra un rapper timido, quindi fallace a monte, e un provino al karaoke. La Michielin alla fine può farci veramente poco. Ci pensa così la Ferragni a incitare i suoi 23 milioni di follower. E il risultato è un secondo posto finale che sa un po' di beffa per gli altri 25 in gara e pure per buona parte degli amanti della cosiddetta canzonetta italiana. (Giuliano Delli Paoli, 4,5)

Ermal Meta con "Un milione di cose da dirti": si è presentato a Sanremo per vincere, vestito da chi è pronto a commuoversi a favore di camera. Canta in modo impeccabile, peraltro un brano che si è cucito addosso e dove riesce a dare il massimo senza strafare. Il climax emotivo è telefonato, ma lui evita di esagerare e quando potrebbe scivolare verso la lagna patetica invece arretra, devia e svolazza con i vocalizzi per segnare la distanza da un Renga o un Aiello. Alla fine il terzo posto vale una sconfitta e, forse, lo terrà alla lunga lontano dalla competizione. (Antonio Silvestri, 6)

Colapesce e Dimartino con "Musica leggerissima": pochi nanosecondi ed è subito "We Are The People" degli Empire of the Sun, fortunatamente con il solito giretto indie-pop al secondo giro. C'è anche Julio Iglesias nel ritornello. Ma va bene così. È una canzone comunque fresca, al netto del (fin troppo) palese omaggio al passato più "leggero" della nostra canzone. Nella prima esibizione, manca quel quid (o quella verve, fate un po' voi) che per fortuna riappare nella versione in studio. Vincono il "Premio Lucio Dalla" e visto il loro peso effimero sui social, che implica poche chance al televoto, possono comunque ritenersi soddisfatti. Bravi. (Giuliano Delli Paoli, 6,5)

Irama con "La genesi del tuo colore": il più sfigato fra tutti è stato lui, quello che non ha potuto esibirsi e ha dovuto usare una registrazione delle prove. Difficile quindi valutare il suo brano e soprattutto la sua esibizione, che è intimamente differente per non dire falsata. Il brano, per come ci è arrivato, è quello di un Irama che porta il suo modo di intendere il pop, ballabile e latineggiante, anche a Sanremo. Il ritornello robotico, che ne stravolge la voce a una magnitudo assai maggiore di un Fasma, è a suo modo una mossa coraggiosa per l'Ariston, studiata da quel produttore d'eccezione che è Dardust. Impossibile sapere come sarebbe andata senza Covid, ma è proprio questo che rende il brano uno dei più legati al contesto, pur se involontariamente. Umanamente, dispiace. Musicalmente, continuerà a mietere streaming estivi, potete stare tranquilli. (Antonio Silvestri, 6)

Willie Peyote con "Mai dire mai (la locura)": è un pezzo che all'inizio funziona male, con l'arrangiamento che si mangia la voce e che si riprende solo nel ritornello-filastrocca. Nelle successive esibizioni riesce meglio, e a forza di ascoltarla diventa un motivetto facile che conquista e si canticchia con piacevolezza. È più o meno impegnato nei contenuti, a tratti caustici e provocatori, ma con quella serie di ammicchi pop che solleticano un certo pubblico, a partire dal titolo che cita Valerio Aprea in un monologo di "Boris", passando per la frecciatina contro la riapertura degli stadi. Facile trovarsi d'accordo almeno su alcune cose e magari condividere due versi nelle stories, per esempio "Sta roba che cinque anni fa era già vecchia/ Ora sembra avanguardia e la chiamano it-pop". Non è proprio una nuova "Quelli che benpensano", ma riesce comunque ad aggiudicarsi il Premio della Critica "Mia Martini", sezione Campioni. Risulta migliore la versione in studio: se ne può apprezzare il testo in maniera più nitida. (Antonio Silvestri, 6,5)

