Pan Sonic

Pan Sonic

Minimal-techno alla finlandese

di Alberto Asquini, Sandro Zinani

Tra rumorismi industriali, slanci d'avanguardia e spirito iconoclasta, i Pan Sonic si sono rivelati una delle formazioni più importanti di tutta la scena elettronica a cavallo tra anni Novanta e Duemila. Una discografia illimitata, culminata nell'epico "Kesto". Ecco la loro storia, intrecciata a una serie di progetti paralleli

Domanda: È vero che in una delle vostre prime performance ingoiaste dei microfoni?
Ilpo: Sì, quando io e Mika ci chiamavamo "Sine", dopo gli Ultra 3. Uno di noi ingoiò i microfoni e l'altro suonò il suo corpo battendogli il torso.


E’ la Finlandia dei primi anni 90 l’humus culturale in cui nasce e si sviluppa il progetto Pan Sonic. Una regione, quella scandinava, che in quegli anni assurgerà agli onori della cronaca sopratutto per le efferatezze che si consumeranno di lì a poco all’interno del panorama underground black-metal. Se da un lato le vicissitudini che scuotono la Scandinavia contribuiscono ad accendere i riflettori su una penisola fino ad allora snobbata dalla maggior parte dell’establishment musicale, lentamente si assiste alla scoperta di un sottosuolo musicale particolarmente dinamico che, confinato nelle gelide lande del Nord Europa, contribuisce a ripensare alcuni degli stilemi tipici della produzione musicale europea del decennio in corso.

Pan Sonic è il nome del progetto che in 17 anni di carriera riesce a innovare e portare nuova linfa al mulino di quella che possiamo considerare avanguardia elettronica europea. Gli anni 80 si chiudono registrando la proliferazione di nuovi modi di intendere il connubio uomo-macchina:dagli abissi nichilistico-rumoristi propri dell’ondata industriale albionica ed europea continentale passando a quelle forme di elettronica muscolare, tipiche dell’electro body music, che informeranno parte dell’evoluzione della dance music minimale.

Il  tandem Vanio-
Väisänen riesce a rileggere infatti isuddetti stilemi informandoli però di quell’elemento che diverrà uno dei tratti distintivi della produzione Pan Sonic: ovvero il digitale. Si chiude infatti l’epoca della produzione analogica e si apre invece l’epopea del nuovo suono digitale con tutto il portato di asettica precisione che ne deriva.

In poco più di un quarto di secolo, Pan Sonic è riuscito a volgarizzare, e rendere quindi accessibile, a un'audience vasta ed eterogeneaun’estetica sonora in cui caos rumorista, dilatazioni introspettive e minime geometrie ritmiche riescono a convivere armoniosamente, e minacciosamente, per indicare i nuovi sentieri del minimalismo elettronico anni 90-00.


La storia

E' il 1993 quando per la prima volta Mika Vainio e Ilpo Väisänen si ritrovano un po' per caso in Finlandia. Il primo, classe 1963, aveva alle spalle esperienze da dj, una passione crescente per i rave, l'acid house a quel tempo in voga e i martellanti tumulti industriali di Einsturzende Neubauten, Throbbing Gristle e Suicide, nonché per hip-hop e reggae. Ilpo, invece, da sempre il più tranquillo del duo, era uno studente anch'egli attratto dal mondo che girava attorno ai rave. Incontratisi a Turku, decidono di fondare un gruppo, i Panasonic, ai quali si unirà a partire dal 1994, ma solo per un paio d'anni, Sami Salo.
L'ascesa dell'allora trio, che incide un Ep per la Sähkö Recordings, è impressionante. Nel giro di pochi mesi, passano dai migliori live club d'oltreoceano alle mitiche session di John Peel. La loro miscela musica algebrica e fredda conquista un pubblico dapprima di nicchia, poi sempre più vasto (anche Mtv passa i loro video).
Da lì in avanti sarà un successo dietro l'altro.

Gli esordi - Panasonic

Nel 1995 arriva Vakio, primo vero full-length del duo. Vera e propria fotografia della cifra stilistica degli esordi dei finlandesi, Vakio è un lavoro glaciale. Nei quindici brani dell'opera prima,  Väisänen e Vainio trascendono la forma-canzone, componendo un inno alle macchine e alla civiltà post-industriale, un ideale bozzetto in bianco e nero per terre desolate.
E' un'alternanza spiazzante, quella proposta in Vakio: tracce più ambientali lasciano il posto a brani la cui sezione ritmica è più avvincente, e viceversa. Appiattendo gli umori più claustrofobici dell'Ep precedente, i Pan Sonic tracciano non-coordinate: "Alku" è dissonanza all'ennesima potenza, spettrale quanto impalpabile incedere. I rimbalzi ambient-techno leggermente sporcati di "RadioKemia" dannò il là ai vaghi sentori tribali, tutt'altro che calorosi, di "Vaihe" (i Black Dice ringraziano) e della bellissima "Hapatus", traccia che si muove retta da una acuta sezione ritmica che va in replay. E tra la meccanica tensione di "Urania" e l'apnea sonora di "Graf", i Panasonic lavorano costantemente su colori netti, senza lasciar spazio a variazione graduali di tinte.
L'ossessione di Vakio è il quotidiano, un quotidiano proiettato in un futuro fatto di segni e simboli. Tra deflagrazioni industriali e stasi ancorate al sottosuolo ("Reso", "Tela"), il duo finnico arriva fino ai due assi inaspettati del finale: "Kaasu" e "Sahkotin", intevallate dal saliscendi di "CSG-sonic", colpiscono dritte al cuore. La prima si articola su uno sostrato ambient, all'interno del quale prende corpo un lievissimo beat: è una foresta notturna, tra gufi e pipistrelli, lo scenario nel quale siamo immersi. La seconda, invece, detta legge, aprendosi con una cassa gentile sulla quale si innestano sottili glitch e funambolismi vari, in continua ascesa.
Il sound coniato dai Panaonic si eleva a simbolo, simbolo di un futuro non troppo prossimo e di un passato non troppo remoto.

Il successo della critica decreta fin quasi da subito l'importanza del progetto. Per il trio si aprirà un periodo d'oro, fra collaborazioni varie, soldout ai concerti e una sempre più ampia fetta di pubblico che li seguirà fedelmente. Non c'è voglia di fermarsi. A chi gli chiede quali siano le influenze di Vakio, Mika Vainio risponde facendo riferimento alla musica concreta, all'industrial e - un po' a sorpresa - al reggae e allo ska.

