“Una vita da fuggiasco”, il sacro fuoco di un musicista inquieto

05-02-2026

Per il cinema questo è un periodo ricco di titoli che riguardano la vita di illustri musicisti italiani. A breve distanza dal biopic su Franco Battiato “Il lungo viaggio”, dal 16 al 18 febbraio uscirà nelle sale come evento speciale il documentario “Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco”, scritto e diretto da Cristiana Mainardi e prodotto da Lumière & Co. e Luce Cinecittà in collaborazione con Rai Documentari.
La regista ha fatto una scelta ben precisa: il racconto è impostato sull’alternanza tra immagini del tempo presente e materiale d’archivio del passato con l’intento di dare corpo ai pensieri e ai ricordi di Mauro Pagani in un momento critico della vita del musicista, che qualche anno fa, a seguito di un problema neurologico, ha perso temporaneamente la memoria. “Sono vivo per caso”, dice. In questa condizione di disagio, però, non ha mai dimenticato la sua musica e i suoi strumenti… e piano piano i ricordi sono riaffiorati.

Il film si propone dunque come la riflessione coraggiosa di un artista sul senso profondo di ciò che ha fatto nella vita. Pagani si mette a nudo con sincerità e fa impressione il confronto tra l’uomo di oggi, provato nel fisico dall’età e dall’infortunio, e il ragazzo sensuale e scatenato che più di 50 anni fa suonava il flauto e cantava “La carrozza di Hans” insieme alla Pfm. La Premiata Forneria Marconi godeva negli anni 70 sia in Italia sia all’estero di un enorme seguito, che è stato suggellato da una tournée memorabile negli Stati Uniti. “Impressioni di settembre”, di cui Pagani è autore dei testi insieme a Mogol, è considerata una delle canzoni più belle e “coverizzate” della musica italiana, ma la Pfm a un certo punto non bastava più al “Fuggiasco”, che, come ha spiegato Pagani stesso, è una sorta di alter ego che periodicamente lo porta a cercare il cambiamento. 
In un’intervista in bianco e nero di quegli anni, il giovane musicista compie una riflessione che è una possibile chiave di lettura di tutto il documentario: “Io non sono particolarmente bravo, ho solo un disperato bisogno di comunicare e di stare con gli altri”. Il ragazzino di provincia, cresciuto a Chiari vicino a Brescia, musicista autodidatta, dovette subire una rigida disciplina familiare: il padre non lo faceva uscire di casa e una volta gli spaccò persino un violino in testa. Non è strano dunque che, da adulto, il Fuggiasco sia andato a vivere a Milano in una comune insieme a un gruppo di intellettuali dai quali ha imparato le regole della convivenza, il rigore e la tensione a migliorare sempre, la condivisione della cultura personale e il valore della politica. Manuel Agnelli, che ha conosciuto Pagani alla fine degli anni 90 durante la produzione di vari album degli Afterhours, nel film dice di lui: “Mi ha fatto capire il bello degli anni 70”.



La vita e la carriera di Pagani sono sempre state all’insegna di intensi rapporti di amicizia: prima di tutto, quella con Demetrio Stratos. Il sodalizio tra due musicisti straordinari, due anime inquiete che avevano da poco lasciato rispettivamente la Pfm e gli Area, considerate il fiore all’occhiello della musica alternativa italiana, e collaborarono a diversi progetti precursori della world music, finché una grave forma di leucemia si portò via Stratos nel ’79. Il documentario rende omaggio alla sua voce straordinaria proponendo il brano “Gerontocrazia” (“E se la società perdesse la memoria?”, si chiedeva Stratos) e mostrando una scena del concerto all’Arena Civica di Milano organizzato da Gianni Sassi nel giugno del ’79 per raccogliere fondi a supporto del cantante. Il leggendario fondatore della Cramps appare anche in un frammento, in cui si mostra disperato per la perdita dell’amico, in uno dei pochi filmati in cui ha parlato davanti a una telecamera.
E poi naturalmente c’è Fabrizio De André, con il quale Pagani costruì un rapporto di complicità e profonda stima (commoventi le immagini del viaggio in barca che i due hanno fatto da soli in Grecia), in cui l’ex-Pfm fece spesso da sponda alla cura maniacale per i dettagli e ai malumori dell’amico. I due si incontrarono agli Stone Castle Studios di Carimate nel 1981 e diedero vita nel 1984 a uno degli album più prestigiosi della musica italiana e internazionale, “Creuza de mä”. Non ci stancheremo mai di ricordare come il contributo di Pagani alla realizzazione dell’album sia stato determinante: come si è detto, aveva già avviato da tempo una sua ricerca sulle sonorità del Mediterraneo, specializzandosi, tra gli altri, con il bouzouki, uno strumento a corde di origine greca che il musicista adattò alle esigenze della musica occidentale. Nel documentario è stata coinvolta anche Dori Ghezzi, che sottolinea l’attualità di alcuni brani di questo capolavoro, come “Sidún”, dedicata alla tragedia dei civili palestinesi massacrati nei campi profughi del Libano negli anni 80.
Da questo intenso periodo di lavoro con il cantautore genovese, Pagani uscirà con un esaurimento nervoso, come racconta lui stesso nel libro “Nove vite, dieci blues”. Ma nonostante tutto, la loro collaborazione proseguirà fino al 1990 con “Le nuvole”, un nuovo album realizzato a quattro mani. “Non è facile lavorare con il più bravo di tutti”, rivela nel film Pagani, raccontando del suo grande amico dalla personalità fortissima. Quindi si commuove e fa una pausa interminabile, che dice più di mille parole.

