Antenne

Notturni danesi

di Alessandro Biancalana, Alberto Asquini

Distese notturne velate d'una sottile coltre. L'amalgama sonoro degli Antenne apre a visioni stellari, mischiando spirito trip-hop, fredde brezze wave, tepori slow-core, ambient e venature dark. Ecco la storia di una meteora passata inosservata. Ecco la storia di un miracolo danese
La musica nata da fredde lande settentrionali evoca, sovente, atmosfere vagamente misteriose, sul crinale fra sensazioni glaciali ed emozioni appaganti. Gli Antenne, provenienti dalla meravigliosa Danimarca, ricalcano in maniera più o meno fedele tale enunciato.
I componenti di questo duo danese sono Kim G. Hansen e Marie-Louise Munck. Il primo ha militato nel duo industrial Institute For The Criminally Insane riuscendo a pubblicare nel 1994 un album intitolato “Gekippt”, discreto compendio fra Ebm scabrosa ed elettronica inferocita. Marie-Louise ha coltivato, sia prima che dopo la conoscenza con Kim, l’esperienza negli Amstrong. In questo caso ci si aggira nei dintorni di un risultato tutto sommato ragguardevole e deliziosamente di nicchia, molto simile agli Antenne, fra trip-hop e cesellature oscure. Gli album sono ben tre (“Sprinkler” (1999), “Hot Water Music” (2001), “Lack Of You” (2005)), nei quali gli amanti degli intarsi acidi dei Primal Scream di "Exterminator" troverebbero di che gioire.

L'incontro con Marie, avvenuto intorno al 1999, unito alla scoperta del computer come “strumento” di composizione, ha stravolto il modo di concepire la musica di Kim. Una voce femminile così fatata non poteva che meritare un contorno musicale delicato, oscuro, crepuscolare, ovvero tutto ciò che non si presagiva dal background dai lineamenti estremi, maturato dalla controparte maschile del duo. Fedeli alla loro passione per un suono grumoso e spesso cadenzato da docili tocchi ritmici, gli Antenne sfuggono a ogni definizione mirata e circostanziata.
Nel corso delle tappe coincidenti con le loro tre opere, la formula utilizzata è spesso variata grazie alla rara poliedricità compositiva di Kim G. Hansen, autore di musiche, arrangiamenti e mixing. Tutti questi elementi si collocano in prossimità di un trip-hop dalle tinte fosche e straziate, che trova il proprio comune denominatore nell’attitudine alle atmosfere oscure, mai troppo sostenute, ma sempre immerse in un’oasi colma di ottenebrante terrore sopito, capace di evocare distese medievali in cui nebbia, umidità e un timido vento la fanno da padrone. Dal punto di vista tecnico, oltre al già citato trip-hop, si ritrovano gracili rimandi all’era d’oro del dream-pop, retaggi electro ormai sopiti (i primi glitch applicati al pop apparirono intorno alla fine dei 90) e una leggera brezza new wave proveniente dalle precedenti esperienze di Kim. L’altro elemento che marchia a fuoco la musica del duo danese è la voce di Marie-Louise Munck, paragonabile a un miracolo divino: le melodie fin qui accompagnate dal canto, anche dal solo vocalizzo sussurrato a mo’ di anelito, trasformano banale silenzio in frangenti strazianti, sobbarcandosi l’onere di una decorazione elevata a elemento essenziale.

