La censura, negli anni Sessanta, non risparmiò neanche le penne più raffinate della canzone italiana. A incapparvi fu anche – e forse inevitabilmente, vista la schiettezza dei suoi testi – Fabrizio De André. E proprio in una delle sue più celebri invettive contro l’ipocrisia dei benpensanti: “La città vecchia”.
La canzone, composta dal cantautore genovese assieme a Elvio Monti, venne edita come 45 giri per la prima volta nel dicembre del 1965 (con “Delitto di paese” sul lato B) e inserita l’anno successivo nell’album “Tutto Fabrizio De André”.
Basata su una melodia a ritmo di mazurca, “La città vecchia” racconta frammenti della vita che si svolge nelle zone più malfamate del porto di Genova, attraverso una narrazione lucida e arguta, costruita per frammenti. Ne emerge una sequenza di figure che popolano i vicoli: le prostitute, i “quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino”, ladri, assassini, fino al “tipo strano” che ha venduto la madre per tremila lire. Un campionario umano che riflette l’attenzione costante di Fabrizio De André per chi vive ai margini, condensata poi nel celebre verso finale (“Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”).
La mannaia della censura, tuttavia, si abbatté implacabilmente su una delle sue strofe più note, quella che riguarda il vecchio professore che, mentre di giorno disprezza le prostitute, di notte le va a cercare tra i caruggi. I versi originari erano: “Quella che di giorno chiami con disprezzo specie di tr*ia/ quella che di notte stabilisce il prezzo della tua gioia”. Qui sotto si può ascoltare proprio quella prima versione.
L’espressione fu considerata troppo volgare e così Fabrizio De André fu costretto a sostituire quei versi in via definitiva con “quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie/ quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie”.
Il testo fu modificato per ogni versione della canzone, anche dunque per quelle successive in studio e dal vivo, anche se una prima versione contenente la frase incriminata fu incisa, ma poi ritirata dalla stessa etichetta discografica Karim a causa dell’intervento censorio: fortunati quei pochissimi che ne possiedono le rarissime copie stampate. Qui sotto la versione censurata e definitiva del brano.
“La città vecchia” è indubbiamente una delle prime prodezze del giovane De André, che risente naturalmente della sua infatuazione per la poesia e la chanson francese. L’incipit, infatti, è ripreso direttamente da una poesia di Jacques Prévert, “Embrasse-moi”, che era stata musicata da Wal-Berg e cantata da Marianne Oswald nel 1935 (“Le soleil du bon Dieu ne brill’pas de notr’ côté Il a bien trop à faire dans les riches quartiers”. “Il sole del buon Dio non brilla dalle nostre parti ha già troppo da fare nei quartieri dei ricchi”), mentre la musica, composta da Elvio Monti, è fortemente ricalcata su quella di “Le bistrot” di Georges Brassens (1960).
Ma l’influenza principale è il “Canzoniere” di Umberto Saba: non a caso, per il titolo e il contenuto del brano, De André si ispirò all’omonima poesia dell’autore triestino, inclusa proprio in quella raccolta. La poesia “Città vecchia” di Umberto Saba offre uno sguardo profondo sulla vita quotidiana del quartiere più antico di Trieste, mettendo in luce l’umanità delle persone che lo abitano e riflettendo sul legame tra umiltà e spiritualità. Saba descrive gli angiporti della sua città e i personaggi poveri ed emarginati che li affollano, criticando fermamente il modello di vita borghese. Ma sebbene i personaggi siano più o meno gli stessi (“la prostituta e marinaio, il vecchio che bestemmia, la femmina che bega […] sono tutte creature della vita e del dolore”, scrive Saba), il poeta sottolinea di avere qualcosa in comune con tali personaggi, cioè il credere nello stesso Dio (“s’agita in esse, come in me, il Signore”). Una visione cui De André contrappone uno sguardo più laico e disincantato: “Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”. Restano però il senso di solidarietà per quell’umanità diseredata e la ferma condanna dell’ipocrisia di benpensanti e perbenisti, sintetizzata nei versi finali: “Se tu penserai, se giudicherai, da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese, ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.
Paradossalmente, però, “La città vecchia” dovrà fare i conti proprio con la stessa ipocrisia perbenista che aveva messo alla berlina.