Thievery Corporation

Esplorazioni in downbeat

di Alberto Asquini

Alfieri della rinascita chill-out, maestri nel fondere dub, acid-jazz, bossa nova con spezie etniche (dall'India all'America Latina), i Thievery Corporation sono il duo di punta dell'elettronica soft. Musica a bassa battuta, da sottofondo, ma anche suoni sognanti e lisergici, che schiudono vasti orizzonti

Dub? Elettronica? Lounge? Chill-out? Downbeat? Sono tante le varianti utilizzabili per definire la musica dei Thievery Corporation. Un duo che forse non ha coniato nulla di nuovo, ma ha saputo amalgamare come pochi una quantità sterminata di generi, ridefinendoli, rendendoli attuali e, perché no, fruibili.

Considerate le origini dei due, mai ci si sarebbe aspettati una sterzata così netta. Rob Garza, originario di Chigago ma trasferitosi sin da giovane nell'immediata periferia di Washington, cresce musicalmente sotto l'eterea ala protettiva degli Hugo Largo di "Drum" e delle liriche colorite dei Pixies. Poi, grazie alla scuola, inizia a coltivare l'amore e la passione per il jazz e per la musica classica. L'altra metà dei Thievery Corporation è Eric Hilton. Nasce nella Washintong Dc degli anni Settanta. Suona dall'età di 11 anni in un gruppo di giovani adolescenti, influenzato dagli ascolti hard-rock dei Deep Purple. Ma sono soprattutto i Ramones, i Clash, i Sex Pistols e, in generale, la frenesia punk a contagiarlo. Poi, con la scuola superiore, arriveranno le nuove passioni: l'hardcore dei concittadini Minor Threat da un lato, ma anche il vecchio jazz, la bossa nova e la new wave. Dal periodo "punk" sono ormai passati diversi anni, e i nuovi amori sono la ambient music, i gemiti della house e il soul. Gruppi come Specials e Style Council diventano i riferimenti obbligati, l'esempio tangibile di come riuscire ad amalgamare tutte queste istanze in un sound omogeneo.

In quegli anni, il Fifth Column di Washington è una vera e propria istituzione del clubbing. Ed è qui che Hilton inizia a esibirsi come deejay, fino a divenire, nel giro di pochi anni, una vera e propria colonna portante della scena musicale della capitale statunitense. Spopolano le sue feste chic, impregnate di chill-out e dub.
Il 1995 è l'anno della svolta. All'Eighteenth Street Lounge, un nuovo locale aperto da Hilton, i due futuri Thievery si incontrano e, stanchi di far girare la musica d'altri, decidono di mettersi in proprio.

Due anni dopo esce il loro debutto sulla lunga distanza: Sounds From The Thievery Hi-Fi (1997).
Il duo si presenta in forma smagliante, con un sound fresco e sinuoso. Atmosfere per tranquille serate in compagnia. Ma quello dei Thievery Corporation non è banale sottofondo per lounge bar. E' semplicemente musica per rilassarsi. I bagliori notturni dell'universo sonoro dei due sembran voler allargare lo spazio, aprire la mente.
Assoluta pietra miliare del genere, Sounds From The Thievery Hi-Fi accantona sperimentalismi e finti slanci d'avanguardia, solcando i terreni fertili di un dub atavico ("Trascendence") e di uno stellare chill-out ("Shaoline Satellite"). E se la rilassante (e rilassata) "The Glass Bead Game" colpisce al cuore a colpi di delay e riverberi, echi jazzati imprigionano la melodia di ".38.45". "Assault On Babylon" è invece un inno programmatico al futuro dei Thievery Corporation.
Giudicato da critici e stampa specializzata un punto di partenza della (ri-?)nascita chill-out/dub, il disco otterrà un incredibile successo, anche commerciale.