Annalisa con "Dieci": il programma televisivo "Amici" ha fatto parecchi danni. In tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi. Per fortuna, lei è tra le poche rimaste di quella tremenda ondata. Certo, c'è Gaia a portare alta la bandiera. Ma al momento è meglio non pensarci. Comunque, Annalisa canta oggettivamente bene, ma anche in questa sua "Dieci" alla fine non rimane quasi niente. Giusto quel vuoto cosmico che sarebbe meglio lasciare a quelli del Cern di Ginevra. Gelmini permettendo. (Giuliano Delli Paoli, 4)

Madame con "Voce": gioca un altro campionato fin dalla prima serata. Interpretazione perfetta che cresce a dismisura con le esibizioni. Ha personalità da vendere, si sente subito, e non lo scopriamo di certo oggi, nonostante la tenera età. Dimostra infatti trent'anni di consapevolezza e una classe fuori dai canoni. La canzone, inoltre, gode del fascino maledetto tipico di chi soccombe solo in apparenza, ma è sempre lì, pronto a mordere il microfono e tutto il resto. C'è il rimpianto trattenuto che si fa dapprima luce e poi, appunto, voce. L'arrangiamento di Dardust è esplosivo quanto calibrato con classe. Ci sono anche echi alla Burial (già!) che fungono da tappeto a tutto il resto. Refrain che penetra grazie all'apertura micidiale, a cambiare passo e quota con la strofa. Arriva ottava dopo aver sofferto ai piani bassi nelle prime serate. E vince anche il premio per il "Miglior Testo". Il futuro è qui. (Giuliano Delli Paoli, 8)

Orietta Berti con "Quando ti sei innamorato": l'unica in quota over, in un'edizione insolitamente concentrata su cantanti non ancora nella terza età. Si presenta sul palco con l'aria tenera e pacifica di una nonna della canzone italiana e canta un brano classico, gestito assai bene nella sua melodia ariosa ma anche vocalmente impegnativa. Professionale ed elegante, la Berti non si scompone e non diventa mai ridicola come un Al Bano qualsiasi, anche se appartiene alla sua epoca e il brano non è evidentemente di questo secolo. Tema amoroso dei più classici, senza pruriti erotici, a completare esibizioni all'insegna del rassicurante deja senti, in piena comfort-zone anche per il pubblico più âgée. Iconico vestito con le capesante sui seni la prima sera, roba da fare impennare la domanda di molluschi. In un'intervista dice di voler duettare con "Ermal Metal" e i "Naziskin", e prima sorridi, poi vorresti soltanto abbracciarla. (Antonio Silvestri, 5)

Arisa con "Potevi far di più": della serie nomen omen. È una versione annacquata de "La notte", il successo di Arisa classificatosi secondo al Festival nel 2012. Una rievocazione in salsa dalessiana. Il brano è firmato infatti da Gigi D'Alessio. Se il testo punta al solito romanticismo sanremese velato di quel rimpianto fisiologico di ogni storia d'amore, il ritornello punta al decadimento enfatico della "versione originale". Soltanto la grandissima voce riesce in qualche modo a migliorare la faccenda, ma è troppo poco per una composizione in fondo mediocre. Senza considerare l'aggravante dell'outfit scelto per la prima serata. Ma questa è un'altra storia. (Giuliano Delli Paoli, 5)

La Rappresentante di Lista con "Amare": Veronica Lucchesi ce la mette tutta per mettere in mostra la sua capacità di tenere il palco e Dario Francesco Mangiaracina, chitarrista e co-fondatore del gruppo, rischia di fare un po' la figura da Jalisse. Dopo una prima esibizione un po' appannata, la Lucchesi sfodera le unghie e si dimostra trascinante e tarantolata, con un brano che trova proprio nella sua prova vocale la ragion d'essere. I due leader si sono presentati tre volte con colori da emicrania, il che assieme alla regia caotica di quest'edizione, disperatamente alla ricerca del dinamismo in un teatro inquietantemente vuoto, non ha giovato molto alla godibilità del tutto. Meglio nell'ultima serata, con il vestito da sposa enorme che costringe a movimenti leggermente più contenuti e che, col bianco, aggredisce meno le cornee. Destinati a essere ricordati, hanno usato Sanremo come vetrina per il loro energico pop-rock. (Antonio Silvestri, 7)

