Juke-Box

Big Star / Alex Chilton

Holocaust

di Salvatore Setola

 
Big Star - Holocaust
(1978 - Inclusa in "Third", PVC, 1978)



È piuttosto bizzarro che il massimo capolavoro della band che più di ogni altra ha contribuito a coniare il power pop sia quello meno equipaggiato di melodie cristalline sparate con foga ed energia. Se si eccettuano la frizzante “Thank You Friends”, l’inno gaudioso di “Jesus Christ” e la granitica “You Can’t Have Me”, "Third" dei Big Star è sostanzialmente una raccolta di sputi dell’anima spesso nati storpi, come la claudicante apertura di “Kizza Me”, a volte demodé come il romantico ballo di “Oh, Dana”, altre volte abulici, come il deliquio anestetico di “Big Black Car”. Niente a che vedere, insomma, con i colpi di sole di #1 Record o le epiche vibrazioni di "Radio City", uno dei più  grandi dischi di guitar pop mai incisi.
In "Third" non c’è una “Thirteen” che con la delicatezza di un romanzo di formazione racconta l’impudica innocenza di una cotta a tredici anni, non c’è una “Ballad Of El Goodo” a trasfigurare la fragilità in bellezza da inalare a pieni polmoni, non c’è una “Back Of A Car” ad accompagnarti lungo un sogno  di mezza estate coi piedi sull’acceleratore e lo sguardo fisso sull’orizzonte, non c’è una “September Gurls” a spingerti  - in una mite giornata settembrina - tra le braccia di una sconosciuta che potresti amare. Piuttosto, ci sono i demoni; quelli che nemmeno la serenata opalescente di “Blue Moon” riesce a scacciare.

Bisogna vivere con l’inferno in testa, nell’anima, per incidere un album come "Third" e scrivere delle robe della portata di “Kangaroo” e “Holocaust”. Effettivamente, quando questi due aborti di poesia furono generati, la vita di Alex Chilton somigliava tutt’altro che a un tripudio di gioie. Era il 1974, i primi due dischi dei Big Star - anche a causa degli scarsi investimenti promozionali della Ardent, l’etichetta che faceva capo alla leggendaria Stax – si erano rivelati un clamoroso flop commerciale. Preso da uno sconforto che si sarebbe tramutato in depressione cronica, il chitarrista Chris Bell - che avrebbe trovato la morte lungo un’autostrada il 27 dicembre del 1978, il giorno prima del ventottesimo compleanno di Chilton – aveva abbandonato la band subito dopo la pubblicazione del primo album. Il bassista Andy Hummel lo aveva seguito appena un anno dopo, lasciando Chilton da solo con i propri incubi a riflettere sulle macerie di una storia sentimentale che andava allo sbando (quella con Lesa Aldridge), di una vita che la seguiva a ruota nel fondo del burrone e di un equilibrio psichico che dal labile tendeva  pericolosamente al precario. Al titolare dei Big Star, ormai coadiuvato dall’unico reduce Jody Stephens, non restava altro che affogare le delusioni in un pugno di canzoni vomitate durante notti insonni, quando i conati dell’anima diventavano più impellenti dei crampi allo stomaco indotti da alcol, droghe e Damerol. Peccato che nessuno le volle pubblicare, quelle canzoni, che restarono quindi nel cassetto per altri quattro anni, finché la PVC non le acquistò facendole uscire sotto il nome di Third. Era il 1978 e sulle scene musicali anglofone imperversava quel caleidoscopio di creatività decadente chiamato new wave, di cui il terzo disco dei Big Star incarnava – paradosso di una band immensa e visionaria - un precoce post-scriptum.

Le atmosfere malsane e allucinate di “Kangaroo” e “Holocaust” si attagliarono a pennello al clima culturale che stava dando i natali all’edonismo torbido di Only Ones e Magazine, al cabaret oscuro dei Tuxedomoon, all’estetica dark di Joy Division e Sound. Non a caso, quella fertile congerie musicale partorì due sensazionali cover proprio di “Kangaroo” e “Holocaust”, a firma  This Mortal Coil, una sorta di iperband messa in piedi da Ivo Watts-Russell della 4AD con tutti gli alfieri dell’etichetta, dai Dead Can Dance ai Cocteau Twins. Le nuove versioni dei due brani più clamorosi dei Big Star andarono a chiudere in qualche modo un cerchio, riconoscendo ad Alex Chilton il ruolo di straordinario intercessore tra la psichedelia più anfetaminica dei Sessanta (gli immancabili Velvet Underground, gli Stones di "Their Satanic Majesties Request", i Fab Four sotto acido, gli indemoniati Pretty Things) e le nuova onda di musicisti  crepuscolari usciti dalle accademie d’arte.  Tra le due, forse l’archetipo di certa new wave –  non tanto come sound o stile, quanto proprio a livello attitudinale -  è “Kangaroo”; il punto di non ritorno, invece, è senza dubbio “Holocaust”.