La loro carriera prende il via con #1 che, può già considerarsi la loro opera più riuscita. Nove tracce colorate da un grigiore autunnale, disturbate solo minimamente da una componente elettronica offuscata, con cui gli strumenti classici si intrecciano per creare un’atmosfera complessiva fuori dal comune. I primi suoni di “Here To Go”, la traccia iniziale, sono l’ingresso in un mondo a sé stante: parte sommessa, con un rullante attorniato da stelle digitali, sul quale, dopo pochi secondi, appare, come il sole all’alba, la voce di Marie, molto simile a quella di una certa Beth Gibbons, ma forse ancora più caratteristica. Le parole incantano, si perdono nel vuoto, mentre le particelle elettroniche sprizzano colori. Suonano le parole, insieme agli altri apparati sonori, in un canto dolce, triste e leggero, come sfoglie di legno sotto una luce grigiastra. Il tutto svanisce, si disgrega, fino al finale, e nemmeno ci siamo accorti che sono già passati sette minuti.
“Like Rain” azzarda l’episodio trip-hop in cui la componente ritmica prende il sopravvento, incastrando un groove minimale insieme al cantato quasi sussurrato. I lamenti del sintetizzatore, accoppiati al beat, si arricchiscono, in un secondo momento, con un drone pieno di angolature, una chitarra appena udibile, gracili clangori acustici. In sottofondo, quasi come fosse un gemito nascosto, la voce viene costretta a ripetersi, in un loop ipnotizzante. Il passaggio si chiude con un rumore bianco minimale per fare da introduzione al pezzo successivo: “Let Me Ride It”. Episodio completamente strumentale, basato su uno sfrigolio digitale, un tappeto di tastiere ambientali, vari campionamenti sonori, e un tono pacato fino alla metà, quando, all'improvviso, compare un rimbombo percussivo, poi amplificato progressivamente, accompagnato dal finale magico e fatato, incentrato su un timbro ovattato. Giunge infine “Whispering”, già epitaffio programmato e scintilla lucente: lievi glitch sotto un contorno di sporcizia sonora, una chitarra suonata con il cuore in gola, ancora una volta, la voce di Marie in primissimo piano. Si parla di sussurri, speranze, paure: “There’s no words, I am just waiting. There’s no sleep, I am just floating...”. Una tromba, nei frangenti di assenza del cantato, borbotta scomposta, insieme alla chitarra che scappa via, veloce e imprendibile.
Altro strumentale dal fascino notturno è “PPG Hold PRG.1”, basato su un ritmo a bassa battuta, gocce di suono centellinate con precisione, quasi a scovare un punto di collisione fra le musiche dark-ambient e il trip-hop strumentale. Nella traccia successiva, “Moving Slow”, si insinua invece una melodia indecisa, a far da anticamera alla solita favola trasognata espressa anche con parole come queste :”Moving slow, across the skies... Big big wheel... Hold on... to nothing... Falling away... flaming gold”. Sei minuti di completa immersione in un cosmo sospeso e immaginifico. L’asso nella manica, però, deve ancora venire: come penultima traccia, c’è “Something Not To Do”, ove la sovrapposizione iniziale fra un sintetizzatore moog d’altri tempi e un un loop digitale colpisce subito al cuore. Quando poi, dopo pochi secondi, il canto inizia a fluire, il tempo si ferma: "Cold rain, is falling down... Down and down, thru the night... Black night, last forever... down and down in my heart... Something not to do but only know, something not to do but only know”. La musica, a questo punto, è soltanto un contorno di ottima qualità, compagno di pari importanza rispetto alla voce, un abbellimento. La conclusiva “Memo”, ennesimo strumentale dal fare tenue, chiude il disco senza rancori, con alcuni frangenti molto evocativi, melodie circolari, bollicine elettroniche galleggianti.

Subito dopo l’uscita del disco, viene pubblicato il maxi singolo di “Here To Go”, con remix molto interessanti da parte di Full Swing, Zammuto, Accelera Deck e Metamatics. Al suo interno si trova anche un inedito intitolato “Going Nowhere”, astratta opera di sottrazione minimalista.

A due anni di distanza dall'immensa opera prima, il duo danese sforna un disco che si pone sulla scia di #1, ampliandone i territori esplorati con una vena particolarissima. Nelle sue sette tracce, #2 ripercorre percorsi già battuti nell'esordio, colorando però il tragitto di tinte nuove. Se la neve, le gelate brezze di gennaio, i cristalli di ghiaccio che paiono pendere dagli aghi dei pini erano musicalmente quanto di più vicino ci fosse all'immersione di #1, ecco che con il disco del 2002 si esplorano tinte autunnali, fatte di note soffuse, chiarori accennati, tratti caldi e di un avanzare lento, che copre il suono in tutto il suo svolgersi. Proponendo un amalgama tanto originale quanto emozionante, il duo sforna un disco coinvolgente, che mischia l'attitudine trip-hop con note del miglior slow-core.
Non a caso la prima traccia è una cover di "Black Eye Dog", originariamente scritta da Nick Drake. Fondendo glitch, respiro affannoso e note di pianoforte, l'impatto iniziale riesce a essere devastante: il canto sinuoso si innesta in un'atmosfera senza tempo, si scorgono visioni mistiche fuori dal mondo, mentre una tastiera dipinge la circolarità del suono che avvolge e scompare. Nei quasi nove minuti di "Not Sad", l'arpeggio di chitarra, accompagnato da un leggerissimo e impercettibile rullante, si reitera in maniera quasi ossessiva, accompagnato da accenni jazz, non distanti da quelli dei Bark Psychosis, in un moto perpetuo in progressiva dissoluzione verso un mare magnum di densi sfilacciamenti elettrici che accompagnano la voce di Marie-Louise.
"Annex Aug", che pare un vero e proprio divertissement, è forse la nota stonata dell'album: una coltre elettronica, dai tratti vagamente industrial, che si perde in sé stessa. A chi pensava che "Annex Aug" potesse essere l'inizio della fine, ecco che giunge alle orecchie "Across The Way": un glitch granulare in sottofondo disturba in maniera lieve la melodia di una chitarra che insiste sempre sulle stesse note, accompagnata da soavi campionamenti d'archi e da una voce da lacrime. E, all'ascolto di "Dead Dreams", tutto si potrà dire tranne che siano sogni morti quelli teorizzati dal duo. Il moto uniforme, lucido eppure sporcato nella sua limpida essenza da tratti shoegaze, deflagra nella più dolce delle collisioni. La spettrale "Cleary Wrong", sospesa tra riverberi elettronici e immersioni ambient, apre le porte alla conclusiva "Sunwalk", sicuramente uno degli episodi più particolari e sperimentali del duo. Mescolando lievi tepori psichedelici e marcate linee di basso, con in sottofondo tenui accenni di tastiere old-school, gli Antenne costruiscono un brano dai contorni dilatati che non sfigurerebbe affatto nel repertorio dei primissimi Air.
Innovando e rinnovandosi, il duo danese, si destreggia con innata abilità nel suo microcosmo sonoro, emozionarndo e risultando a tratti realmente maestoso. Inferiore al precedente, con un solo difetto: quello di arrivare dopo un capolavoro.