Dopo un album che inaugura l'eccitante serie "Dj Kicks" e una quantità impressionante di performance in giro nei club di tutto il mondo, il duo di Washington ritorna in studio per plasmare il secondo lavoro ufficiale.
Il disco, intitolato The Mirror Cospiracy, segna una svolta significativa, seppure non radicale, nella formula della band. Rispetto al fortunatissimo esordio, entrano in gioco nuove sonorità e le strutture dei brani si fanno ancora più raffinate. Avvolto da una velata coltre jazz, il disco vanta importanti collaborazioni come quella con la cantautrice italo-islandese Emiliana Torrini. Le atmosfere, sempre rarefatte e nebulose, si colorano delle tinte giamaicane e sudamericane. Influenze à-la Bebel Gilberto enfatizzano la vena latineggiante del duo, ma emergono anche trame sonore indiane ("Indra") o mediorientali ("Libanese Blonde"). I tepori dub di "Illumination" ci trasportano nell'estremo Oriente. In fondo, il confine della world music non è così lontano. E se le liquide e dilatate atmosfere in "Air Batucada" fanno da tappeto ad aspre percussioni, "The Honk Kong Triad" strizza l'occhiolino agli Air più minimali. Mai viaggio musicale fu più piacevole.

Si allarga, intanto, la platea che si appassiona alle languide atmosfere di Hilton e Garza. Nascono gruppo quali Tosca, Kruder & Dorfmeister, Gotan Project, St. Germain e Koop, solo per citarne alcuni. In realtà, sono una miriade i deejay che si infilano in questo limbo sonoro, distante da ogni forma di turbamento. Rigenerazione ascetica e catarsi mistica. Più che nei campionamenti, nei beat etnici ed esotici, nelle dilatazioni sonore è nell'animo che si trova il vero fulcro e il centro essenziale delle composizioni dei Thievery Corporation.

Anno 2002: terzo album in studio per la coppia statunitense. The Richest Man In Babylon secondo molti delude le attese. E se accenni funk-jazz ("Liberation Front") costituiscono una semi-novità per il loro sound, le calde trame latine di "Meu Destino" ed "Exilo" (con cantato in portoghese) trasportano la mente in aride distese desertiche. La sulfurea bossa nova di "From Creation" tratteggia note che si librano al vento e si disperdono. Lo slancio etereo dell'iniziale "Heaven's Gonna Burn Your Eyes", che culmina nel puro e celestiale canto di Emiliana Torrini, segna la perfetta simbiosi di dream-pop e dub. Fa ancora meglio la sognante "Until The Morning", dove la chanteuse italo-islandese si produce in un altro contributo vocale d'alta scuola su un tappeto di soffici tastiere (diverrà un grande successo grazie a uno spot pubblicitario). I lampi asiatici di "Facing East", frenati dall'inerzia elettrodub di "The Outernationalist", rappresentano il tira e molla che, con le dovute eccezioni, caratterizza l'intero album. E se la magica essenza Air dovesse confluire nell'estetica sonora dei Tosca, "Omid" e "All We That Perceive" ne sarebbero il risultato.
Ricco dei soliti featuring vocali che connotano le produzioni del duo, The Richest Man In Babylon è un caleidoscopio di echi di terre lontane. Ma i tratti meno convincenti, soprattutto rispetto alle precedenti produzioni dei Thievery, affiorano con più decisione, a causa della maggior disomogeneità dell'album. A tratti, si respirano melodie troppo piatte, prive degli slanci emotivi tipici degli esordi.

Nel frattempo, i due si dedicano a una seria infinita di collaborazioni parallele. Divenuti ormai un vero pilastro della scena elettronica soft, vengono contesi per la realizzazione di numerosi remix. Basti citare le collaborazioni con David Byrne, Pizzicato Five e Stereolab per dare la dimensione del rilievo acquisito ormai dal duo. Ma basterebbe anche pensare alla compilation intitolata "Sounds From The Verve Hi-Fi" (2002), raccolta di remix eseguiti per l'etichetta jazz Verve, o al successivo "The Outernational Sound" (2004). Quest'ultimo, che si evidenzia per la breve durata in relazione al numero di remix presenti (20), si presenta come una corrente continua dell'ormai classico sound dei Thievery Corporation. Soliti riverberi dub che, uniti ai riflessi cosmici delle tastiere, riflettono tratti intimisti e offuscati da un sottile velo di malinconia.