L'Ep Osasto è sicuramente una delle fatiche più a fuoco del duo. Su scenari industriali si fiondano i clangori più tetri e sinistri di un'aspra guerra combattuta a colpi di orrifici tappeti ambientali sui quali si innestano cupi beat concentrici. L'incedere robotico di "Uranokemia" sfonda gli argini della coscienza umana, tramutando il suono in pura espressione algebrica, figlia di elevazioni al cubo e melodie trigonometriche. Il raid aereo non rallenta la sua scorta di missili terra-aria e "Telako" ne è fotografia vivida e impressionante: un continuo pullulare di esplosioni a grappoli, senza soluzione di continuità. E anche laddove la tempesta pare quietarsi ("Parturi"), "Murto" rilancia l'azione elettrica, questa volta dissolvendosi in una confusionaria cortina di fumo.

Il tour giapponese, che li vedrà di lì a poco impegnati, segna una ulteriore crescita. Se infatti l'elemento noise era direttamente funzionale alle strutture techno in 4/4, ecco che la conoscenza di Yamatzsuka Eye dei Boredoms muta la loro percezione del rumore, che viene inserito strutturalmente nei brani.

Kulma segna uno dei punti più alti dell'intera carriera di Vainio e Vasanen. Pubblicato nel 1996, l'album segue il fil rouge tracciato di Vakio, tentando di smussarne le derive technoidi, a favore di un approccio più intimista, sempre che di intimità si possa parlare. Laddove infatti il sound che emerge da Vakio concede il fianco a un'impronta catartica e per così dire "totale", ecco che Kulma si immerge nel minimalismo. Non ci si lasci quindi fuorviare dall'androide "Teurastamo", il cui marziale incedere immerso in un grigiore noise spaventa, perché a partire da "Vapina", il beat si fa tanto più serrato quanto isolato. Non scalpitano più quelle profonde sciabolate ambientali, ma in rilievo c'è ora una sezione ritmica più fredda, ora quadretti silenziosi al limite del vuoto pneumatico.
L'eccezione alla regola è rappresentata da "Puhdistus" che si colloca sul solco della fatica precedente, fra secco avanzare e bordate granulari. I profili di tracce come "Jackso", "Kylma Massa" o "Hahmo" si rivolgono a panorami ovattati, gelati sono una sottile coltre di permafrost. E anche dove i raggi solari riescono a penetrare tra gli abeti, ecco che non riusciranno a scalfire la patina ghiacciata. Ma la vera eredità lasciata dai Pan Sonic si può ascoltare nel ribollire freddo di "Murto Neste": le macchine al servizio dell'uomo producono vita, una melodia sghemba in fieri che lancia lo sguardo oltre la collina ("Beaches & Canyons" vi dice nulla?). Il gracchiare notturno delle rane ("Kutnutus") apre le porte, come la quiete prima della tempesta, al cingolato di "Moottori", panzer-noise da combattimento. Ancora una volta è centro. Volgendo le coordinate del debutto, i finlandesi ormai hanno costruito una dimensione parallela, tanto fredda quanto robotica. A produrla ci sono due uomini del nord, a ben vedere forse non potevamo davvero aspettarci qualcosa di diverso.

La consacrazione - Pan Sonic

Pan SonicCapita che col copyright non si scherzi e che una multinazionale come la Panasonic faccia causa al duo, vincendola, in riferimento all'uso del nome dei finnici. Si chiude quindi un'era con Vainio e Väisänen costretti a mutare il nome in Pan Sonic. La sostanza però non muta.
A cambia ulteriormente le carte in tavola. Svestendo parzialmente l'abito noise, il duo si concentra su una costruzione melodica più limpida. Se non nella parte finale di A, l'impronta rumorista viene meno a favore di un impianto maggiormente legato a beat più pacati e bianche pennellate geometriche.
L'iniziale "Maa" è un gioiello ambient, fra glitch che si ineriscono ai lati e incedere spettrale e inaspettatamente tiepido. E se "Joksus" si espone alla notte bianca di "Askel", l'algido procedere di "Lomittain" si innesta su un lento fluire. I tratti dark-ambient di "Havainto" ed "Etaisyys" seguono "Johto 1", una gioia per i palati fini: unite i primi Autechre al glitch giapponese e avrete un gioiello di progressione sonica. La spettrale evoluzione di "Rajatila" o il bellissimo dissolversi di "Johto 2", il cui pullulare sugli scudi si scioglie in una fragorosa deflagrazione cosmica, annunciano le schegge impazzite di "Telakoe" che si abbattono senza soluzione di continuità e che costituiranno i prodromi all'implosione della conclusiva "Voima": i nove minuti della traccia finale segnano un ritorno all'industrial più tetro, tra spasmi dronici e pesanti picconate contro la pietra.

L'inizo del nuovo millenio per il tandem  Väisänen-Vanio si chiama Aaltopiiri, ulteriore ottimo colpo messo a segno dal duo finnico che licenzia l'opera sempre per Blast First.
Aaltopiiri si configura da subito come il bilancio dei primi sei anni attività del duo finnico, un bilancio in cui vengono presentate le costanti ascendenze di natura rumorista incamerate dalla band, che però vengono sapientemente rielaborate all'interno di sospese griglie ambientali e reiterati battiti digitali.
L'apparente stasi che marca il lavoro si confronta necessariamente con la totale de-umanizzazione del suono espresso da Vainio e  Väisänen. Se nelle decadi precedenti l'inquietudine ambientale e l'agonia rumorista venivano infatti filtrate da una produzione analogica che, in ultima analisi, concedeva ancora un barlume di umanità a queste sonorità, nel caso di Pan Sonic e di Aaltopiiri in particolare, l'elemento personale, e quindi umano, viene prepotentemente bandito dall'orizzonte, a favore di una desolazione in cui si agitano micro sequenze algebriche digitali che, pur non mostrando la ferale istintività di certi collage rumoristico-ambientali anni 90, ci informano di un profondo e pervasivo disagio di fondo.