Mauro Pagani - Arisa


Oltre all’amicizia, nella vita del Fuggiasco c’è l’amore: la prima moglie Adalaura, una traduttrice con cui era andato anche a vivere nella “comune” di Milano, e soprattutto l’attuale compagna Silvia Posa, che conosce il suo animo inquieto nel profondo, ne rispetta i momenti di smarrimento e lo definisce come “un uomo mosso solo dal sentimento”. Insieme gestiscono a Milano Le Officine Meccaniche, lo studio di registrazione attorno al quale di fatto ruota tutto quanto il documentario: affacciata sul Naviglio Grande dalle acque realisticamente poco limpide, questa struttura è stata fortemente voluta da Pagani, acquistata, ristrutturata e popolata di magnifici strumenti musicali a partire dal 1998. “Sono molto bravo a indebitarmi” - racconta sorridendo il Fuggiasco - “ho scelto la musica e me ne assumo le conseguenze. La musica ti mangia tutto”. Ed è qui che risiede il senso del percorso di Mauro Pagani: perché le Officine meccaniche, così ribattezzate in onore del padre che gestiva un’officina meccanica a Chiari, non sono solo uno splendido e accogliente studio di registrazione dove Pagani ha prodotto gli album degli Afterhours, dei Bluvertigo, di Marco Mengoni, di Arisa, dei Muse; erano - e sono - una comunità, un punto di riferimento e di incontro per gli artisti, un inno alla musica analogica e ai sentimenti, ai dischi che non si fanno più, “ai vecchi signori” (come il pianoforte presente in sala che un tempo suonava Duke Ellington), all’educazione delle nuove generazioni. Tanto che a un certo punto Giuliano Sangiorgi dei Negramaro in visita nello studio esclama affettuosamente rivolgendosi a Pagani: “Maledetto! Non cambia niente apposta!”
Tutto questo è tangibile nelle numerose scene in cui Manuel Agnelli, Marco Mengoni, Ligabue, Arisa, Mahmood, Sangiorgi e perfino Ornella Vanoni incontrano il loro maestro; dal modo in cui lo abbracciano e gli parlano, è evidente che il Fuggiasco ha trasmesso loro qualcosa di speciale, non solo nozioni tecniche. Ci hanno colpito particolarmente le testimonianze di Manuel Agnelli, sincero ammiratore del maestro, e di Marco Mengoni, a tratti delizioso nella sua ironia. L’unico appunto da fare al documentario riguarda forse proprio la partecipazione di questi “ospiti”: a partire dal trailer, un po’ eccessiva, senza dubbio necessaria per attirare il pubblico dei più giovani, ma si poteva circoscrivere in modo più efficace.

Si esce dal cinema arricchiti e anche un po’ commossi. Non si tratta di un racconto celebrativo di una carriera seppur splendida e multiforme; è un percorso di grande onestà intellettuale alla ricerca della propria identità. Un percorso che non si limita alla stagione della Pfm e di De André, sostenuto da una regia attenta e mai invadente. Perché, come ha detto Mauro Pagani, sono i compagni di viaggio che ti dicono dove guardare e dove andare. La solida esperienza di musicista ha permesso a Pagani di diventare uno stimato produttore discografico e direttore artistico di vari festival, ma la cosa più appagante è vedere questo bel signore dagli occhiali blu che sorride, con la stessa dolce inquietudine di 50 anni fa, mentre annuncia l’uscita imminente del suo nuovo album. Si intitola: "Tutto è già qui".