“Holocaust” è musica in forma di silenzio, ma non ha nulla a che fare col vitale concettualismo di John Cage, sebbene a primo impatto sembri avanguardia pura: pianoforte mesto, violoncello afasico e chitarra che sanguina sibili slide. Man mano, però, il brano assume le sembianze di una musica da camera dall’oltretomba, di un requiem senza pace, di un lamento gospel che giunge dai fondali dell’io (spettrale il coro femminile in sottofondo). “Holocaust” è la disperazione che ti guarda negli occhi nel momento in cui trovi il coraggio di guardarti allo specchio. È il lutto che ci portiamo dentro da quando nasciamo; la tragedia di essere venuti al mondo, per dirla con Calderòn de la Barca. “Holocaust” fa male; un male fisico, sensibile. Arrivare in fondo ai suoi quattro minuti è farsi in qualche modo violenza. Una violenza propedeutica e necessaria alla catarsi, perché il dolore purifica. E non è la puttanata che ci hanno propinato al catechismo per demonizzare il piacere, né l’ostentazione di un nerd terminale che, invece di andarsi a procacciare del sano sesso come fanno sacrosantamente i suoi coetanei, sta lì a flagellarsi con drammi esistenziali buoni giusto per lo stupido orgoglio di sentirsi diverso. E, a sua insaputa, pronto per la bara.
Il canto rassegnato di Chilton è davvero pietra muta, epitaffio della carne, eutanasia dello spirito. In “Holocaust” c’è Cristo -  l’uomo – che soffre sulla croce abbandonato persino dal Padreterno, c’è Lord Jim di Conrad che sceglie la morte per redimere le colpe della propria vita. Più prosaicamente e meno eroicamente, in “Holocaust” c’è ognuno di noi, il sacrificio che siamo costretti a essere senza rendercene conto. Olocausti ambulanti, agnelli che aspettano una Pasqua che non arriva, e intanto tremano sul mattatoio. La musica non si ascolta, si “sente”, come la gamma di emozioni che riusciamo a provare; quelle trasmesse dal settimo brano in scaletta del terzo  - e per quasi trent’anni ultimo disco dei Big Star - sono emozioni profonde e nere, come fosse una lunga notte di tre minuti e cinquantacinque secondi che induce riflessioni torve e spietate.
Per fortuna, è solo una delle plausibili letture (magari ce ne saranno altre più confortanti) di una canzone ermetica, della quale si fa fatica a capire di cosa parli. Di sicuro, non ha niente a che vedere con il nazismo e il genocidio degli ebrei, ovvero la prima associazione che viene in mente a leggerne il titolo.

Tuttavia c’è poco da stare sereni, lo scenario dell’incipit è comunque desolato e desolante: “Your eyes are almost dead/ Can't get out of bed/ And you can't sleep”. Occhi spenti, carenza di energie che inchioda al letto, insonnia: è malattia? È depressione? È nausea di vivere? Qualunque cosa sia, la sua causa è un’assenza incolmabile: “Your mother's dead/ You're on your own”. Dunque, i nuclei poetici di “Holocaust” sono la morte (da piccolo Chilton aveva perso un fratello quattordicenne in un incidente domestico) e la sensazione di inesorabile solitudine che lascia: “Everybody goes/ As far as they can/ They don't just care/ You're a wasted face/ You're a sad-eyed lie/ You're a holocaust”. È una riflessione lucida e coincisa sul senso della vita; forse solo lo stesso Conrad è stato più chiaro e diretto: “Sogniamo come viviamo: soli”.

Pochi musicisti hanno avuto il coraggio di addentrarsi nel cuore di tenebra di “Holocaust”, azzardandone una cover. Ci hanno provato i Placebo con una terribile versione estetizzante che ne depreda l’essenza. Ci hanno provato i Bubblegum Lemonade, che hanno tentato almeno di trasformarla in qualcos’altro: un jangle-pop devitalizzato, con più infamia che lode ad essere sinceri. Ci ha provato, prima di chiunque altro, Howard Devoto nei già citati This Mortal Coil, con una rilettura al contempo classica ed eterea. Non c’è niente da fare, bisogna essere dei grandi per potersi confrontare coi grandissimi. Alla 4AD ne erano evidentemente consapevoli, tanto da intitolare il disco che conteneva “Holocaust” ed altre reinterpretazioni sacre di Tim Buckley e Roy Harper con un emblematico e profetico "It’ll End In Tears".

Finirà in lacrime, allora. Se il deserto emotivo di "Holocaust" non prosciugherà anche quelle.

Playlist
 Ascolta "Holocaust"

Dall'album "Third" (PVC)
Autore: Alex Chilton
Produttore: Jim Dickinson
Durata: 3'55''

Django Haskins & All Star Band, omaggio ad Alex Chilton
al Primavera Sound di Barcellona 2012

  
 Cover
  
 This Mortal Coil da "It'll End In Tears" (1984)
 Placebo da "Covers" (2003)
 Bubblegum Lemonade da "Susan In The Sky EP" (2008) 
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