Trascorsi tre anni dall'ultimo lavoro in studio, i finlandesi Mika Vainio e Ilpo Väisänen consegnano alle stampe un album ambizioso, complesso ed estremamente variegato, composto di quattro lunghi capitoli che sintetizzano le intuizioni di un'intera carriera e offrono diversi spunti di riflessione sul futuro di un genere musicale ad alto rischio di atrofia.
Kesto
(234.48.4) (il titolo riporta, tra le parentesi, la durata complessiva dei quattro compact disc), infatti, è un lavoro audace, che sintetizza le influenze musicali del duo di Turku e le approfondisce in chiave postmoderna, determinandone quindi la sublimazione in una proposta musicale inedita e avvincente. Quasi quattro ore di techno minimale, di reiterazioni convulsive degne del miglior Charlemagne Palestine, di continui richiami alla glacialità industriale dei Throbbing Gristle e alle claustrofobiche melodie sintetiche dei Cabaret Voltaire, di fibrillazioni glitch che minano nervosamente le trame di un tessuto sonoro statico e uniforme soltanto in apparenza: Kesto (234.48.4) è un autentico monumento alla contemporaneità.
Il primo compact disc è contraddistinto da una ferocia espressiva che sembrerebbe trarre le proprie radici dalla musica dell'era industriale ("Louhi"), con sonorità di vapore plumbeo che s'insinuano nella psiche dell'ascoltatore per assurgere al rango di autentiche paranoie del quotidiano ("Mutaattori/Mutator", "Vähentajä/Diminsher"). Ritmi ostili, sferragliamenti ossessivi, accelerazioni motoristiche: tutto contribuisce a rendere quest'album un'ottima colonna sonora per disco-bar allestiti dentro qualche fonderia ancora attiva.
Nel secondo compact disc i suoni perdono in potenza, ma guadagnano in astrattezza e concettualità: ci si avvicina più a quell'elettronica minimale che ha reso celebre il duo. L'atmosfera è tutt'altro che accogliente e, a prevalere, è un senso di "vuoto" sonoro e mentale. Microsuoni ("Konnat/ Toads"), droni, dissonanze ("Virtamuuntaja/ Current-Transformer") e riferimenti a Subotnik ("Altistus/ Exposure"): il battito è affidato a ritmi elettronici cristallini.
Il terzo cd è inaugurato dallo scrosciare d'acqua all'interno di un gabinetto, quasi come se il duo, una volta ripudiate le immagini evocate in precedenza, intendesse voltare pagina. Ciò accade durante lo sviluppo della prima traccia, attraverso l'emissione d'impercettibili suoni atmosferici che si rendono a mano a mano più udibili e intensi, fino a rilasciare improvvisamente il greve cumulo di energia trattenuta. L'atmosfera è desolata e desolante: il vero protagonista di "Ilmenemismuoto/ Appearanceform" è il Silenzio. I frequenti interludi presenti tra le stratificazioni del medesimo pezzo fungono da catalizzatori di tensione: sembra che la fuga dai paesaggi malsani tratteggiati dai precedenti capitoli debba essere pagata con un senso di vuoto e spossatezza. Con tutta probabilità, ci troviamo di fronte al momento più intenso di tutta l'epopea Pan Sonic.
Il riecheggiare degli elementi sonori che compongono il disegno di Vainio e Väisänen è straniantemente amplificato, esattamente come accade al volgere della fine in "2001: Odissea Nello Spazio", quando un bicchiere di cristallo volteggia nell'aria per rovinare ineluttabilmente al suolo. Tutto è terribilmente immacolato e i suoni vengono percepiti in ogni dettaglio: bordoni di frequenze elettroniche abbandonati a se stessi, affinché si sopiscano nel nulla; aurore boreali sonore che appaiono gelide e maestose; sibili siderali.
Il quarto disco si risolve in un unicum della durata di un'ora, in cui i nostri cesellano sonorità sinusoidali reiterate all'infinito, prive di soluzione di continuità; le sole variazioni apportate a questo monolito di oltre sessanta minuti pertengono a elementi secondari. La stasi creata è agghiacciante e definisce atmosfere paradisiache in cui non accade nulla e quel poco che si distingue dal magma di "Säteily/Radiation" è destinato a dissolversi nel Tutto.
I Pan Sonic hanno sempre tentato di trarre la propria legittimazione dalla dicotomia "passato/futuro" e, con questa opera, ci sono riusciti: Kesto (234.48.4), infatti, è il testamento di un'intera generazione di musicisti e, al tempo stesso, una consapevole dichiarazione programmatica relativa al futuro decorso della musica.

Pan SonicPassano tre anni e fondamentalmente Katodivaihe non è un album sul quale si possa dire molto che non sia già stato detto parlando dei suoi predecessori. E’ una creatura che nasce evidentemente da Kesto, condensando in un solo cd i primi tre del gigantesco opus del 2004. Nessuna sorpresa, quindi, a parte una prima traccia che aveva fatto presagire un altro ascolto a bocca aperta: il violoncello in un disco dei Pan Sonic! Curiosamente il risultato finale, in “Virta 1. / Current 1.”, fa pensare non poco a un Murcof più cupo. E’ come se Vainio e Väisänen ci dicessero: “Ehi, se volessimo potremmo essere come lui, ma non ci interessano queste frivolezze”. D’altra parte il Vainio di un paio di anni fa ci aveva lasciato un “Kantamoinen” (a nome Ø) che apriva inattesi spiragli a eterei accenni di melodia.
Tutto questo, però, è solo un falso in(d)izio. Il violoncello rispunterà solo a metà disco, in “Suhteellinen/ Comparative”, stavolta nudo, prima di lasciare definitivamente il campo a rumori e ronzii sempre più intensi. Già dalla seconda traccia, invece, torniamo nelle note profondità sintetiche, e alla strumentazione essenziale, minima del duo. Ritmiche ben squadrate ma dal suono slabbrato, rumori, codici morse, deflagrazioni che squarciano l’aria per pochi istanti: “Lähetys/ Transmission” ci riporta direttamente ai primi due dischi di “Kesto”, come anche l’implacabilità di “Hinaaja/ Tugboat” e “Tykitys/ Cannoning”, o il pulsare di seghe elettriche-elettroniche e ronzii sintetici di “Koneistaja/ Machinist”. Anche i titoli restano fedeli a quell’immaginario elettrico-industriale che conosciamo e che ben preannuncia vere e proprie aggressioni sonore.
Fra tutti si distingue un caso isolato, il pezzo più “terrorista”: “Leikkuri / Cutter” è un drill di due minuti ancor più radicale, una sorta di Pan Sonic meet Kid606.
A volte, invece, prendono il sopravvento momenti di tesissimi momenti di calma gravidi di sinistri presagi. L’aspetto più inquieto/inquietante del lavoro dei due finlandesi si manifesta nel thriller ambient-industriale di “Kytkennät / Connections”, fatto di oscuri silenzi premonitori, o nella parentesi ansiosa di “Hyönteisistä/ About Insects”, cinematografica a suo modo.

Tutti contenti, dunque? Beh, solo parzialmente. Il suono e la musica dei Pan Sonic ormai non riservano più sorprese per i loro appassionati, dato che ogni anno escono almeno un paio di album di collaborazioni o progetti paralleli, della coppia unita o di uno dei due membri (Vainio soprattutto).
Senza dubbio Katodivaihe è un buon disco, ma poco aggiunge a una splendida (e già lunga) carriera. Resta il fatto che i due finnici sono ormai voci fondamentali nella musica degli ultimi dieci anni, e resta il fatto che dal vivo sono un’esperienza shockante e imperdibile, ma album così, per quanto impeccabili e dotati pure del loro fascino, non aggiungono quasi nulla alla loro storia.