Dopo un biennio di discreta prolificità discografica (‘00/’02), la band osserva un periodo di riposo molto lungo, infatti, l’opera successiva sarà proprio “#3”, uscito a metà maggio del 2008. In questi sei anni di inattività della band madre, i due componenti rimangono comunque più o meno attivi con interventi o collaborazioni all'interno di opere altrui. Nel 2002 la band collabora con un’artista danese (Lise Westzynthius) suonando un paio di strumenti (chitarra e synth) e curando il mixaggio e la produzione in un pezzo: “French Leave”. Sia la canzone in oggetto che l’album (“Heavy Dream”) esplorano territori leggermente più ruvidi, con risultati alterni ma molto interessanti.

Fino al 2005 l’attività risulta sopita, finché spunta una stuzzicante partecipazione di Marie-Louise all’unica opera solista di Norken: “Our Memories Of Winter”. Un tappeto sonoro così estraneo alle esperienze precedenti dell’artista risulta sorprendente, valorizzando le qualità della ragazza come performer. I tratti sonori, al limite di certe electronic-song adatte ad atmosfere da club notturno, rivelano particolarità molto interessanti del suo timbro vocale, svelando una insospettabile voglia di percorrere altre strade.

Viene poi pubblicato all’inizio dell’anno un split su un 12” fra la sigla Antenne e la band Cryptic Scenery, in cui si presenta uno dei pezzi di #3 (“Long To Kiss”), che rende la prima dimostrazione di come la maggior parte delle canzoni presenti nell’album siano state completate molto prima della sua data di pubblicazione.
Sempre nello stesso anno va rilevata la presenza di una versione acustica di “Black Eyed Dog” all’interno dell’album “The Bodyshop” dei Beequeen, la cui struttura, spogliata dagli arrangiamenti elettronici, dona all’interpretazione di Marie una magia incontrollabile.
Nel 2006 è da segnalare una stretta collaborazione con un altro ensemble danese dal nome Pellarin & Lenler. Nel loro “Going Through Phases” sia Maria che Kim scrivono insieme al duo “Taiko”, uno splendido affresco electro-pop da brividi. Nel complesso, tutto l’album si attesta su una qualità complessiva invidiabile, attraversando pulsioni dub, intromissioni dal calore ritmico soul e un pizzico di sfrontatezza in termini di commistione stilistica.
Nel 2007, viene invece ancora ripescata la cover di Nick Drake “Black Eyed Dog” all’interno dell’album “Lost Days, Open Skies And Streaming Trees” di Manual, in un remix meditativo, proponendone una versione placida e docilmente flemmatica. Nel corso di questi sei anni, come anche in precedenza, vanno segnalate anche le inclusioni di alcuni brani degli Antenne in numerose compilation. Fra raccolte che racchiudono artisti danesi e altre a tema stilistico, le più significative sono tre. Le prime due sono la colonna sonora di un film danese intitolato “Nordkraft” (2005), in cui è presente la magica “Whispering”, e la raccolta “Full Swing Edit” (2001), assemblata da Stephan Mathieu, dove troviamo un inedito già citato nel singolo di “Here To Go”, “Going Nowhere”. La terza merita una menzione speciale, poiché proposta da un’etichetta molto interessante, la Suspicious Records. La compilation si intitola “Broken Nightlights” (2006) e racchiude una serie di artisti elettronici europei capacissimi ma poco conosciuti, fra i quali Sunday Munich, Leaf, Saltillo e Clover. L’operazione di sdoganamento effettuata dalla compagine discografica (e dalla sua etichetta-madre, la Hive Records) è un vero e proprio miracolo musicale per chi ha voglia di scoprire nuove realtà altrimenti relegate nell’oscurità. L’inedito qui proposto si intitola “Redmoon” ed espone un lato incorporeo e molto fine, relegando la ugola di Marie a mero contorno per i suoni sibilanti e scomposti.

