Juke-Box

Black Sabbath

Iron Man

di Antonio Silvestri

Black Sabbath - “Iron Man”
(1971 - Inclusa nell’album “Paranoid”, Vertigo/Warner, 1970)



I am iron man

Otto battiti della cassa di Bill Ward, secchi, lenti, minimali e meccanici, per introdurre uno dei fendenti di chitarra più famosi, importanti, influenti di sempre: la corda più spessa della chitarra elettrica di Tony Iommi, il Mi grave, tenuta premuta oltre la fine della tastiera e poi rilasciata, tanto da farle emettere un minaccioso lamento metallico da accoppiare alla voce filtrata, robotica, inumana di Ozzy Osbourne, leggenda vuole ottenuta cantando attraverso le pale di in un ventilatore ma più probabilmente il risultato di un uso del ring-modulator assai intenso.
In neanche trenta secondi, “Iron Man”, il singolo del 7 ottobre 1971 degli inglesi Black Sabbath, si dimostra un brano impossibile da dimenticare, stravagante fino a potersi definire unico nel suo genere. Già, a proposito proprio di genere: già da questo mezzo minuto scarso, è chiaro che qualcosa di diverso c’è rispetto a “Evil Woman”, il brano dei Crow usato dalla band come primo singolo della carriera, a gennaio 1970. Della matrice blues, in questo battito meccanico, nella chitarra mostruosamente deformata, nella voce androide non è rimasto nulla. Ma “Iron Man” è molto di più di un allontanamento dal blues e dal fratello minore blues-rock, ancora presente in buone dosi sul capolavoro “Black Sabbath”, perché insieme a una manciata di altri fondamentali brani aiuta a definire i confini che dividono l’hard-rock, etichetta sotto la quale ricade almeno in parte il leggendario esordio dei quattro di Birmingham, dall’heavy-metal. Non ci può essere, d’altronde, niente di più metallico di un uomo di ferro, converrete anche voi.
Battute a parte, “Iron Man” è un brano che già nel suo celebre inizio ci racconta di un cambiamento marcato avvenuto nella storia del rock e sostanzialmente riassumibile con l’allontanamento dall’impronta emotiva ed estetica del blues. Quest’ultimo non prevede niente di meccanico o di artificiale, ma anzi predilige una narrazione fatta di sangue, sudore e lacrime. Se nel blues si racconta il proprio vissuto, qui siamo nel pieno della narrazione fantascientifica, un'avventura che comprende viaggi nel tempo, tempeste magnetiche, colpi di scena e tragiche morti.

Ricostruiamo però come accade che “Iron Man” diventi un singolo, prima di esplorare il resto del brano. Il già citato esordio è pubblicato il venerdì 13 febbraio 1970, ovviamente non una data casuale per dei mattacchioni come Ozzy e soci, e riscuote un buon successo in Gran Bretagna e Stati Uniti, nonostante l’opposizione di tanti critici, compreso il celebre Lester Bangs, che ne criticano aspramente alcuni aspetti che poi diventeranno quelli amati da tantissimi metallari. La band torna in studio nel giugno 1970, vorrebbe chiamare il secondo album “War Pigs”, ma alla fine opta per “Paranoid”, sulla scia di un breve brano scritto, a detta di Bill Ward, in 20-25 minuti durante le session e perfetto per essere un biglietto da visita per un pubblico più vasto, vista la struttura semplice e la durata contenuta uniti ai volumi imponenti. Rimarrà il loro più grande singolo di successo in patria e una buona hit negli Stati Uniti, forse il loro brano più mainstream, ma ha comunque il difetto di non rappresentare al meglio cosa stava avvenendo di più rilevante nello stile della formazione, che in realtà si trovava sempre più a suo agio con brani lunghi, pesanti e complessi, e non certo con brevi rock’n’roll corazzati, pur se avvincenti.
Per quanto poi "Paranoid" sia anch'esso un classico, modello di riferimento per un certo modo di fare heavy-metal in Inghilterra, non è neanche lontanamente il brano più visionario e ambizioso del disco.

La già citata “War Pigs” è un ottimo esempio di dove stesse puntando la formazione: quasi 8 minuti di durata, riff distorti di chitarra a profusione, lunghe fughe strumentali e ampie esplorazioni psichedeliche. L’altro brano di “Paranoid” a fotografare questa evoluzione fondamentale per tutto l’hard-rock e l’heavy-metal è “Hand Of Doom”, 7 minuti che hanno contribuito a nominare un intero sottogenere e che fanno dell’avventuroso stile compositivo il proprio punto forte, insieme all'inedito modo di utilizzare lo spazio compositivo sfruttando i contrasti fra pieni e vuoti, esplosione e desolazione.
Con questi brani freschi di pubblicazione in patria i Black Sabbath arrivano anche negli Stati Uniti, nell’ottobre del 1970, ma per evitare di cannibalizzare il successo dell’esordio rimandano la pubblicazione dell'album “Paranoid” oltreoceano: arriverà in terra americana solo nel gennaio 1971.
Per promuovere i primi tour torna comoda la pubblicazione di un secondo brano, e così succede che “Iron Man” diventa il primo singolo di discreto successo statunitense per la formazione inglese: arriva al numero 52 di Billboard, e per fare meglio toccherà aspettare addirittura "Psycho Man" del 1998. In Inghilterra il singolo non viene neanche pubblicato, rimanendo un'esclusiva di Canada e Usa.