Arriva il 2010 e, dopo ricorrenti voci, arriva lo scioglimento del duo. Tutti per la loro strada quindi, non prima di dare però alle stampe la loro ultima opera.
Gravitoni arriva quindi a chiudere il cerchio, serrandolo nel migliore dei modi, fissando definitivamente sulla pellicola quella che è ed è stata, fino ad oggi, la cifra stilistica del suono Pan Sonic e tornando, contemporaneamente, alla sorgente del suono stesso del duo: se da un lato infatti si assiste alla definitiva cristallizzazione delle caratteristiche pulsioni di minimalismo che hanno reso famoso il nome del duo finnico, d'altro canto non si può che prendere atto con entusiasmo dell'irruenza con cui l'elemento rumorista fa ritorno per suggellare l'ultimo atto firmato dal tandem Vanio- Väisänen.
L'estetica del disco appare chiarissima, pur nella sua multiformità, già dalle primissime note di "Voltos Bolt": un beat robotico da battimani introduce a clangori industrialoidi che si inframezzano a momenti di pura stasi, sui quali interviene una sezione ritmica marziale accompagnata da bordate sotterranee. L'universo dipinto è di un grigiore unico, non c'è spazio per sfumature di sorta e "Wanyugo", seppur meno cattiva e arrabbiata, ma forse più sinistra e tetra, è pronta a ricordarcelo.
Non ci sono spazi aperti, la claustrofobia gioca il jolly della paura totale nelle vibranti bordate di "Corona", sicuramente uno degli apici dell'album. Sulla struttura granulare della quarta traccia si inseriscono a più riprese lame che trapassano l'udito da parte a parte, sfoderando una collera sonica epica e iniettando veleno purissimo nelle vene dell'ascoltatore. A partire da "Radio Qurghonteppa" e dal fluire magmatico di "Trepanointi/ Trepanation" qualcosa, però, cambia. Non più secche miratissime raffiche, ma quadretti spettrali.
E tra le stalagmiti di quella caverna silenziosa che risponde al nome di "Väinämöisen Uni/ Väinämöinen Dreams", le vibrazioni impercettibili del manto di "Hades" o i glitch in dispersione di "Kaksoisvinokas / Twinaskew" si giunge a "Pan Finale". L'ultimo atto del duo finnico è qualcosa di clamoroso. Sintesi di un ventennio vissuto da protagonisti assoluti della scena sperimentale mondiale, "Pan Finale" rappresenta ciò che i Pan Sonic sono stati, come si sono evoluti e il lascito che hanno concesso: un climax ascendente puntellato da un beat vellutato ma deciso, glitch che si inseriscono nella struttura, variazioni tonali e texture finissime fino a un esplosione assolutamente misurata e poi giù di nuovo, verso abissi isolazionisti dai quali trapassa un'ultima pugnalata noise.
Complessivamente l'esperienza cui ci obbliga Gravitoni è totalizzante quanto agghiacciante: assoluta nel suo ripercorrere e concentrare in undici composizioni il portato di sedici anni votati a un'infaticabile ricerca dei polimorfismi caratterizzanti l'idea di sperimentazione, terrificante nel suo incedere claustrofobico, asfissiante. In essa è bandita ogni possibilità di amorosa e definitiva quiete: e questo è forse l'unico sigillo che Pan Sonic poteva lasciare ai posteri come testimonianza della propria visionaria e devastante estetica minimale.

Nel 2014 Oksastus viene a ricordarci che, allo stato attuale, i Pan Sonic non esistono più. Già quattro anni dall'annuncio dello iato, preceduto soltanto dal terrorismo sottocutaneo di Gravitoni, il crepuscolo nero pece degli dèi, ultimo lascito in studio come duo. Una testimonianza live di cinque anni prima – a Kiev, Ucraina – nella quale però non sentirete un solo fiato dei suoi artefici o del pubblico. Prova che, nel corso del tempo, i Pan(a)sonic hanno lavorato in una direzione che nemmeno certe avanguardie oltranziste si sognano di esplorare: liberarsi dell'elemento umano, comunicare col linguaggio di entità non senzienti. Quindici anni d'attività per imparare a non fare musica, celando sotto uno strato di beat minimali una voragine di horror vacui mai più richiusa. Le manipolazioni sonore del duo finlandese, a questo punto, suonano più che mai come un defibrillatore applicato a un corpo morto, esalazioni rumoriste che ripiombano sempre nel silenzio più asettico e totale.
È la guerra fredda in una stanza anecoica: abolita la ragione restano elementi acustici non identificati, dal peso specifico schiacciante. Dare le sole indicazioni di tempo, come da tradizione free-impro, significa incidere su supporto fisico l'inafferrabile: i Pan Sonic sfuggono all'esecuzione di brani esistenti rimescolando tutto ciò che sono e hanno prodotto in un magma già raffreddato e prossimo all'autodistruzione. È il polo negativo di “Exai”, quadratico ritorno in scena dei fuoriclasse Autechre, cui la marca finlandese risponde col più radicale nichilismo, del quale vi rimarrà, al massimo, un ronzio di elettricità statica.
I Pan Sonic non sono più, eppure Oksastus è. A ricordarci che, forse, la guerra non è ancora finita.

Due anni più tardi la soundtrack per il documentario Atomin Paluu arriva a chiudere davvero il cerchio della produzione in duo di Vainio e Vaisanen. Essa si può considerare solo parzialmente come ultimo lavoro in ordine cronologico, dato che le registrazioni ricoprono un intervallo di circa sette anni (2005-2011), con l’editing finale per mano di Vainio datato al 2015. Ma la complessa gestazione del film è stata causata anche dagli intralci burocratici relativi alla materia trattata, che testimonia da vicino la costruzione di una centrale nucleare nella cittadina finlandese di Eurajoki.
Le composizioni subdole e distaccate dei Nostri non potevano che soddisfare questo clima di tensione palpabile, dato che i loro stessi precedenti ci hanno sempre parlato, in qualche modo, di un futuro tetro e indesiderabile, letteralmente scorporato dal sentire umano e affidato esclusivamente all’espressione asettica e immutabile delle macchine.
Di derivazione Matmos sembrerebbe, invece, l’elaborazione specifica di field recordings dal sito di costruzione dei blocchi nucleari, fra rimbombi, fiammate e assordanti trivelle che accentuano l’aggressione psicologica nei frangenti più massimalisti della rappresentazione astratta. Si tratta, tuttavia, di un carattere poco invasivo rispetto alla predominanza degli stilemi consolidati della marca Pan Sonic, strenui nel veicolare un’estetica della riduzione che non ha la fretta né la priorità di giungere al punto di deflagrazione.


