Uochi Toki

Uochi Toki

Narrativa rap

intervista di Nicola Minucci
Che Napo e Rico, ossia gli Uochi Toki, abbiano molto da dire lo si intuisce già dai loro torrenziali testi. Pagine e pagine di riflessioni esposte da Napo sulle spinose basi di Rico ne fanno uno dei più interessanti e originali combo hip hop di questa penisola. Noi li abbiamo incontrati, e i due non si sono smentiti: anche di persona hanno un sacco da dire e su tutto, tant'è che Rico mi mette subito in guardia, quando fissiamo l'intervista: "A noi piace prenderci il nostro tempo, sviluppare i concetti. Vediamoci a pranzo il giorno dopo il concerto (Pisa, 6 marzo: l'esordio del tour) così parliamo con calma". Il risultato è un'ora e mezza di conversazione, più che una vera intervista. Il sottoscritto ha pensato alcune domande, ma poi si è fatto prendere dal flusso, perché gli Uochi Toki parlano di tutto e con cognizione: sparano quando c'è da sparare, ma spiegano anche tutto quello che si chiede loro.
Mi hanno detto che se avessi avuto altre cassette per il registratore avrebbero riempito anche quelle. Non stento a crederci.

La prima domanda ho giurato che sarebbe stata sulla tua groupie di ieri sera.
Napo: La mia groupie?
Sì, tu hai avuto una groupie ieri sera. Non te ne eri accorto? A inizio serata c'è stata una ragazza che è venuta lì a vedere a cosa giocavi. Era una groupie, no? O almeno un'aspirante groupie...
N.: Non conosceva il gruppo, l'avevano mandata lì.
No! Veramente? Io avevo pensato che fosse una groupie. Mi ero detto: "Vedi, anche gli Uochi Toki..."
Roadie: Adesso te lo posso dire (rivolto a Napo). L'ho mandata io lì perché mi chiedeva: "A cosa sta giocando il tuo amico?"
Io pensavo che volesse conquistarti!
N.: Era una persona ubriaca rompicazzo che voleva sapere a che cosa stavo giocando e non tollerava il fatto che una persona potesse aspettare il concerto giocando. Mi fa: "Ah, sto aspettando il concerto". "Perché sei venuta qui?" "Beh, mi ci hanno portato, però mi sa che potrebbe non piacermi, in realtà" "Eh, mi sa anche a me..."
Ma le è piaciuto il concerto, poi?
N.: È sparita, e io non ho nemmeno presente che faccia abbia: stavo giocando a Tetris.
Però in compenso ti posso dire che tantissime mie amiche mi hanno espresso la loro invidia perché oggi vedevo te!
N.: Ah sì? Si sono fatte un'idea molto falsata.
Napo, non avevi mai considerato questo fatto?
N.: Cerco di non calcolarlo, perché non è una cosa che influisce più di tanto.
Forse è merito di una possibile componente autobiografica. A proposito, quanto c'è di autobiografico nei tuoi testi? Quanto racconti te stesso?
N.: Quando non è inventato, tutto.
E quand'è che non è inventato?
N.: Eh, non posso farti un elenco! Diciamo che le cose inverosimili sono vere, le cose che sembrano più realistiche generalmente sono inventate.
Quindi, per esempio, "Il piromane"...
N.: "Il piromane" è nella parte del disco che è totalmente inventata, però a me piace fare i falò (sorriso beffardo, n.d.r.). Non sulla spiaggia.

Proviamo a fare un excursus storico sugli Uochi Toki, che si incontrano nel lontano...
R.: 1998, direi. No, '97. E iniziamo ad andare in giro con le bombolette spruzzoline a colorare i muri. A scrivere tipo "Viva Pisa" e cose del genere. Io avevo già un gruppo rap abbastanza casereccio, quindi facevo già basi.
N.: E lo hai cambiato per un gruppo rap altrettanto casereccio!
R.: Casereccio, però con un'altra persona. Con il fatto che comunque passavamo un sacco di tempo assieme, perché non passarne di più facendo musica?
Quindi hai tradito il tuo vecchio gruppo rap con Napo!
N.: Diciamo che è il vecchio gruppo rap che ha tradito lui.
È la tipica storia/trucco della band che si scioglie e poi si riforma ma senza un componente?
N.: No, diciamo che non voleva suonare, l'altro gruppo rap.
R.: Vabbé, comunque... mia base suo testo, ci piaceva a tutti e due, nessuno bloccava l'altro per idee anche le più balzane, quindi siamo sempre stati totalmente indipendenti e forse, per fortuna, anche in sintonia e quindi siamo sempre andati avanti così: ognuno faceva quel cacchio che gli pareva, però lo facevamo contemporaneamente.