Extraliscio feat. Davide Toffolo con "Bianca luce nera": la proposta più atipica di quest'edizione. Sul modello del liscio romagnolo, Mirco Mariani, Moreno il Biondo e Mauro Ferrara, qui aiutati da Davide Toffolo, costruiscono un folk-rock notturno, con persino qualche sussulto punk-rock sotto forma di caotico assolo di chitarra. Il tutto può ricordare il patchanka trasposto nella nostra provincia, o un Capossela con un pizzico di Calexico. Il termine di paragone che salterà alla mente degli appassionati sono ovviamente i CCCP, che già avevano unito i due mondi con risultati assai differenti e, diciamolo chiaramente, qui non raggiunti e probabilmente irraggiungibili. Sul palco sono fra i più movimentati, con quel tocco di grottesco del solito Toffolo con la maschera da allegro ragazzo morto, ma anche gli unici a esplorare un'estetica che fa rimare la tradizione con la morte, evidenziando tale ambiguità nel ritornello ipnotico e dicotomico. (Antonio Silvestri, 7)

Lo Stato Sociale con "Combat Pop": era facile aspettarsi un brano simile a quello del 2018, "Una vita in vacanza", e in parte così è stato. Veloce e movimentato, pop e rock ma con un piglio ballabile, e capace di unire il divertimento a qualche contenuto che non sia la solita dedica amorosa ritrita. Questa volta, però, hanno fatto meglio, non tanto in quanto a scrittura quanto a esibizione: evitato il protagonismo del biondo Lodo, sostituito come prima voce e una sera addirittura rinchiuso in una scatola, la band elabora un colorato trittico di esibizioni che ricorda i momenti più estrosi degli Elii a Sanremo. Citano i Clash e gli Skiantos, nella serata cover si fanno seri e commuovono parlando delle ferite del mondo dello spettacolo e per una volta dimostrano che è possibile intrattenere senza rinunciare ai contenuti: bravi! (Antonio Silvestri, 7)

Noemi con "Glicine": si capisce dopo tre note dove andrà a parare. Ma, ad esempio, al contrario di Aiello, finisce per trattenersi troppo, soprattutto nella prima serata. Testo e musica onestissimi. Un compitino in perfetto stile sanremese. Nessuno si aspettava faville alla vigilia, ma è una canzone sdolcinata nel complesso resa vibrante dalla voce al solito toccante di Noemi. (Giuliano Delli Paoli, 6)

Malika Ayane con "Ti piaci così": con una battuta delle loro, The Jackal la definiscono "Lady Gaga presa su Wish", ma è un paragone che ha senso solo sul piano meramente esteriore. La Ayane è un'interprete raffinata, che gioca di fino senza smarmellare melodrammi come una Emma Marrone qualsiasi. Il pezzo, un pop elettronico sensuale e ballabile, è una dimostrazione di stile che non ha granché di sanremese, bensì rappresenta ogni volta un balsamo per i timpani. Aiuta anche il contributo in fase di scrittura di Pacifico. (Antonio Silvestri, 7)

Fulminacci con "Santa Marinella": la proposta più indie di questa edizione, ed è un'interpretazione De Gregori-ana di un pezzo che non trova sul palco sanremese la sua dimensione ideale. Non a caso, Filippo Uttinacci ha vinto il premio Tenco per la migliore opera prima e il premio MEI come miglior giovane dell'anno, mica il premio simpatia. Canta e suona, senza entusiasmare, e rischia l'oblio immediatamente, ma con gli ascolti ripetuti migliora un po': provaci ancora, Pippo, ma di "Santa Marinella" preferiamo quella dei Gogol Bordello. (Antonio Silvestri, 4,5)