L'esperienza solista - Mika Vainio


Pan Sonic -  Mika VainioParallelamente all'attività a nome Pan Sonic, Mika Vainio si produce, sotto vari alias, in una serie di lavori solisti di assoluto livello. Nel 1997 la benemerita Touch pubblica, infatti, il suo esordio Onko, che plasma landscape sonori piuttosto differenti da quelli del gruppo-madre. Le quattro tracce che ne costituiscono l'ossatura si articolano secondo sfumature dai tratti dronici che si increspano nel pullulare incessante di "Jos". La mastodontica "Onko Parts 1-11", della durata di 36 minuti, declina il verbo ambientale ora plasmando la materia con avvolgenti folate, ora con glitch. La bellissima iniziale "Kelvin" è il preludio a un cerchio che si chiude nei 16 minuti dai tratti spettrali ma rassicuranti di "Viher".

Mentre a cavallo tra 1998 e 1999 vengono pubblicati dalla Titanik e dalla Raster-Noton "Titanikin Juhlakanaatti" e "Untitled/20' to 2000.October", due tracce sulle ventina di minuti, il 1999 vede anche la pubblicazione di Ydin che conferma la strada intrapresa da Vainio. Alle sfuriate post-industriali di marca Pan Sonic, qui la materia ambientale (ad eccezione delle abrasioni soniche di "Energia") viene svolta secondo un moto sinistro e isolazionista. Non c'è spazio per candide velature avvolgenti, al contrario l'autore finnico programma silenziose marce militari, sezionando il suono obliquamente. "Marras" attenua i tumulti di un bombardamento aereo, "F.B." muore nella sua freddezza statica, "Vaihtuja" è antimateria che brancola nel cosmo senza meta.

Il 2000 vede la pubblicazione per la Touch di Kajo, album che segna una svolta piuttosto decisa. L'approccio algido viene qui messo un po' da parte. Le nove tracce nelle quali si articola il disco mostrano un lato sconosciuto, dal quale emergono tepori ambientali che prima erano soliti perdersi negli attacchi frontali dei glitch. E' così che, seppur sempre disegnando sfondi sinistri impermeabili, affiora la netta sensazione di trovarsi di fronte a un lavoro decisamente più accessibile. Il gotico roteare di "Leslie", le rifrazioni spettrali di "Aleksandrovsk", l'immobilismo di "Aaltomuoto" o i clangori di guerra attutiti di "Osittain" spazzano via l'uso del glitch a favore di un approccio maggiormente interessato all'evolversi del suono nel suo senso più puro.

E proprio i tratti di Kajo, uniti a un recupero più massiccio del glitch, sono alla base del bellissimo In The Land Of The Blind One-Eyed Is King. Non più staticità ambientale, ma una materia che si plasma continuamente nel suo farsi. "It Is Existing" gioca sull'evolversi di materia celeste in dispersione, fra dolci droni cosmici e vibranti dissonananze, "Ahriman" erge un muro imperioso che si dissolve in tumulti pullulanti. Ma è quando colora i droni di sfumature tiepide che Vainio colpisce al cuore, avvolgendo la melodia in un manto dark dai tratti classicheggianti ("Colour Of Plants") o disegnando le strutture di una cattedrale nel deserto nell'epico climax elettronico di "Snowblind", vero e proprio sciame d'api che si muove a folate.
Sicuramente apice della carriera solista di Vainio, In The Land Of The Blind One-Eyed Is King coglie il lato romantico ed etereo della creatura Pan Sonic, declindolo secondo rivoli che procedono ora placidi ora più vigorosi, ma senza mai perdere un sentiero che si perde nel cosmo più rassicurante.

Nel 2009 Vainio dà alle stampe la sua sesta prova solista sotto il suo personale nome di battesimo, Black Telephone Of Matter. La poetica insita in quest’opera risiede in un intimo naturalismo, descrittivo come forse mai nella sua molteplice carriera di musicista elettronico, pur costretta a battagliare contro le freddure del mezzo digitale e di una tecnica di composizione intransigente. Il bozzetto di “In A Frosted Lake”, per esempio, non potrebbe essere più descrittivo, con suoni glaciali al punto da evocare con forte realismo richiami sperduti nelle foreste ai bordi di un lago nordico. La quinta di natura di “Silencés Traverses Des Mondes Et Des Anges” è un concerto di field recordings e di cut-up, pause casuali e squarci industriali.
La sua ormai tipica manipolazioni di sorgenti naturali spetta a “Swedenborgia”, a suon di click’n’beat, sorta di “cornici” pittoriche, e risonanze deformate. La musique concrete in corto circuito di “The Breather” è introdotta da echi misteriosi e effetti flanger, e infine è sommersa da una nuova valanga industriale.

In ambito più astratto, Vainio pennella i puri ultrasuoni di “A Measurement Of Excess Antenna Temperature At 4080 ML/S”, ambient ridotto all’osso con fasce di suono random, e la doppietta “Roma A.D. 2727”-“ Bury A Horses Head”, due patchwork di radio works, rombi e ronzii, eventi gestuali e blocchi aleatori.
Il rigore compositivo colto riesce persino a mascherare la raggiante irrazionalità di certi momenti uditivi (talvolta dolorosi per i padiglioni auricolari, come nel caso delle frequenze assolute di “Excess Antenna”).

Il sesto lavoro in studio viene dato alla luce nel 2011. In Life (...It Eats You Up) riferimenti in ballo potrebbero essere diversi, ma Vainio ha la capacità di sintetizzarli in un mix crudo ed essenziale di elettronica industriale, dedita alla techno più martellante e vibrante. Immaginari scenari post-catastrofici si rincorrono, in una sorta di enorme rave pre-Apocalisse. In questa danza finale, corpi imbrattati di unguenti usati per lubrificare i macchinari, ballano in uno stato di trance senza fine, mentre la musica martella, in un delirio infinito.
"Open Up And Bleed" è un mantra industriale di inaudita bellezza e potenza, con la sezione ritmica sugli scudi. "Crashed", a dispetto del titolo, procede quieta su sfondi grigi, mentre "And Give Us Our Daily Umiliation" è citazionismo declinato in vesti non propriamente bibliche:  harsh in bell'evidenza, che procede a ondate violente.
Ma a scatenare l'inferno provvedono i due minuti e rotti di "Throat", tra tumulti metallici e gelido noise, e gli spettrali spasmi iniziali di "In Silence A Scream Takes A Hear", che ristagnano e riflettono la loro ombra nero pece su muri altissimi: un tumulto che innalza improvvisamente la sua forza d'urto. Non si conosce sosta: "Mining" e "Conquering The Solitude" sono le due ennesime immersioni in un mondo del futuro. "A Ravenous Edge" conclude questo cupo viaggio fra urla straziate e sfiancanti bordate di metallo.
Mika Vainio dipinge baratri profondi. I suoi sono quadri di città di un futuro post-atomico, nel quale ogni forma umana nella quale ogni forma umana è rimpiazzata da automi. Una città che il sole non tocca, senza alcuna speranza. La Matrix del Tremila, una debordante allucinazione fatta musica.

