Scoundrel Days, i tre ragazzi immaginari dei fiordi norvegesi

24-08-2025
Un nome che sembra un'esclamazione uscita da un fumetto, un frontman con un fisico da modello e un sound melodico e plasticato nel classico stile dei frivoli 80's. Come potevano, gli a-ha, pensare di poter superare indenni le forche caudine della critica? Impossibile, almeno nel breve termine, perché poi, come spesso accade, il tempo galantuomo avrebbe restituito anche alla band norvegese la patente di credibilità negata all'epoca, anche a dispetto delle tonnellate di dischi venduti e della freschezza di brani che in breve tempo riuscirono a fare breccia nell'immaginario collettivo. Un successo commerciale del tutto inaspettato per quei "tre ragazzi immaginari" dei fiordi norvegesi, cresciuti con il mito dei Doors e del rock degli anni 60-70, ma pienamente consapevoli di quali fossero i suoni e gli umori dominanti del decennio più colorato e glamour.

Lungo i fiordi

L'embrione degli a-ha prende vita lungo i fiordi norvegesi, ma con un altro nome. Si chiama infatti Bridges la formazione che annovera i due giovanissimi Pål Waaktaar (allora quasi diciannovenne) e Magne Furuholmen (non ancora maggiorenne, ma già abile tastierista). Insieme a loro, ci sono Viggo Bondi e Øystein Jevanord, musicisti in erba che non avranno la fortuna di imbarcarsi nella seconda vita del gruppo, quella all'insegna della sigla a-ha. Il loro debutto su 33 giri "Fakkeltog (A Torch-light Procession)", stampato in mille copie nell'estate del 1980, rivela un'inaspettata maturità compositiva e una notevole capacità tecnica strumentale. Con il fantasma di Jim Morrison e dei suoi Doors ad aleggiare spesso. L'esperienza dei Bridges, in ogni caso, è destinata ad arrivare presto al capolinea. Waaktaar e Furuholmen, infatti, vogliono lasciare la Norvegia per raggiungere Londra in cerca del successo. Così l'atto secondo, "Våkenatt", resta seppellito nel cassetto e nel 1982 la band si scioglie.
Prima di tentare l'approdo nella mecca londinese, però, i due compari entrano in contatto con un talentuoso e affascinante interprete di nome Morten Harket e dal curioso background per un frontman di una band pop-rock: ha studiato Teologia in un seminario, anche per trovare riparo da un sistema scolastico che gli ha mostrato il suo volto più violento e intollerante, con gravi episodi di bullismo che ne hanno scalfito la delicata sensibilità. I tre si ritrovano a Oslo, a casa di Magne, per far ascoltare al futuro cantante un po' di materiale composto nel frattempo: la prima cosa che Morten sente è il riff alla tastiera di "Take On Me" (che all'epoca si chiamava "The Joyfruit Song" e prima ancora "Lesson One").
Sarà proprio la presenza del fascinoso Harket dagli occhi a mandorla e dagli zigomi arrotondati il passe-partout per l'agognato boom mondiale. Complice l'aspetto fisico, ma anche e soprattutto un'ugola senza molti uguali, che ne farà uno dei vocalist più apprezzati del decennio. È il 14 settembre 1981 e il gruppo, ancora senza nome, si forma.

A Londra, i tre approdano alla corte di John Ratcliff. Il produttore inglese, che lavorerà anche con i Dexy's Midnight Runners, resta folgorato dalla vocalità cristallina di Harket e dalla raffinata sensibilità dei norvegesi. Tutto è pronto per il varo ufficiale del gruppo, al quale manca solo il nome. Galeotto sarà un titolo di un brano rinvenuto da Morten nel quaderno di appunti di Pål: "Il pezzo era terribile, ma quel nome era perfetto per noi", racconterà divertito Harket qualche anno dopo. Una sola parola: "a-ha", "un termine di accezione positiva che non significa niente in particolare", come spiegherà Waaktaar nel 2005.
Trasferitisi in pianta stabile nello studio di Ratcliff, i tre norvegesi vengono affidati alle cure di un guru degli studios come il produttore Tony Mansfield, colui che farà la fortuna di artisti come Captain Sensible, Naked Eyes, The Rescue e The B-52's. Mansfield porta in dote diverse idee e uno strumento fondamentale come il Fairlight CMI, un'avanzata workstation digitale in grado di donare al suono un tocco futuristico. Nel 1984, dopo numerosi tentativi falliti, gli a-ha pubblicano il singolo che avrebbe cambiato per sempre la loro vita. Accompagnato da un geniale video animato con avanguardistica tecnica in rotoscoping, in bilico tra cartoon e realtà, a cura del regista Steve Barron, "Take On Me" fa collassare le classifiche mondiali e ne espugna la vetta in diversi paesi, tra i quali anche gli Stati Uniti. Un exploit inimmaginabile, che spinge la band norvegese a pubblicare nello stesso anno anche il primo album, "Hunting High And Low". E qui si scopre quanto la definizione di one hit wonder sia davvero maldestra, se applicata agli a-ha. Oltre al secondo singolo estratto - la splendida "The Sun Always Shines On Tv", il disco sfodera brani raffinati e suggestivi, come la struggente title track, l'epica "Living A Boy's Adventure Tale", la più elettronica "Here I Stand And Face The Rain".
Gli a-ha dilagano nelle radio di ogni angolo del globo. E il successo è ormai irrefrenabile. "Hunting High And Low" venderà oltre 11 milioni di copie in tutto il mondo e proietterà la band norvegese in un tour mondiale di successo.