Max Gazzè con "Il farmacista": bisogna rassegnarsi al suo stile. Immutabile come un dogma religioso. C'è poco da aggiungere. Ascoltare una canzone di Gazzé al Festival è come assaporare la minestra della nonna. Sempre la solita solfa, o bontà, a seconda dei gusti. Insomma, prendere o lasciare. Quest'anno però il testo è ancora più incomprensibile, con passaggi impetuosi: "Trifluoperazina, stramonio e pindololo. Un pizzico di secobarbital: somministra prima di un logorroico assolo la seconda". Contate le erre (e pure le esse) e valutate l'effetto senza musica ricordandovi che quella di Gazzé è francese. Gli si vuole sempre bene ma anche basta, al netto di una sufficienza random. (Giuliano Delli Paoli, 6)

Fasma con "Parlami": nella prima serata si impapocchia sul finale cantando un brano che ameranno tutti coloro che già lo amano. Viva la gioventù, ci mancherebbe. Ma quella di Fasma dovrebbe chiedere qualcosa di più. Si aiuta con l'autotune ma finisce per destabilizzare la struttura di una canzone altrimenti quasi digeribile. Avrà successo in radio e sulle piattaforme streaming. Scommettiamo? (Giuliano Delli Paoli, 5)

Gaia con "Cuore Amaro": il brano più frivolo del Festival, praticamente titolare della quota che fu di Elettra Lamborghini nel 2020. Probabilmente è pensata per Spotify e le radio, perché a Sanremo suona un po' fuori posto e l'esibizione non è particolarmente memorabile in nessuna delle serate. Lei ha doti canore non trascurabili, evidenziate nella serata cover, ma mancano qui il carattere e il carisma per bucare lo schermo e il rischio di confondersi fra tante altre popstar è dietro l'angolo. L'indecente vestitino a frange azzurro non l'ha aiutata, ma è stato l'ultimo di tanti problemi. Occasione sprecata. (Antonio Silvestri, 4,5)

Coma_Cose con "Fiamme negli occhi": come Ghemon anche loro non badano a spese. Se ne infischiano e si guardano per tutto il tempo dritto negli occhi, cantando un brano immediato, romanticamente irriverente. Wess & Dori Ghezzi 4.0 è la definizione più immediata e per certi versi calzante. Domineranno altre sponde. E il piazzamento finale conta poco. Non è questa la loro platea. E lo sanno anche i pesci. (Giuliano Delli Paoli, 7)

Ghemon con "Momento perfetto": oppure "momento coraggio". Ghemon torna infatti all'Ariston con una canzone impavida. Tra l'altro difficilissima da cantare. Mescola rap, soul e funk e fa quello che aveva anticipato alla vigilia, godendo come un matto e fregandosene del circondario. È quel suo lato giullare un po' triste e un po' guascone che pochi conoscono. E lui ci tiene a precisarlo, divertendosi con leggerezza. Qualcuno cita i Dirotta su Cuba, un rimando nobile che la dice lunga. Finisce nelle retrovie, come buona parte di quelli che portano qualcosa che va oltre il solito teatrino. (Giuliano Delli Paoli, 7,5)

Francesco Renga con "Quando trovo te": il mistero Renga si infittisce. Dopo aver vinto il Festival nel 2005 con "Angelo", ha praticamente telefonato a sé stesso nei successivi tre lustri, versando miele su miele a canzoni sempre più sospese tra il serio e il sanremese. "Quando trovo te" però rappresenta l'epico raggiungimento di tale discesa. Il fondo è finalmente raggiunto con un brano che punta alla variazione timbrica con annesso mutamento melodico, tra un saliscendi e l'altro. Il risultato è appunto la discesa definitiva in un pozzo ormai privo d'acqua. (Giuliano Delli Paoli, 4)

Gio Evan con "Arnica": si presenta quasi sempre con completi allucinogeni, che sfidano ogni concetto di sobrietà ed eleganza, ritrattando solo nella serata finale. Tutta questa immagine da hippie sofisticato e coloratissimo, anche ricciolone, contrasta assai col brano che porta, cantato spesso a mezza voce e senza elementi spettacolari, dove alterna i registri riuscendo solo a momenti. Pesanti dosi di patetismo, della peggior risma. Bocciato. (Antonio Silvestri, 4)