L'altro Vainio - ø

Mika  VainioParallelamente all'attività a nome Pan Sonic, a partire dagli anni 90 Vainio dà vita al progetto solista Ø: a differenza di Pan Sonic, qui l'elemento predominante è quello costituito da strutture ritmiche minimali e binarie sempre in primo piano, che emergono di volta in volta da oscure trame ambientali e flebili fruscii digitali.
Rispetto ai lavori in coppia con Väisänen, l'elemento di scarnificazione rumorista passa in secondo piano, il perno su cui ruotano la gran parte delle elaborazioni di Ø sono freddi battiti techno minimali che si ripetono ossessivamente attraverso una giungla di inquietudini oscure, droni sommersi, sfrigolii di glitch music calati direttamene dalle immesità sideree che albergano nell'animo inquieto dello stesso Vainio.
La techno minimale di Ø difficilmente la si può immaginare destinata ai dancefloor d'avanguardia europei: è un flusso magmatico di minacciosi beat elettronici che piuttosto che risultare un felice invito ai muscoli dell'ascoltatore ne solleticano e disorientano le sinapsi, disegnando labirintiche trame che si ripetono al battito binario di ritmiche che non a caso potremmo identificare come il portato di una techno music isolazionista.

Edito per Sähkö Recordings, etichetta di proprietà dello stesso Vanio, Metri codifica fin da subito quelli che saranno i binari su cui si muoverà l'estetica di Ø per gran parte dell'attività discografica del progetto: utilizzo costante della medesima micro-sequenza ritmica - in questo caso esplicitata dall'utilizzo di una coppia di bleep reiterata per tutto il lavoro - su cui si aprono finestre a contenuto di volta in volta più ambientale o flirtanti con dissonanze vetero-rumoriste. Manifesto espressivo di quanto detto è la lunga suite rappresentata da "Twin Bleebs", in cui si assiste all'austera celebrazione di un sovra-esplicitato minimalismo ritmico che diventa cifra stilistica in se stessa della poetica di Ø. L'importanza del lavoro, a livello estetico ma anche a livello dell'economia storica del minimalismo elettronico, ci viene confermata dai numerosi plausi che questo raccoglie tra i fautori dell'avanguardia elettronica minimale contemporanea, tanto che uno dei progetti più interessanti in ambito come Sleeparchive confermerà l'importanza di Metri come album fondamentale per l'evoluzione di questa specifica materia sonora.

A distanza di due anni da Metri Vainio rilascia la nuova fatica targata Ø: Olento.
In questo lavoro Vainio si concentra essenzialmente sulle proprie inquietudini isolazioniste, il lavoro infatti presenta un marcato denominatore comune rintracciabile nella predominanza di pad d'ambiente rispetto alle tradizionali sequenze ritmiche.
Olento
non sfigurerebbe nella discografia di Pan Sonic, è un lavoro che somma stranianti e sospesi scenari futuristi ("Stratoostati") il cui spleen ricalca alla perfezione alcune delle migliori pagine uscite dalla penna di Philip Dick, a fruscii rumoristi che si stagliano su beat sommessi ("Kaskaat") per arrivare alla catarsi dronica degli oltre nove minuti di "Tila".

Nel 1997 l'attività di Ø rallenta: da un lato Vainio fa uscire per conto della label Raster-Noton Mikro Makro, frutto della collaborazione con un altro importantissimo nome dell'avanguardia elettronica di quegli anni ovvero Carsten Nicolai aka Alva Noto, tra le altre cose patron della stessa Raster Noton.
Il lavoro nasce come parte integrante di un'installazione pensata per aver luogo contemporaneamente in Germania, Finlandia e Polonia e che trae ispirazione da fenomeni di natura fisica e astrofisica. In queste quattro tracce i due cercano di dare fondo alle proprie ossessioni minimaliste: le variazioni tonali di Vainio si alternano infatti alle geometrie ritmiche di Noto.

Sempre nello stesso anno esce, per conto del solo Ø, Tulkinta lavoro in cui Vainio ristampa i due Ep d'esordio Kvantti e Röntgen e a cui aggiunge l'Ep Eetteri, quest'ultimo contenente tracce risalenti al 1993 e che verrà quindi ripubblicato separatemente, sempre su Sahko, nel 2005.
La raccolta in questione esprime una testimonianza di valore più storico che artistico: grazie a questi tre Ep è possibile infatti farsi un'idea dell'evoluzione stilistica maturata da Vainio nei primi anni 90 per quanto riguarda le coordinate minimal techno e che l'hanno quindi portato ad apporre quel primo sigillo nel genere chiamato Metri.
La prima parte del lavoro è occupata dall'Ep Kvanntti in cui svetta la bellissima "Radium", quattro minuti in cui lo stesso beat minimale detta la marcia su impercettibili micro variazioni tonali. Meno interessante probabilmente la parte centrale della raccolta, che racchiude l'Ep Etteri, in cui primeggiano i sei minuti di "Helium", costruiti su un unico intervallo minore di pad da cui emana la reiterazione di un unico squillante click. Buono l'epilogo dedicato a Röntgen che si apre con il basso avvolgente di "Tukta" in perfetto stile electro body music anni 80 e a cui fanno seguito i soliti click distanti dal marcato retrogusto futurista.

Dal 1997 al 2001 intercorre un periodo di inattività per Ø, che cessa quando il nostro torna sulle scene musicali per un'ulteriore collaborazione con Noto: Wohltemperiert.
L'album esce come sempre per Raster-Noton e contiene materiale prodotto dai due durante un soggiorno invernale a New York del 1998. A differenza di Mikro Makro, qui l'atmosfera diventa più minacciosa, l'elemento techno viene ridotto ai minimi termini a favore di una più ampia esplorazione dell'oppressività rumorista.

Ma è nel 2005 che Ø torna a tutti gli effetti al lavoro con una nuova opera: Kantamoinen.
L'album in questione, che racchiude materiale composto tra il 1999 e il 2004, segna un punto di rottura rispetto alla precedente produzione di Vainio dal momento che il trait d'union che marca prepotentemente l'opera è quello di un'ambient music dai tratti sognanti su cui si innestano fugaci apparizioni di segmenti ritmici. L'essenza di tutto il lavoro è distillata nel trittico "Kotiin", "Monneista Viimeinen" e "Aurinkokala", in cui a far da padrone è un mood omborso, statico, caratterizzato da chiaroscuri d'ambiente marcatamente impressionisti. L'album in questione mal si colloca all'interno della linea evolutiva tracciata da Ø: da un lato non aggiunge nulla di nuovo alla materia - ovvero quella di un'ambient music dai marcati tratti introspettivi - e contemporaneamente manca di una poetica complessiva univoca e lineare, sottolineando una volta di più quanto l'istronismo di un artista come Vainio possa a lungo andare risultare deleterio per il livello qualitativo dell'opera dello stesso.