E infatti, a proposito di fare quello che vi pare... a volte si ha l'impressione che le basi siano totalmente indipendenti dal testo, mentre altre volte, invece, che siano estremamente legate, che tu Rico sottolinei certi passaggi, mentre altre volte sembra che tu segua solo una tua strada.
R.: Riesci anche a farmi degli esempi?
Qua e là, ma non riesco a dirti "in questo pezzo è così, in questo pezzo è cosà". E poi, nemmeno Napo prima è riuscito farmi degli esempi!
R.: Eh, ma non è mica facile su una discografia di centocinquanta brani!
Quindi anch'io sono giustificato!
R.: Però ieri ne abbiamo fatti undici! No, va bene. Non proviamo mai. Ci troviamo sul palco. A volte Napo sente per la prima volta la base su cui poi dovrà rappare e quindi lui adatta il testo alla base e poi, a mia volta, sentendo il testo riadatto la base al testo.
Quindi esiste un'interazione.
R.: Assolutamente.
N.: Sì. Ha un algoritmo (o logaritmo) casuale, però esiste.
R.: Sì, esatto. Non sottolineo le stesse parole in tutti i concerti, è vero, ogni tanto qualche riga di testo me la perdo, anche perché non si ha sempre la condizione ottimale di ascolto e anche la concentrazione perché comunque fare due cose contemporaneamente è complicato. A me viene difficile farne una!
R.: In alcuni punti c'è effettiva sincronia, in altri meno, in altri c'è e non si nota, e in altri sembra esserci e invece è casuale.
N.: E in altri, invece, qualcuno è andato a prendersi una birra.
Quindi, ritornando al discorso biografia/influenze, parliamo delle influenze ma non le malattie. Voi siete writer, avete sempre ascoltato rap, immagino.
N.: Fino a un certo punto, poi ci siamo rotti. Perché poi, il posto dove abitavamo al tempo era intorno a Voghera, che è una città-dormitorio che produce pendolarismo verso Milano.
R.: Produce tristezza generalizzata.
N.: Lì c'era una fiorente scena punk-rock, e quindi qualcuno ha cominciato a passarci dei dischi di hardcore-punk, abbiamo cominciato ad ascoltare anche quello, poi qualcuno ha cominciato a passarci dei dischi di metal, abbiamo cominciato ad ascoltare anche quello.
R.: Più che altro, gli sfigati che si tiravano un po' fuori dalle dinamiche discoteca, pub o calcio erano pochi. Le mitiche lotte fra metal e rap delle grosse città dalle nostre parti non si potevano fare, perché sennò rimanevi uno contro uno e quindi ci si alleava e si assorbivano un po' di cose ognuno dagli altri. Partendo noi dal rap, e quindi da una cosa assolutamente poco affascinante, subivamo più l'influenza di persone che seguivano magari il punk che non viceversa. Il rap è sempre stato denigrato e preso per il culo. E a ragione.
N.: Visto che hai introdotto l'argomento, il punk-rock era sempre pieno di groupie. Noi invece...
Ah sì? Eppure uno si immagina Eminem.
N.: È un'immagine falsata che il rap sia così girl-friendly, e infatti il rap è nerd, non è nient'altro. Infatti adesso c'è stata questa ribalta del nerd-core che è il vero modo di intendere il rap.
Però nemmeno il punk e il metal sono considerati generi particolarmente girl-friendly, no?
N.: Beh, no, ma in questo particolare momento metallari e punk sono sempre pieni di donne.
Quindi, potendo, tornereste indietro?
N.: Ma no, va benissimo come abbiamo fatto. Così ci è stato permesso di fare un'ottima selezione su queste girl e tenere soltanto quelle più affinate, alle quali piace Tetris!
Ma poi, con tutti i giochi, perché Tetris?
N.: Perché comunque è un gioco dove bisogna mettere in ordine dei pezzi e a me piace mettere in ordine le cose che poi scompaiono.
R.: Siamo in giro in quattro, con pezzi di batteria, il merchandising, strumentazione elettronica, su una Punto a metano. Si stava preparando per caricare la macchina, non stava giocando!
N.: E poi i puzzle-game hanno un che di astratto che quasi rimanda al concetto dell'esistenza stessa. È più un'equazione matematica che un gioco. È interessante.
Allora potresti risolvere equazioni matematiche!