Bugo con "E invece sì": non è chiaro con quale ingenuità Bugo pensasse che tornare sul luogo del misfatto, sul palco del suo abbandono, potesse escludere un ritorno dei meme sulla diatriba con Morgan. Inevitabilmente, da Spinoza a Facebook, passando per Instagram o per le semplici chat di WhatsApp fra spettatori, la sua esibizione ha fatto rispolverare quell'evento pre-lockdown diventato iconico, oscurando anche questo nuovo brano. Certo che lui si è dimostrato fin troppo emotivo, cantando in modo incerto e reggendo con difficoltà il palco in ogni esibizione. La canzone è in linea col Bugo degli ultimi anni, che non ha il quid weird di un tempo e si fa comunque apprezzare al netto di una componente ruffiana, ma ascoltato su Spotify è tutto molto meglio che all'Ariston: ingiustificabile, per uno che dovrebbe essere un cantante ormai di lunga esperienza. (Antonio Silvestri, 5)

Aiello con "Ora": le aspettative erano tante, e avrebbe potuto ambire a risultati ben più alti, ma quando inizia a cantare non si può non pensare a un improbabile incontro tra Marco Mengoni e Fausto Leali che si sfidano in duello, passandosi ripetutamente il microfono. Troppi contrasti e troppe montagne russe. Il refrain in tipica salsa pop mengoniana c'è, ma urla troppo e finisce per auto-disintegrarsi come un messaggio dei servizi segreti. Interpretazione in parte inspiegabilmente lesionista. Si rialzerà sicuramente in radio. Questo va da sé. E l'ultimo posto sarebbe stato comunque eccessivamente immeritato. (Giuliano Delli Paoli, 6,5)

Random con "Torno a te": nell'insieme, il più incolore e il più trascurabile, cosa giustificata dalla carriera ancora acerba e dall'età tenera (ma se sei Madame...). Anche la serata cover non è riuscita a riscattarlo, tanto da far credere che Sanremo per lui sia ancora fuori portata, e che ci sia ancora da lavorare in contesti più sereni e meno competitivi. Arriva ultimo, senza sorprese. (Antonio Silvestri, 4)

La classifica finale

1 - Maneskin - Zitti e buoni
2 - Fedez e Francesca Michielin - Chiamami per nome
3 - Ermal Meta - Un milione di cose da dirti
4 - Colapesce e DiMartino - Musica leggerissima
5 - Irama - La genesi del tuo colore
6 - Willie Peyote - Mai dire mai (La locura)
7 - Annalisa - Dieci
8 - Madame - Voce
9 - Orietta Berti - Quando ti sei innamorato
10 - Arisa - Potevi fare di più
11 - La Rappresentante di Lista - Amare
12 - Extraliscio e Davide Toffolo - Bianca luce nera
13 - Lo Stato Sociale - Combat Pop
14 - Noemi - Glicine
15 - Malika Ayane - Ti piaci così
16 - Fulminacci - Santa Marinella
17 - Max Gazzè - Il farmacista
18 - Fasma - Parlami
19 - Gaia - Cuore amaro
20 - Coma_Cose - Fiamme negli occhi
21 - Ghemon - Momento perfetto
22 - Francesco Renga - Quando trovo te
23 - Gio Evan - Arnica
24 - Bugo - E invece sì
25 - Aiello - Ora
26 - Random - Torno a te

I premi

Primo classificato categoria Campioni: Maneskin
Premio della Critica "Mia Martini": Willie Peyote
Premio della Sala Stampa "Lucio Dalla": Colapesce & Dimartino
Premio "Sergio Bardotti" per il Miglior testo: Madame
Premio "Giancarlo Bigazzi" per la Miglior composizione musicale: Ermal Meta

Primo Classificato Categoria Nuove Proposte: Gaudiano
Premio della Critica "Mia Martini" Categoria Nuove Proposte: Wrongonyou
Premio della Sala Stampa "Lucio Dalla" Categoria Nuove Proposte: Davide Shorty
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