La fase interlocutoria di Kantamoinen si chiude nel 2006 quando Vainio decide di pubblicare a nome Ø il mini album: Aste.
Il lavoro, edito sempre per Sahko Recordings, contiene diverso materiale prodotto durante i primi anni 90 dallo stesso Vainio. Le otto tracce che compongono Aste sono quanto di più marcatamente dancefloor oriented prodotto da Ø: techno minimale ipnotica e avvolgente che non può non chiamare a raccolta la muscolarità dell'ascoltatore. E' impossibile fuggire dalla spirale ritmica del trittico "Ionos", "Aaltovaihe" e "Sukeltav": il mood di fondo delle composizioni rimane nero come la pece, ma l'ossessività e la precisione millimetrica con cui esplodono i pattern ritmici rendono questo lavoro particolarmente interessante per capire l'evoluzione di quella che si è andata configurando come minimal techno. Da rilevare la lisergica linea di synth che percorre l'intera "Maan Valossa", inframmezzata da frammenti sonori che risalgono ad un discorso pronunciato dal cosmonauta sovietico Yuri Gagarin.

La frenesia technoide che aveva caratterizzato Aste si smorza nel 208 quando Ø licenzia Oleva.
L'opera assume i contorni di un compendio al cammino fin qui intrapreso da Vanio: Oleva raggruppa infatti tutte quelle tendenze rintracciabili fin qui nel suono di Ø, ovvero una profonda dedizione alla disamina e alla rappresentazione di ritmiche minimali a cui fa da contraltare una in tessitura creata a partire da discrete riverberazioni ambientali e fugaci frequenze distorte.
Se l'iniziale "Unien Holvit" sembra riportarci alla memoria i timidi acquarelli ambientali di Kantamoinen, a partire dalla successiva "S-Bahn" si ritorna nei meandri delle classiche evoluzioni ritmiche a cui ci ha abituato precedentemente Vainio. Esemplari nel racchiudere l'ambivalenza e le implicazioni polisemiche di questo lavoro "Vastus" e "Mojave": laddove lo scontro tra ritmiche binarie e linee di synth particolarmente retrò ci danno ancora una volta l'idea della techno desolata e desolante creata da Vainio, gli spazi interiori della seconda riportano l'ago della bilancia in pari conducendoci di nuovo ai confini di un'ambient music perennemente in bilico verso metamorfosi annichilenti e non molto dissimili da quanto prodotto da un artista come Deathprod.

A inizio 2014, tre anni dopo, il finlandese sforna Konstellaatio, uno dei suoi lavori più convincenti e concreti degli ultimi anni della sua carriera. Il disco trasporta il vuoto glaciale già magistralmente descritto in Oleva dritto sulla Via Lattea. Non c'è più nulla di terreno, nessun segno vitale che sgorghi dai beat. Lo spazio aperto è così riprodotto integralmente, attraverso una serie di oscuri droni che ne disegnano le sue componenti più ignote: il trittico "Elamäan Pu"-"Syvänteessa"-"Pukinjalkaisen" costituisce a riguardo un climax, una progressiva penetrazione in un'oscurità fatta di beat imperscrutabili prima, semplicemente al limite dell'inesistenza poi. Se questi battiti asettici sembrano toccare il vuoto del cosmo infinito, altrove l'astronave fluttuante si ferma su pianeti e stelle: ad essi corrispondono i momenti più concreti, come le taglienti "Otava" e "Neutronit" o il bagliore di luce di "Syvidessä Kimallus". Quello illustrato da Vainio è un universo meccanicista, sostanza pura senza alcun disegno prestabilito, che procede per derivazione e conseguenza di sé stesso. Non ci sono limiti né confini e il tutto è reso con una tecnica quasi opposta a quella di recente adottata nei lavori a suo nome, che al calcolo e alla sperimentazione pura preferisce lasciare spazio a pulsazioni, vibrazioni e scosse conseguenti, spontanee. Il carillon lontano che in "Takaisin" conclude l'opera sembra infine intravvedere il ritorno ad una vita primordiale e puramente istintiva, senza però raggiungerla. Un finale aperto per un'opera magistrale.

Collaborazioni varie

Sono miriadi le collaborazioni intraprese dai due finlandesi. Essendo impossibile riassumerle in poche righe, ci limiteremo a rendere conto di quelle più importanti o che comunque hanno segnato la carriera del duo. Di sicuro interesse a tal proposito sono i due album assieme ad Alan Vega dei Suicide. Il sodalizio vanta un'esistenza quasi decennale. A nome Vainio Väisänen Vega i tre avevano fatto uscire uno strano Lp, "Endless", registrato nel 1997 ma pubblicato l'anno successivo. Strano perché dava la netta sensazione di una mera sovrapposizione. Vega faceva quello che gli riesce meglio (o che gli riesce e basta) su pezzi già registrati dei Pan Sonic, e non dei migliori. Insomma, non dava l'impressione di una vera collaborazione, ma quasi di un album di bastard-pop in anticipo sui tempi.  Piazzata in apertura, la title track si ammanta di un "Glory Glory Hallelujah" e dell'accoppiata ritmi potenti-ronzii che è da sempre un po' il marchio di fabbrica del duo finlandese. Poche note e ritmiche industriali dipingono gli scenari desolati dove Vega si muove con il solito grande agio, in cui il reietto newyorchese lascia la sua eco scavare nella desolazione. E' il caso dell'opprimente "Desperate Nation", fra gli episodi più riusciti.
"Sellin' My Monkeys" è uno di quegli incubi metropolitani americani che solo Vega riesce a raccontare, ma che Rev non sa più rendere materia: in questo Vainio e Väisänen sono ottimi sostituti.

Eccentrica e bizzarra, in fondo, questa vecchia/nuova collaborazione: se non sempre è centrata, se qualche volta l'obiettivo risulta fuori fuoco, almeno "Resurrection River" riesce a spiazzare laddove il suo predecessore era spesso largamente prevedibile. "11:52 PM", roba da non crederci, vanta quello che con un po' di buona volontà potremmo chiamare un assolo di synth, e una cadenza blues. "Chrome Z-Fighters 2003" è probabilmente quanto di più pop sia mai uscito dai tre. La conclusiva "It's Violence" è quasi un brano da club. Un sinuoso fischio mutante, praticamente mai sentito in un disco dei Pan Sonic, accompagna "Black Crucifix" fino alla fine. La musica in "Life" è un thriller del Dario Argento dei bei tempi.
Certo, all'ultima traccia si arriva stanchi. L'album non ripaga del tutto l'ascoltatore della sua pesantezza, ma può comunque dare più di una soddisfazione, specie a chi già segue tutte le metamorfosi e i vari progetti delle tre V.