Il 2005 è l'anno di The Cosmic Game, che rinnova il successo commerciale, sfoderando un cast di ospiti primo piano (tra gli altri, Flaming Lips, Perry Farrell e David Byrne, oltre alla cantante Gunjan). Dal punto di vista musicale, tuttavia, il disco segna tuttavia il punto più basso della carriera del duo, rivelandosi il loro lavoro meno ispirato. Le grandi vie della chill-out, del trip-hop, del lounge e del dub sono ormai state esplorate e scandagliate in lungo e in largo. Eppure, come si può non farsi trascinare dalla primitiva dolcezza del cosmic-dub di "Marching The Hate Machines" (con i Flaming Lips) o dall'incalzare hip-hop di "Warning Shots"? Episodi positivi non mancano, insomma. "Satyam Shivam Sundaram" e "Doors Of Perception", con i loro tratti orientali, sono funzionali a quella vena psichedelica testimoniata anche dalla grafica della copertina, mentre "The Time We Lost Out Way" ricorda gli eleganti arrangiamenti jazzati della Beth Gibbons dell' incantevole "Out Of Season". Liquide pièce come "A Gentle Dissolve" e "Holographic Universe", invece, non paiono altro che piacevoli copia-incolla a colpi di sampler.
The Cosmic Game è forse l'unico album del duo da ascoltare in sottofondo, con la distrazione di qualche salatino. Non delude del tutto, ma nemmeno appassiona. Un lavoro troppo omogeneo per risultare sferzante, troppo piatto per entusiasmare.

Nel 2008 Radio Retaliation ripropone la loro "musica globale", che nasce dall'incontro e dallo scambio di culture diverse, allargandone i confini. A dimostrazione di ciò, anche la lista dei guest che compaiono nelle quindici tracce del disco: artisti d'ogni parte nel mondo che, come nella tradizione della discografia del duo, prestano la loro voce in ogni brano. Sleepy Wonder, leggenda reggae, amico e collaboratore del duo, apre le danze con "Sound The Alarm". Le tenui percussioni della traccia iniziale, accompagnate da visioni a cavallo tra la penisola saudita e l'America Latina, si congiungono a dolci riverberi psichedelici. E se "Mandala" ci prende per mano e ci porta in India, è ancora Sleepy Wonder a comparire nella traccia che dà il titolo all'album: cantato reggae, basi decise e reiterate in un moto placido, qualche tromba e atmosfera da Rototom Sunsplash. Nella successiva "Vampires" compare il lato meno "geografico" dei Thievery Corporation, con la voce di Femi Kuti, star nigeriana, che si innesta su una base jazz-tronica fatta di beat tanto dolci quanto fitti.
Ma il viaggio riparte, ed è il tempo della bossanova di Seu Jorge e di Verny Varela, che nelle rispettive "Hare Krsna" e "El Pueblo Unido" fanno respirare i profumi speziati dell'America Latina, delle favelas, delle metropoli sterminate. "(The Forgotten People)" è uno strumentale dai contorni orientaleggianti, che fa da spartiacque dell'album. "33 Degree" - probabilmente l'episodio più riuscito - si destreggia tra reminiscenze dei Massive Attack di "Protection", mentre l'incantevole "Beautiful Drug", episodio più unico che raro nell'intera carriera di Garza e Hilton, mostra come il freddo nord sia in grado di avvolgere e riscaldare.
Il soave canto di LouLou in "La Femme Parallel" dipinge notti primaverili di paesaggi urbani, e gli Air, a ben ascoltare, non sono poi così distanti. Ci si avvia così alla conclusione dell'album con il fluire liquido di "The Shining Path", "Blasting Through The City", traccia esemplare di quel che rappresentano oggi i Thievery Corporation, e "Sweet Tides", meravigliosa apertura melodica dai tratti celestiali che, sulla scorta di "Heaven's Gonna Burn Your Eyes", spiega le ali dipingendo una conclusione da brividi.

I Thievery Corporation rinnovano i fasti delle prime opere, raggiungendo a tratti apici di assoluta poesia. Con un album eterogeneo e estremamente curato, Rob Garza ed Eric Hilton fanno quello in cui meglio riescono: prenderci per mano e farci viaggiare.

La volta di Culture Of Fear (2011) cambia ancora una volta - con moderazione - le carte. Il titolo stesso, e la copertina oscura e minacciosa (sembra quasi il casco dei Daft Punk!) si fanno da manifesto per un album politicizzato e dall'impronta elettronica più marcata. Brani come "Web Of Deception" o "False Flag Dub" portano i sintomi già nel titolo. Su tutti, il rap nella title track è forse il brano più incisivo dell'album - un misto tra aggressività e le atmosfere distese ormai note del duo. Ma anche brani come l'eterea "Take My Soul" o il malinconico reggae di "Stargazer" si confermano classici in perfetto stile TC.