a-ha - Scoundrel Days

The difficult second album

Nel periodo di gestazione del secondo Lp, gli a-ha sono impegnati in un mastodontico tour che li vede spaziare dal Canada all'Australia e al Giappone. Naturalmente il successo dell'esordio aveva ingenerato aspettative enormi, che Magne sintetizza così. "Ci attendevamo che il pubblico ci dicesse: 'ma in questo disco non c'è una Take On Me!'. Sì, ed è una grande cosa, avremmo risposto". Morten chiarisce il concetto: "Cercavamo la libertà di divertirci con la musica, di sperimentare nuove idee, ma avvertivamo tutta la pressione del successo che il primo disco ci aveva portato". Nel bloc notes della band riaffiorano vecchi brani, composti prima dell'uscita di "Hunting High And Low", in genere più cupi ed ermetici. Proprio alcuni di questi finiranno tra i solchi del nuovo disco, facendolo così apparire curiosamente più un prequel che un sequel dell'album d'esordio.
Ma la creatività dei norvegesi in quel periodo è vulcanica, proprio come il paesaggio di Haleakala, nelle Hawaii, che campeggerà sulla copertina di "Scoundrel Days" ("Giorni maledetti") registrato in buona parte agli RG Joens studio di Wimbledon. Un lavoro che Magne Furuholmen sintetizza così: "È l'album che più di ogni altro riflette tutti gli aspetti degli a-ha e la nostra provenienza musicale, dal pop puro all'epica malinconica. Avevamo tracciato la strada che volevamo percorrere musicalmente senza guardare indietro e incuranti di quello che avrebbero pensato i discografici che ci chiedevano un'altra 'Take On Me'". Anche la copertina, in fondo, contribuisce all'operazione, togliendo la fisicità dei tre teen idol norvegesi dal centro della ribalta e rimpiazzandola con quelle suggestive immagini paesaggistiche.

Non basterà, però, per convincere critici come David Quantick, che dalle colonne del New Musical Express lo etichetterà come "un prodotto piuttosto ordinario degli 80's con le solite batterie moderne e i sintetizzatori taglienti", riconoscendone però quantomeno la "vena malinconica". Ci sarà però anche chi, dalle parti di Smash Hits, si accorgerà del mutamento in corso, definendo il disco "più aspro e ambizioso dell'esordio".
Fatto sta che "Scoundrel Days" è sì meno diretto del predecessore, ma non certo carente di melodie riuscite e di brani orecchiabili, capaci di fissarsi in seduta permanente nella mente dell'ascoltatore. In primis il 45 giri "I've Been Losing You", dal forte appeal sinfonico, tutto giocato su un sapiente utilizzo degli strumenti a fiato e delle percussioni, con Harket proteso in una nuova escursione vocale, che si fa particolarmente audace nel melodioso ritornello. Apparentemente romantico, il testo cela in realtà la storia di un killer (introdotta con tanto di colpo di batteria a mimare uno sparo) che si mostra quasi incredulo delle sue azioni: "Yet I did it all so coldly/ Almost slowly/ Pain for all to see" ("Eppure ho fatto tutto così freddamente/ quasi lentamente/ palese per tutti") e poi scatta una vivida istantanea noir con il distico "I can still hear our screams competing/ You're hissing your s's like a snake" ("Riesco ancora a sentire le nostra urla competere/ Il tuo sibilare le s come un serpente"). Un singolo coraggioso, tutto sommato, che però non fallirà l'aggancio alla Top 10 del Regno Unito. "Il miglior tema per James Bond che non lo è mai stato", lo definirà John Bergstrom su Popmatters. Non a caso, proprio gli a-ha un anno dopo saranno ingaggiati per scriverne davvero uno: quello per "The Living Daylights" ("007 - Zona pericolo"), il film diretto da John Glen in cui a impersonare l'agente segreto sarà per la prima volta Timothy Dalton.