E se le collaborazioni col noiser del Sol Levante Keiji Haino e con John Duncan regalano poche soddisfazioni, vuoi per la ripetitività di certi suoni, vuoi per la pesantezza della proposta, fra i progetti paralleli, questa volta a nome Väisänen, di sicuro interesse è quello che lo vede nel trio degli Angel. Dietro il progetto c'è l'intellighenzia elettronica degli anni Duemila: Dirk Dresselhaus dei Schneider TM e Hildur Gudnadottir dei Mùm.
Le quattro tracce che compongono Kalmukia, per una durata di poco inferiore all'ora, si susseguono con geometrica armonia, dimostrandosi ottimamente a fuoco. L'iniziale "Bones In The Sand" gioca tra droni, chitarre a sprazzi e il violoncello che tratteggia sinuose curve neoclassicheggianti. Nei 19 minuti di "Kalmukia-The Discovery, Wiring, Invasion", a tiepidi riverberi tzigani fa da contraltare il granulare suono della sabbia che si alza come sollevata dal vento.
Le tracce scorrono lente, nell'aria l'odore del vecchio, del passato che avanza. Pare che tutto si stia man mano ricoprendo di una sottile coltre del tempo che si avvicina senza soluzione di continuità. E allora "Effect Of Discovery, Test, Alarm, Catastrophy", nei suoi riverberi elettronici, traccia la disperazione del vuoto cosmico che si apre davanti agli occhi, un vuoto costruito da solidi droni ed effetti sinistri che si incalzano in maniera ossessiva. Ed ecco, alla fine del viaggio in terre sconosciute, giungere le rassicurazioni della presenza di vita. L'inebriante fluire, tra Windy & Carl, Black Tape For A Blue Girl e Charalambides, di "Aftermath The Mutation" chiude il cerchio in maniera epica.

A pochi mesi di distanza esce Hedonism. Stavolta l'avanzare dei sottili filamenti fastidiosi, invece di innalzare l'epicità di droni e noise sparati a mille, ne amplifica la pochezza. Poco importa a questo punto che anche qualche traccia si salvi da questo marasma. Episodi come "Adrenaline Strike", "Dropping The Ego" o "Unsymmetric Distance", più che brutti, sono del tutto fuori fuoco, inutili. E anche laddove ci troviamo di fronte a bagliori che fanno pensare al meglio ("Holding Loose"), la luce si spegne definitivamente senza appelli ("Highrise 1").

Contributi di Nicola Minucci, Michele Saran, Paolo Sforza, Mattia Paneroni, Michele Palozzo

Pan Sonic

Minimal-techno alla finlandese

di Alberto Asquini, Sandro Zinani

Tra rumorismi industriali, slanci d'avanguardia e spirito iconoclasta, i Pan Sonic si sono rivelati una delle formazioni più importanti di tutta la scena elettronica a cavallo tra anni Novanta e Duemila. Una discografia illimitata, culminata nell'epico "Kesto". Ecco la loro storia, intrecciata a una serie di progetti paralleli
Pan Sonic
Discografia
 PANASONIC  
   
 Panasonic Ep (Sähkö Recordings, 1994)
 6

Vakio (Blast First, 1995) 8
Osasto Ep (Blast First, 1996) 8
Kulma (Blast First, 1996) 8
   
  PAN SONIC 
   
 A (Blast First, 1999) 7
 B (Blast First, 1999) 6
 X(Blast First, 1999) 6

Aaltopiirii (Blast First, 2000)7,5
Kesto (Blast First, 2004)8,5
 Katodivahie/Cathodephase (Blast First Petite, 2007) 6

Gravitoni (Blast First Petite, 2010)
8
Oksastus (live, Kvitnu, 2014)
8
 Atomin Paluu (A Film Soundtrack) (Blast First Petite, 2016)6,5
   
 MIKA VAINIO
 
   
 Onko (Touch, 1997)

7


Ydin (Wavetrap, 1999)

7

Kajo (Touch, 2000)7
In The Land Of The Blind One-Eyed Is King (Touch, 2003)

7,5

 Black Telephone Of Matter (Touch, 2009)6
 Life (...It Eats You Up) (Editions Mego, 2011)7
Fe3O4 - Magnetite (Touch, 2012)8
 Kilo (Blast First Petite, 2013)7
 Mannerlaatta (iDEAL Recordings, 2016)6,5
 Reat (Elektro Music Department, 2017)6,5
   
 ø  
   
 Metri (Sähkö Recordings, 1996) 6,5
 Olento (Sähkö Recordings, 1996)
 7
 Mikro Makro + Alva Noto (Raster Noton, 1997)  6
 Tulkinta (Sähkö Recordings, 1997)
 6
 Wohltemperiert + Alva Noto (Raster Noton, 2001) 6
 Kantamolnen (Sähkö Recordings, 2005)
 5
 Aste (Sähkö Recordings, 2006) 7,5
 Oleva (Sähkö Recordings, 2008)
 7
 Heijastuva (Sähkö Recordings, 2011)
6
 Konstellaatio (Sähkö Recordings, 2014)7
   
 PHILUS 
   
 Tetra (Raster Noton, 1998) 6
   
 ALTRE COLLABORAZIONI VARIE 
   
 

VAINIO/VAISANEN/VEGA

 
   
 Endless (Blast First, 1998) 6
 Resurrection River (Mego, 2005) 6
   
 PAN SONIC & KEIJI HAINO 
   
 Shall I Download A Blackhole And Offer It To You (Blast First Petite, 2009)6
 In The Studio (Blast First Petite, 2010) 
   
 PAN SONIC & JOHN DUNCAN  
   
 Nine Suggestions (Allquestions, 2005)
 
   
 ANGEL (con Ilpo Väisänen) 
   
 Angel (Bip_Hop, 2002)
 
 In Trasmediale (Oral, 2005) 
 Hedonism (Editions Mego, 2008)
 5
Kalmukia (Editions Mego, 2008) 7,5
   
 AMMER/EINHEIT/PAN SONIC/GREY
 
   
 Frost 79°40' (Fm 4.5.1, 2000)
 
   
 MERZBOW/PAN SONIC
 
   
 V (Les Disques Victo, 2003)
 
   
 PAN SONIC & CHARLEMAGNE PALESTINE
 
   
 Mort Aux Vaches (Mort Aux Vaches, 2000)
 
   
 SUNN O))) & PAN SONIC / ALAN VEGA / STEPHEN BURROUGHS
 
   
 Che (Blast First, 2009)
 5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Kesto (234.48.4)

(2004 - Blast First / Mute Records)

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