N.: Con quelle non saprei neanche da dove partire! Però metti, individuare l'equazione che sta dietro il Tetris, quella lì è più intuitiva, quindi è anche più divertente da risolvere.

Più o meno abbiamo capito che cosa ascoltavate, insomma.
R.: Per quanto riguarda me, sono molto influenzato dai miei amici. Sono circondato da persone che ascoltano un sacco di musica e la più disparata e quindi la mia ricerca musicale non è in internet e non è sulle riviste. Sono proprio i dischi che mi passano le persone. E quindi ho fatto man bassa di campioni da gruppi che mi sono stati passati che sono diventati importanti per me come Secret Chiefs 3, Meshuggah, Queens Of The Stone Age. Ovviamente non ho campionato niente da rap perché il rap è un sacco di tempo che non lo ascolto, e invece ho voluto fare dei piccoli omaggi a tutti i nuovi ascolti che ho fatto in questo periodo, e sono tutti dischi che bene o male mi hanno passato dei miei amici, quindi l'influenza è "personale".
Quando avete smesso di ascoltare rap e perché? E poi, allora, perché chiedete implicitamente, voi che siete un gruppo rap, di essere ascoltati?
N.: Abbiamo smesso di ascoltare rap perché, boh, insomma, era tutto un po' uguale a se stesso.
Di che anni parliamo?
N.: Fine 90, inizio 2000. Quando c'è stata proprio la fine della seconda era del rap italiano e sono usciti pochissimi dischi in quel periodo. Poi c'è stata un ripresa, grazie al solito Eminem. Abbiamo smesso di ascoltarlo perché non dava più assolutamente niente, era veramente ripetitivo.
R.: Già al tempo sentivamo nel rap delle grandissime limitazioni: per le argomentazioni, come venivano trattate, e l'utilizzo terribile dei tempi verbali che facevano i rapper.
N.: Per non parlare delle metafore! Comunque non è che i rapper che ci sono adesso fanno schifo, è che hanno dei momenti in cui veramente danno il peggio, e c'è stato un momento in cui quasi tutti i rapper, italiani e non, hanno dato il peggio. Era appunto quel momento in cui abbiamo smesso di ascoltarlo. E questi magari si incazzano perché: "Ah, voi non supportate!" Eh, noi non supportiamo perché non sopportiamo più il fatto che escano dischi tutti uguali, che bisogna sempre ripetere le stesse cose. Ché poi adesso, bene o male, non è che sia cambiato tanto. Se noi chiediamo di ascoltare bene i nostri dischi è perché abbiamo forse la pretesa o la presunzione che possano dire qualcosa di più.
R.: Arroganza che forse abbiamo avuto dall'inizio, fin dal primo demo quando ancora eravamo Laze Biose. Già al tempo prendevamo per il culo alcuni stereotipi del disco rap: la canzone d'amore, che doveva esserci sempre e che era sempre la traccia più pacco del disco, o il featuring in inglese.
Quindi voi non farete mai un pezzo r'n'b di quelli tutti mielosi? Dai, almeno una volta... Magari da vecchi.
R.: Non è da escludere, e magari anche da giovani! Alla fine è una forma di espressione, quindi basta solo trovare il modo di utilizzare questa forma di espressione in maniera compatibile con quello che pensiamo. Teoricamente anche un pezzo r'n'b potrebbe essere fatto - anzi è stato fatto - con un ritornello, però ancora ai tempi dei Laze Biose, con il ritornello che diceva: "Ritornello r'n'b", che tra l'altro è stata la prima cosa che ho detto stamattina! (ride, ndr) Puoi utilizzarle le forme. La forma rap è quella che più si avvicina al nostro modo di esprimerci, anche se le basi sono di elettronica sporchissima, che è il tipo di elettronica che piace a me, e per esprimere certi concetti una canzone dalla struttura pop con un ritornello ripetuto quattro volte direbbe un centesimo di quello che viene detto in un nostro brano. Quindi, visto che sentiamo la necessità di esprimere determinati concetti, alcune forme sarebbero limitanti. Potrebbe essere anche divertente fare un gruppo punk-hardcore.
N.: È stato divertente, fare un gruppo punk-hardcore.
R.: Però dici dieci frasi. Il tempo di quindici secondi di un nostro brano sarebbe un brano intero punk-hardcore, quindi l'alternativa era fare cento dischi o farne cinque rap.
N.: E quindi per il momento ci è venuto bene cinque rap. Fa condensa.
R.: Esatto. È un riassunto di quello che ci capita e che pensiamo. Avessimo poco da riassumere ci andrebbe bene una forma più stringata, più limitata.