Non meno suggestivo è l'altro singolo "Manhattan Skyline", che alterna la dolcezza melodica da valzer delle strofe all'aggressivo e violento stile "elettro-metal" del refrain con tanto di assolo di chitarra elettrica, mostrando al tempo stesso il lato più ruvido e quello più romantico di una band che ha ormai trovato una via tutta sua nella sgargiante epopea del decennio Ottanta. Anche in questa occasione, ad accompagnare il brano è un video diretto da Steve Barron, stavolta occhieggiante agli scenari distopici ed eccentrici del mirabolante "Brazil" di Terry Gilliam. I connazionali Kings Of Convenience ne realizzeranno una curiosa cover nel 2001, suggellando così la loro devozione per gli idoli di gioventù (Erlend Øye, in particolare, confesserà che il primo disco che aveva acquistato era proprio "Hunting High And Low").
L'edizione originale del 33 giri ne mostra la natura sostanzialmente bipartita: un lato A più sontuoso e sinfonico, sostenuto a livelli di alta tensione emotiva, e una facciata B complessivamente più leggera e immediata. Ma non è tutto così rigidamente strutturato. Sul crinale tra i due stili, ad esempio, si situa l'appiccicosa "Cry Wolf", altro numero orecchiabile, dalla chiara confezione synth-pop, che strizza l'occhio alla coeva dance, con un'andatura briosa e divertita, che si concede anche improbabili imitazioni di ululati notturni (ma è sicuramente uno di quei brani che non potrà passare le succitate forche caudine della critica, nonostante l'ambiziosa citazione dostoevskijana del Raskolnikov di "Delitto e castigo").

Ma basterebbe ascoltare anche la sola intro a tinte horror della title track per accorgersi che gli a-ha del "difficult second album" sanno anche osare e sperimentare oltre il recinto della loro comfort zone, lambendo territori new wave (non a caso, l'embrione del brano era un pezzo di nome "The Leap", concepito ai tempi dei Bridges e apertamente influenzato dai Joy Division). Come ricorda Guido Gherardi su OndaRock, "Scoundrel Days" si apre con un martellante incedere di tastiere, che scandisce il procedere di strofe dai versi agghiaccianti interpretati con cinica amarezza da Morten. La durezza delle strofe, che esprimono in versi alquanto criptici un opprimente senso di angoscia, si alterna alla contrastante ariosità del ritornello, che tradisce, al contrario, un insopprimibile desiderio di speranza e d'amore. La tensione emotiva e il contrasto stridente sono mantenuti nel corso del brano fino all'ultima nota, urlata con dolore da Morten contro il nulla". Pur non essendo mai stato pubblicato come singolo, "Scoundrel Days" diverrà uno dei brani più amati dai fan, oltre che dallo stesso Magne che lo eleggerà a suo pezzo preferito del gruppo. E non mancherà quasi mai nelle scalette live degli a-ha.
Analoga vena cupa e malinconica anima "The Swing Of Things", che dietro la muraglia di synth e gli arzigogolati riff di tastiere cela un senso di ansia e desolazione con versi come "Oh, but how can I speak of the world/ Rushing by/ With a lump in my throat/ And tears in my eyes" ("Oh ma come posso parlare del mondo/ che fugge frenetico/ avendo un nodo alla gola/ e le lacrime agli occhi"), o ancora: "Oh, there's a worldful out there/ Of people I fear" ("Oh c'è un mondo la fuori/ di gente che temo"). Prezioso, in particolare, l'arrangiamento di synth/chitarra puntellato dall'incalzante drumming a cura del sessionman americano Michael Sturgis. Del brano saranno pubblicate varie versioni dai registri leggermente differenti: dalla gelida new wave delle edizioni demo alla maestosità del live "How Can I Sleep With Your Voice In My Head" del 2002. "The Swing Of Things" ispirerà anche il titolo del libro sulla band curato da Jan Omdahl, aggiornato e ripubblicato nel 2010.
Spiazza anche l'intermezzo intimista della trasognata, nebbiosa "October", con un elegante arrangiamento di basso, tastiere e ottoni sintetici che rimanda vagamente alle ambientazioni di Burt Bacharach e una interpretazione soffusa di Harket, i cui sussurri bisbigliati aggiungono un ulteriore tassello alla sua versatilità di vocalist.

