Nunsexmonkrock, la follia espressionista di una suora punk

10-02-2026

Get up, stand up for the black revolution
For the revolution of the revolution
Get up, stand up!

Quante voci potremmo definire inconfondibili nel panorama del rock? Beh, sappiate che tra queste vi è certamente quella della cantante berlinese Nina Hagen, ribattezzata “la madrina del punk tedesco”. Almeno una volta nella vita vi sarà capitato di assaporare la bizzarria tipica delle sue composizioni, alternate da graduali salti nel vuoto e schegge di follia inaudita. Attiva inizialmente in qualità di cantante schlager, si trasferisce a Londra nel 1976 e vive appieno l’esplosione del punk, fenomeno che abbraccia in etica ed estetica. Difatti un anno dopo fonda a Berlino la Nina Hagen Band, assieme al chitarrista Bernhard Potschka, al bassista Manfred Praeker, al batterista Herwig Mitteregger e al tastierista Reinord Heil. Un progetto musicale che si scioglie nel 1979, in seguito all’ascesa della carriera solista della frontwoman.

In un’originale miscela di rock tedesco e puro glam, il debutto omonimo della band (Cbs, 1978), prodotto dall’ingegnere del suono berlinese Tom Müller, viene tenuto d'occhio dalla critica e col tempo diventa una vera e propria pietra miliare.
Successivamente, Hagen inizia a lavorare negli Stati Uniti, riscuotendo parecchio successo grazie ad alcuni singoli pubblicati durante i primi anni Ottanta. In questo contesto, il bislacco “Nunsexmonkrock” (Cbs, 1982), frutto del produttore inglese Mike Thorne (Wire, Colin Newman, Soft Cell, Laurie Anderson, Peter Murphy), si può considerare come l’esordio effettivo della cantante tedesca. Quella presa in considerazione in questo articolo è la compilation del 1991 che racchiude questo lavoro con quattro pezzi iconici suonati dalla Nina Hagen Band.

Nina Hagen - Nunsexmonkrock


Rappresentato dalla radiosa copertina del fotografo berlinese Jim Rakete, nel ritratto della cantante in vesti diametralmente opposte alla sua immagine pubblica – un'improbabile madonna truccata con in braccio un neonato su uno sfondo variopinto – il disco si apre con lo space-punk “Antiworld”, che si avvale di un solido crescendo iniziale e di una narrazione a dir poco grottesca per l’epoca: tra voci sfasate, chitarre fuoriuscite dagli inferi e una batteria tribale palpitante, un’irrequieta Hagen ci racconta di quella volta in cui Gesù incontrò un uomo posseduto dal demonio. L'eterno ricatto della religione cattolica - “Do you see if you only could believe, Jesus said/ Everything is possible for those who believe” - viene ridossato su testo e la madrina del punk tedesco sposa questo concetto con un’atmosfera compositiva a tratti apocalittica. Ogni speranza, dunque, è vana.
Il post-punk occulto di “Smack Jack” gioca bene le sue carte. Hagen dimostra una volta per tutte le sue formidabili doti vocali, capaci di sbalordire chiunque attraverso un approccio androgino e a dir poco evocativo. Spasmodica e senza sfreni, la traccia si trasforma improvvisamente grazie al suo frenetico ritornello new wave, nel quale la follia hageniana, la batteria di Allan Schwartzberg e la chitarra di Chris Spedding la fanno indubbiamente da padroni.



Introdotto dai sintetizzatori neo-psichedelici di Paul Rostler, il breve brano art pop “Tiatschi” si sposa delicatamente con l'attitudine infervorata della nostra, la cui esecuzione teatrale destabilizza durante l’ascolto, seppur questo venga arricchito da un pianoforte a tratti martellante.
L’art punk di “Dread Love” presenta una Hagen totalmente dissociata dalla realtà. Corpo e anima si fondono per creare l’essere perfetto... oppure un mostriciattolo simil-Gremlins? Tra una batteria scatenata e il basso stralunato di Karl Rucker, ci troviamo di fronte a un paradossale sdoppiamento di personalità: se da una parte abbiamo un essere indefinito, a metà tra la freddezza di un robot e la ripugnanza di un demone, dall’altra vi è una bambina sgraziata e imprudente che non la smette di gridare. E sul finale del brano Nina pronuncia “nunsexmonkrock”, ovvero la liturgia del “rock monastico” alla quale stiamo assistendo.