Ma quindi dei rapper attuali salvate qualcuno o sempre con riserve?
N.: La questione non è tanto salvare qualcuno. È: degli attuali, chi si salva da solo? Cioè, di quella che può essere nominata old school italiana vai a sentire un concerto, e se ne hai sentito uno nel 1998 ti rendi conto che ne stai ascoltando uno vecchio di dieci anni, perché è assolutamente uguale al concerto del 98. E io non ero presente nel 91 a sentire i concerti di questi dell'old school, ma potrei anche scommettere che ci sono molti elementi di continuità anche con i concerti che questi facevano nel 91. E la gente che c'è sotto il palco è uguale. E la gente che scrive e parla di rap è sempre la stessa e parla sempre nella stessa maniera di tutto: è sempre un tributo, è sempre "questo è stato nella old school quindi merita tutto il rispetto".
R.: Sì. Citazioni delle fonti e la credibilità che arriva solamente se qualcuno in un certo modo lo ha fatto prima e quindi tu sei giustificato nella tua azione. C'è forse poco coraggio di far qualcosa di nuovo.
N.: Ma no, ma neanche coraggio, è proprio che non ci pensano neanche, stanno pensando a tutte altre cose. Hanno in mente tutti altri obiettivi rispetto a quelli che possiamo avere noi.
Le groupie?
N.: Nooo, le groupie sono un obiettivo più metal o punk. I rapper magari hanno anche degli obiettivi, però sono veramente mal strutturati. A loro basta veramente poco per essere contenti: basta girare un po' e avere dei feedback di un certo tipo. Dopo un po' li senti che vengono a dire "Sì, però qui la gente non risponde, tutto è una merda". Eh vabbé, bisogna insistere un po'. Nella loro insistenza non sono assolutamente insistenti. Non perseguono niente, perché gente che fa i dischi a sei anni di distanza l'uno dall'altro che cosa avrà mai dovuto maturare per riuscire a fare un disco che non si discosta poi tanto da quello precedente? Solo con scuse tipo "Se fai uscire tanta roba è di poca qualità". Questi sono i veri stereotipi del rap, non i vestiti etc. Il fatto che i vestiti siano uno stereotipo è uno stereotipo. Invece il vero stereotipo del rap bisogna andarlo a scovare nei giornali rap degli anni 90 italiani. E sono ancora quelli!
R.: In studio abbiamo tantissime copie di vecchie riviste rap e sono veramente momenti di gran divertimento per grandi e piccini! Leggere tutti gli scazzi tipo "Il rap nei centri sociali è giusto o sbagliato?" e poi ogni rapper chiamato in causa doveva esprimere la propria opinione su una cosa su cui potevi non avere opinioni o semplicemente giudicare caso per caso. I rapper quindi, categoria messa sotto etichetta, avevano bisogno di altre etichette per poter definire chi stava da una parte, chi stava dall'altra.
Quest'ultima cosa, però, mi sembra un difetto un po' di tutti i generi, di tutti gli ambienti.
N.: Non è mai troppo il fatto che ognuno possa dire la sua, ma il fatto che ognuno possa dire la sua a volte porta a dei punti dove uno dice "democrazia = superstizione". Non ci possiamo liberare di niente? Bisogna tenerci proprio tutto? Com'è che si fa a farsi strada in mezzo a queste cose? Col rap, in quanto genere musicale molto parlato, è proprio di base il fatto che ognuno dica la sua, però il fatto di avere libertà di parola e dire la propria molte volte non permette di dire niente per scavare nelle opinioni di una persona che dice la sua. Allora di questi rapper ognuno dice le cose che pensa, però forse non è lecito andare a scavare, andare a capire effettivamente come la pensa. Si prende per buono quello che viene detto e quindi c'è questo guazzabuglio (negli anni 90, ma anche adesso). Non si capisce più chi abbia detto cosa e chi sta parlando per bocca di chi. È veramente caotica come situazione, e per questo ci vorrebbe una specie di Tetris.
Invece, per quanto riguarda la musica, come sono i rapper di adesso?
R.: Gran tastieroni e gran banchi di sample. Almeno nelle produzioni mainstream che mi possono arrivare all'orecchio non mi è mai capitato di sentire un utilizzo interessante di un campione. C'è proprio questa grande standardizzazione delle cose più tamarre americane riportate in Italia. Forse adesso, grazie alla tecnologia, lo scarto fra rap americano e rap italiano è diminuito, perché comunque la qualità degli studi di registrazione e dei banchi di suono ha subito una forma di globalizzazione, quindi avere i suoni che utilizza Dr. Dre per fare le basi a Eminem, per l'appunto, è diventato comunque accessibile. Si sa che macchinari utilizzano, che banchi di suoni, e quindi riprodurre qualcosa di simile non è difficile. Però non c'è nessuna ricerca se non la ricerca di sapere che cosa è stato utilizzato per fare un'altra cosa e cercare di rieseguirla.