Ma anche i brani volutamente più easy listening della seconda facciata, come "We're Looking For The Whales" o "Maybe Maybe", trasudano grazia ed eleganza dietro la loro superficie luccicante, mentre "Soft Rains Of April", con i suoi archi sintetici, i ricami del clavicembalo e gli intarsi di synth, fa calare il sipario in un'atmosfera delicatamente melanconica e nostalgica, evocando piovigginosi pomeriggi scandinavi paragonabili a quelli di "Rainy Day Memories", la canzone inclusa dagli svedesi Secret Service (quelli di "A Flash In The Night") nel loro bestseller a 33 giri "Cutting Corners" di quattro anni prima.
Il tocco leggero del produttore Alan Tarney, arruolato per ripetere la formula magica dei primi successi della band norvegese, contribuisce a donare solidità e una confezione melodica sostanziosa, anche se all'interno di un chiaro percorso di allontanamento dal facile sentiero pop dell'esordio. Ne scaturisce un caleidoscopio di melodie e atmosfere, leggere e malinconiche, graziate dal canto impeccabile di Morten Harket, sempre più maturo e consapevole della sua smisurata potenza vocale da baritenore C2-B♭5: un potente falsetto con una particolare estensione vocale per cinque ottave, che gli permette di alzare la voce in alti picchi vocali e di scendere in bassi piuttosto profondi.
Non possiede le hit schiacciasassi di "Hunting High And Low", ma per la sua compattezza e versatilità, "Scoundrel Days" può oggi essere considerato l'album "classico" degli a-ha per eccellenza, con quelle sue dieci tracce pressoché perfette, che scorrono via senza intoppi dall'inizio alla fine. Nel 2010 verrà rimasterizzato in digitale, assieme all'esordio, da Bill Inglot e Dan Hersch e ripubblicato dalla Rhino Entertainment, pregiata etichetta affiliata alla Warner Music e specializzata in ristampe e antologie, arricchiti con un'impressionante mole di extra track.

Restando sulle stesse strade

Il successivo "Stay On These Roads" fornirà un risultato più incerto, pur rappresentando l'ultimo vero grande successo commerciale degli a-ha prima della reunion all'alba del nuovo millennio. Il cammino successivo della band norvegese è infatti andato avanti a luci intermittenti, tra rimpatriate, annunci di nuovi scioglimenti e cambi d'assetto. Ma anche in questa seconda fase matura di Harket e compagni non sono mancate le prodezze. Nel 2005 l'album "Analogue" li riporterà in cima alle classifiche del Regno Unito. E non va sottovalutata, ad esempio, la maturità compositiva di un disco come "True North" (2022), accompagnato da un omonimo docu-film del fotografo Stian Andersen e registrato in due giorni alla sala concerti Svømmehallen di Bodø, in collaborazione con la locale orchestra Arctic Philarmonic che si era già guadagnata apprezzamenti al servizio di Philip Glass e Anneli Drecker dei Bel Canto.
Eppure, analogamente a Duran Duran, Spandau Ballet, Wham! e compagnia, gli a-ha saranno a lungo identificati con un'immagine da boyband con cui potevano condividere al massimo l'alone lasciato sulle pareti dai vecchi poster appesi in cameretta. Poi però, con il passare degli anni, la percezione della formazione norvegese muterà in modo sostanziale. Come ricorda Alessandro Liccardo su OndaRock, infatti, "oltre alla solita devozione delle fan, sono arrivati autorevoli attestati di stima da molti colleghi - tra cui i Coldplay (che hanno proposto dal vivo in diverse occasioni "Hunting High And Low"), Morrissey, Carl Perkins e addirittura Leonard Cohen. Il loro sound è stato in seguito emulato con successo dai Keane e dai Novastar e non sono stati in pochi a riconoscere quanto "The Sun Always Shines On Tv" abbia influenzato la hit "Beautiful Day" degli U2", rubandole praticamente il ritornello - aggiungiamo noi. Poi ci sono i numeri - come quelli dei dischi venduti: 35 milioni - e, a volte, persino i record. Fino al 2017 gli a-ha hanno detenuto il guinness dei primati per il concerto con pubblico pagante più affollato della storia, con le 198.000 persone di Rio de Janeiro del gennaio 1991.

Gli eroi nordici in bianco e nero del fumetto di "Take On Me" hanno svelato nel tempo tutti i colori dei loro vulnerabili sentimenti. Un cuore caldo, vivo e pulsante che ha saputo contrastare la fredda precisione dei sintetizzatori. E nonostante le recenti tristi notizie sulla salute di Morten Harket, che rivelato pubblicamente di essere affetto dal morbo di Parkinson, i giorni maledetti degli a-ha sono ancora lontani dalle ombre del crepuscolo.

a-ha su OndaRock

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