Nel 2014 Saudade si occupa dell'esatto contrario. Rob ed Eric stavolta preferiscono squagliarsi in tropicali delicatezze d'amore, avvalendosi esclusivamente di vocalist femminili. Il titolo - quella saudade tanto cara ai brasiliani - dovrebbe spiegarsi da solo; se in passato il duo aveva già ampiamente flirtato coi suoni del Brasile (avendo pure ospitato Seu Jorge), a questo giro la bossa nova diventa indiscussa padrona di casa, e viene affiancata giusto da lievissimi accenni elettronici e un'infarinatura appena di downtempo.
Le cinque vocalist si destreggiano tra portoghese, spagnolo, francese, inglese ed italiano, donando interpretazioni sornione, lascive e dai melliflui tepori erotici, come fosse la colonna sonora di un porno anni 70 con la tipa in pelliccia (ma nuda sotto) che passeggia sulla Senna - vedasi l'iniziale "Décollage" cantata da Lou Lou, e "Claridad" intonata da una capricciosa Natalia Clavier. Elin Melgarejo canta "Sola In Città", un delizioso brano in lingua italiana dai sapori anni 60 a cavallo tra Mina e Ornella Vanoni, e intona pure la lievissima samba sculettante di "Para Sempre" che ravviva un filo i toni dell'album. Nel singolo "Depht Of My Soul", invece, la voce di Shana Halligan tocca quasi le corde cinematiche di Lana Del Rey (anche grazie al sontuoso arrangiamento di archi che l'accompagna).

La sostanza non cambia. Chi ritiene che la musica dei Thievery Corporation sia un brodino da aperitivo radical chic non cambierà certo idea dopo l'ascolto di "Saudade" (anzi!). Anche chi li segue da tempo potrà trovare nel nuovo disco un'uniformità a tratti troppo pesante, mentre l'assenza di veri e propri momenti ambient in favore di una più imperante forma-canzone potrà spaesare chi si aspettava di farsi per lo meno un altro trip cerebrale verso nuove mete. E volendo, potremmo pure infierire ulteriormente facendo notare che esistono centinaia di dischi originali di bossa nova da andare a riscoprire, piuttosto che ascoltarne una versione moderna ricucinata da due tipi bianchicci di Washington Dc. Non dimentichiamo però che lo scopo della musica dei Thievery Corporation è anche quello di rilassare le eccessive tensioni della vita moderna - wind down come si dice oggi. Niente di nuovo sotto il sole quindi, ma se non altro il sole c'è, e allora ben venga anche un disco come Saudade, non imprescindibile ma pur sempre un lavoro di godibilissime finezze chill out.

Contributi di Damiano Pandolfini ("Culture Of Fear", "Saudade")

Thievery Corporation

Esplorazioni in downbeat

di Alberto Asquini

Alfieri della rinascita chill-out, maestri nel fondere dub, acid-jazz, bossa nova con spezie etniche (dall'India all'America Latina), i Thievery Corporation sono il duo di punta dell'elettronica soft. Musica a bassa battuta, da sottofondo, ma anche suoni sognanti e lisergici, che schiudono vasti orizzonti

Thievery Corporation
Discografia
Sounds From The Thievery Hi-Fi (ESL Music, 1997)

 

The Mirror Conspiracy (ESL Music, 2000)

 

 The Richest Man In Babylon (ESL Music, 2002)

 

 Babylon Rewound (remix, ESL Music, 2004)

 

 The Cosmic Game (ESL Music, 2005)

 

 Versions (remix, ESL Music, 2006)

 

  Radio Retaliation (ESL Music, 2008)
 The Culture Of Fear (ESL Music, 2011)
 Saudade (ESL Music, 2014)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Thievery Corporation su OndaRock
Recensioni

THIEVERY CORPORATION

Saudade

(2014 - ESL Music)
Un caldo omaggio alla bossa nova dal celebre duo della chill-out d'autore

THIEVERY CORPORATION

Radio Retaliation

(2008 - ESL Music)
Gli alfieri della musica universale alla quinta prova

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.