1968 is over (it’s over!) 1981 is over... Future is now!



Scandita da un elegante organo Hammond, la celeberrima “Future Is Now” si denuda delle sue stravaganze più misteriose. A distanza di una decina d’anni dalla rivoluzione sessuale – una delle prime esecuzioni del brano risale al 1979 – Hagen ripropone la nozione di cambiamento al suo pubblico: chiunque si interessi a un possibile rimedio delle problematiche sociali, avrà i suoi quindici minuti di popolarità warholiana, basta che blateri incessantemente, condendo il tutto con della sana e sicuramente non ipocrita retorica per abbracciare i consensi più disparati; il resto è noia. Rimembranze alla Klaus Nomi imperversano nervosamente all'interno della composizione, che dal lento art rock iniziale si sposta verso una sfacciata e moderna frenesia alla Neue Deutsche Welle (new wave tedesca). Hagen è uno spirito libero dalle doti trasformiste: passa dall’essere una cantante d’opera, al culmine del suo operato artistico, al vomitare l’animo iracondo di un’adolescente in piena crisi ormonale. Ed è per questo che la adoriamo.

Nel coinvolgente dance-punk di “Born In Xixax” colpisce in particolar modo il ritmato riff di chitarra elettrica, egregiamente punk-rock ma ben distinto nell’immaginario occulto e dai tratti insolitamente calmi della traccia. Al contrario, nella successiva “Iki Maska” il caos regna sovrano. Hagen si sdoppia nuovamente attraverso effusioni senza fine che costituiscono un favoloso e dominante assolo vocale.
Sulla scia della minimal wave, “Dr. Art” vien fuori di getto come un semplice scarabocchio su un foglio di carta. Il contesto si attenua a un primo impatto e, per come viene percepito, il brano potrebbe essere l’alter ego di una ninna nanna: a privilegiare l’esecuzione sono l’ipnotismo incredulo della drum machine e gli arrangiamenti vocali, nonché il risultato di un trip lisergico.
Nonostante la sua apparente natura radiofonica, il pop sarcastico di “Cosmic Shiva” – dedicato alla figlia Cosma – si traveste da pezzo circolare, contaminato essenzialmente da elementi disco-funk, dimostrando una maturità non indifferente sul piano produttivo.

E siamo alle battute finali: “Ufo”, in origine la traccia conclusiva di “Nunsexmonkrock”, stravolge totalmente ogni forma e sostanza, avendo come tematica portante la fascinazione per gli incontri ravvicinati del terzo tipo. Da non sottovalutare minimamente la capacità del brano nel riuscire a mantenere un costante senso di disagio e inquietudine durante l’intero ascolto.
Gli ultimi pezzi presenti nella tracklist della compilation, realizzati per l'appunto con la Nina Hagen Band, spiazzano per la differenza stilistica dovuta a un approccio cabarettistico e molto più vicino a sonorità glam-punk. Difatti, il deutschrock di “TV-Glotzer (White Punks On Dope)” vede un brillante incontro tra l’emotività fremente di Patti Smith e il carattere ribelle dei New York Dolls.
Non meno importanti il dinamico art rock di “Superboy” e l’irrefrenabile dance-punk di “Wir Leben immer...noch (Lucky Number)”. Un discorso a parte, invece, per la hit “African Reggae”: con questa micidiale combo punk-wave-dub-yodel ci ritroviamo di fronte probabilmente a uno di quei piccoli capolavori del pop rock di fine anni Settanta che, con disinvoltura, si è ritagliato uno spazio considerevole tra i fan della cantante nel corso del tempo, divenendo un pezzo di culto venerato come pochi.
Ancora una volta, dunque, la madrina del punk tedesco resetta i canoni del rock convenzionale, celebrando la follia espressionista.

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