Superati i gravi problemi dovuti alla ricerca di una etichetta disposta a pubblicare #3, la band sul finire del 2007 riesce a trovare ricovero nella piccola ma interessante Helmet Room Recordings. Pochi adepti erano in trepidazione per l’uscita di quest’ultima fatica del duo: d'altronde, la scarsa visibilità data alle loro gesta non ha certo giovato nemmeno alla distribuzione delle opere, spesso deficitaria e insufficiente. Ciò che stupisce maggiormente delle composizioni degli Antenne, nel corso dei tre album, è indubbiamente la capacità di reinventarsi sempre da capo. Discostandosi dalle ombre slow-core del secondo disco e riavvicinandosi al trip-hop propriamente detto, #3 colpisce - ebbene sì ancora una volta - dritto dritto al cuore. L'incedere dimesso, le foglie cadenti e l'incalzare di qualche morbido beat decorano di sfumature oscure il terzo disco del duo. L'avvio è spiazzante: gli oltre sei minuti di "Long To Kiss" si colorano di riflessi arcaici, fondendo anima dark e venature (neo)classiche. E se all'ascolto della traccia d'apertura un sentimento di mestizia avvolge il cuore, il dolce tepore di "Gloves On", accompagnata da un video strappalacrime, riporta al cuore il sangue raggelato. Nel dipingere distese vuote, spoglie d'alberi e di anime, vive il lento scorrere delle note, accompagnate da uno splendido giro di chitarra.
I chiarori analogici che adornano tutto l'incedere di "Days Into Nights" paiono raggi stellati che illuminano a giorno una notte metropolitana, luci al neon in lontananza mentre il freddo si insinua fra gli abiti. E se la successiva "Trreaa#7" riporta alla memoria i frammenti meno cupi e desertici dei Pan Sonic, accenni dub degni dei migliori Thievery Corporation si insinuano in "Blue Light". "Ernst", nel suo avanzare tra campionamenti e pianoforte sporcato da una leggerissima coltre nebbiosa, potrebbe essere uscito benissimo dal repertorio dei Giardini di Mirò più sperimentali. Negli archi della penultima traccia, intitolata "End", in un moto circolare, gli Antenne riprendono l'austerità classica del primo brano, svolgendola divinamente assieme a una chitarra che regge la melodia verso una deliziosa deriva folk. Ancora una volta, come già in #2,  la traccia finale, "All Of Us", ricalca le note di un'elettronica che gioca a contaminarsi con una vena psichedelica decisamente sixties, in pieno stile Air.

Il terzo capitolo del duo danese emoziona, stupisce, commuove. Fondendo elementi distanti con un'innata naturalezza, gli Antenne fotografano tepori metropolitani in odor di una soave tenebra. Ed è dolce perdersi nel loro mare. #3 rimane coerente alle scelte stilistiche colte in passato, sintetizzando tutto ciò che la band ha ancora da dire in otto canzoni capaci di scorrere via come pugni di sabbia polverosa o di sedimentarsi negli spazi più reconditi della memoria di ogni, pur casuale ascoltatore.

Antenne

Notturni danesi

di Alessandro Biancalana, Alberto Asquini

Distese notturne velate d'una sottile coltre. L'amalgama sonoro degli Antenne apre a visioni stellari, mischiando spirito trip-hop, fredde brezze wave, tepori slow-core, ambient e venature dark. Ecco la storia di una meteora passata inosservata. Ecco la storia di un miracolo danese
Antenne
Discografia
#1 (Korm Plastics, 2000)

8,5

  #2 (Korm Plastics, 2002)

7,5

#3 (Helmet Room Recordings, 2008)

7,5

pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

ANTENNE

#3

(2008 - Helmet Room Recordings)
Dopo sei anni, nuovo emozionante album per il duo danese

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