È una strana storia, ma in qualche modo "Iron Man" entra nella storia del rock americano, aiutando a fare di "Paranoid" un album quattro volte platino negli Stati Uniti e platino in Canada, mente in patria si ferma al disco d'oro. La versione del singolo, abbreviata a 3:33 e tagliata nella seconda metà, è però minore rispetto a quella dell'album, che avevamo iniziato a descrivere e che rimane invece il nostro riferimento per il resto di questo approfondimento. Dopo l'iconico inizio, arriva un riff di cinque accordi, cadenzato e assordante, ai quali risponde una seconda parte di riff appena più articolata, a creare l'impalcatura fondamentale del brano, definendone lo stile heavy-metal in modo definitivo: è un manifesto di potenza sonora, un passo lento e colossale, avvincente e assordante.
Dopo il lamento dissonante e il riff portante, il brano inizia a svilupparsi anche narrativamente, dando seguito agli indizi già concessi all’ascoltatore in apertura. Scopriamo così che Geezer Butler, bassista e compositore del testo, ha deciso di raccontare una stravagante avventura fantascientifica, dai risvolti apocalittici e con un avvitamento narrativo sorprendente.

L’essere dalla voce robotica dell'inizio solleva molti interrogativi nelle persone che lo incontrano: ci si chiede se sia pazzo, se possa vederci o se riesca almeno a camminare senza cadere, se dobbiamo considerarlo vivo o morto e se, in definitiva, dobbiamo concedergli la nostra attenzione o semplicemente non preoccuparcene. Sono due quartine che in realtà aumentano il senso di mistero, incuriosiscono più che spiegare e costringono a proseguire l'ascolto, se non altro per soddisfare la propria curiosità.
La terza e quarta strofa sono quelle cruciali per capire chi sia l’uomo di ferro del titolo. Scopriamo che era un individuo come noi, che è riuscito a viaggiare nello spazio e osservare il futuro dell’umanità ottenendo in cambio una minacciosa visione apocalittica. Durante il viaggio di ritorno sulla Terra, attraversa un potente campo magnetico, si trasforma chissà come in un pesante essere di metallo e rimane isolato nel suo corpo ormai alieno, profondamente diverso da quando partì. Le persone, tutt'altro che impietosite dalla sua condizione di mostro di metallo incapace anche solo di comunicare la sua terribile previsione sul futuro, lo trascurano, quando non lo deridono, fino a fomentare in lui un profondo desiderio di vendetta: l’umanità che lui vorrebbe salvare da un futuro avverso è la stessa per la quale cerca una terribile, sanguinaria punizione.

Dopo tre minuti, quel "Now he has his revenge" rappresenta il plot-twist narrativo ed è accompagnato da una svolta anche nella componente musicale in senso stretto: il passo lento diventa una cavalcata di blues-rock incendiario e quindi un bombardamento chitarristico che poi riconduce, con rinnovata potenza, al riff portante, lento e pesante come il passo dell'uomo di ferro.
I tempi sono maturi e lo strano essere metallico è pronto a scatenare la sua rabbia sulle persone che avrebbe voluto salvare, e che ora diventano le sue vittime designate. Proprio per non aver ricevuto attenzione e aiuto, ha progettato la sua terribile vendetta.
In definitiva, il metallico protagonista che urla il suo nome in apertura diventa il motivo dell’apocalisse che aveva intravisto nel futuro, facendo di “Iron Man” un curioso esempio di profezia che si autoavvera.
Dopo 4 minuti e 20 secondi, chiusa l'ultima strofa con un proclama supereroistico come "Iron man lives again", il brano si prepara al suo pirotecnico finale. La velocità s'impenna, Butler e Ward si sfidano in un testa a testa supersonico che funge da febbricitante tela sonora sulla quale Iommi può sfogare la potenza della sua chitarra, prima tornando ai fendenti metallici dell'apertura, poi imbastendo un tema epico, morriconiano, che vortica su se stesso più volte, prima di fermarsi perentoriamente in un ultimo colpo di teatro da infarto.

"Iron Man" ha vissuto una seconda giovinezza con il famoso film Marvel omonimo del 2008, nel quale è stata inserita nei titoli di coda, anche se il parallelo con l'eroe dei fumetti si ferma al nome. Il canale televisivo VH1 ha premiato il brano come la migliore canzone heavy-metal di tutti i tempi, una di quelle decisioni per le quali anche chi dissente non faticherà a giustificare. I Black Sabbath nel frattempo hanno pubblicato altri 17 album, l'ultimo dei quali, nel 2013, ha chiuso la carriera. Per il concerto finale, il 4 febbraio 2017 nella loro Birmingham, hanno dovuto selezionare 17 brani da una carriera ultraquarantennale, e fra questi non poteva mancare "Iron Man".

Has he lost his mind?

Can he see or is he blind?
Can he walk at all
Or if he moves will he fall?
Is he alive or dead?
Has he thoughts within his head?
We'll just pass him there
Why should we even care?
He was turned to steel
In the great magnetic field
When he traveled time
For the future of mankind
Nobody wants him
He just stares at the world
Planning his vengeance
That he will soon unfurl
Now the time is here
For iron man to spread fear
Vengeance from the grave
Kills the people he once saved
Nobody wants him
They just turn their heads
Nobody helps him
Now he has his revenge
Heavy boots of lead
Fills his victims full of dread
Running as fast as they can
Iron man lives again



Playlist
singleironman














Autori: Tony Iommi, Ozzy Osbourne, Geezer Butler, Bill Ward
Produttore: Rodger Bain
Etichetta: Warner Bros.
Pubblicazione: 1971
Durata: 3:33 (single), 5:56 (album)

Musicisti:
Ozzy Osbourne
Tony Iommi
Geezer Butler
Bill Ward
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