N.: Nessuno cerca di inventarsi qualcosa. Di dire: "Ah, cazzo! Ho avuto un'idea della Madonna".
R.: È vero. Di dire: "Ah guarda come sono riuscito a fare una cosa che suona".
N.: Il massimo che fanno è una ripresa di metodi vintage, diciamo, di campionare il classico vinile che ti fa mantenere una pasta del suono che è quella del vinile, che ti fa pensare al funk del passato ed è quello il massimo della ricerca che riescono a fare. Poi il resto naufraga su questi suoni di tastiera, come dice Rico.
E secondo voi questo è dovuto a un certo provincialismo italiano che importa sempre, o comunque spessissimo, dall'estero o è proprio una questione del rap?
N.: Pigrizia.
R.: Poi dipende a che livelli. Nel senso, a livello mainstream funziona sempre il già sentito, sennò avremmo gruppi pop di qualità superiore, perché un sacco di musica che ascolto potrebbe essere pop per melodie o idee. Però a un certo livello arrivano solo alcune cose per via del già sentito. Può darsi anche che la cosa sia molto influenzata dalle grosse etichette. Magari, anzi sicuramente, non perché impongono agli artisti di far qualcosa in quella direzione, ma perché c'è talmente tanta gente che fa musica che a una grossa etichetta basta scegliere chi fa già quello che vogliono loro. E quindi, poi, tramite promozione possono trasformare quello che hanno sotto di loro nel prodotto da affiancare a qualcosa di già conosciuto. Cioè, Fabri Fibra è l'Eminem italiano, Mondo Marcio il 50 Cent. Le sonorità sono quelle, il contenuto dei testi non te lo so dire, però non è che hanno preso degli artisti e hanno detto loro "Vogliamo trasformarti in...". Hanno preso degli artisti che già per loro caratteristiche si potevano avvicinare e li hanno affiancati, magari non in maniera palese, però basta un ascolto dei gruppi che ho citato per trovare delle analogie grosse, così come qualcuno riesce a trovare delle analogie grosse fra il nostro gruppo e qualche altro.
Voi ne trovereste?
N.: No. Personalmente analogie trovate dal punto di vista di chi fa sono difficili perché io vedo veramente tutte le differenze nei minimi dettagli. E soprattutto non devo scrivere una recensione perché alcune persone si avvicinino alla cosa per il fenomeno del link myspaceiano che cita un nostro amico. Lui dice che la gente funziona sul già conosciuto. Io però non trovo analogie con altri gruppi. Se mi chiedi le influenze ti posso dire questo e quest'altro, ho ascoltato e quest'altro, questo mi ha influenzato. Però l'analogia no. Io sono molto per fare delle belle distinzioni, anche tra gruppi che generalmente vengono assimilati a me piace trovare le differenze che ci sono e guardare quelle, perché quelle effettivamente sono la parte rilevante. L'analogia è proprio la parte meno rilevante e interessante dell'ascolto. Quindi, quando ti dicono "Ah, voi somigliate a...", io mi discosto abbastanza. Non per odio o che, ma proprio per questo motivo: perché è poco interessante fare le analogie.
Allora come la prendete quando dicono che potreste un po' essere i Dälek italiani?
R.: Per alcune cose ci possono essere delle similitudini, però, appunto, facendolo noi in prima persona forse ci viene più facile trovare delle similitudini nell'attitudine con cui si fanno le cose piuttosto che nella musica. Io non mi ascolto un disco di Dälek per avere ispirazioni per le basi. Anzi, un disco di Dälek non me lo ascolto e basta!
N.: Forse un concerto. Un concerto di Dälek. Io uno lo ho ascoltato ed è stato un bel concerto. Quello è stato il culmine del mio ascolto di Dälek. Poi non ho più ascoltato nessun disco di Dälek, perché dopo che ho ascoltato un concerto di Dälek non è possibile ascoltare nient'altro. Penso che sia uno dei concerti più rumorosi che abbia mai sentito in vita mia. Non ho mai sentito Merzbow o gli Einstürzende Neubauten.
Gli Einstürzende Neubauten adesso sono calmissimi. Adesso si vestono bene e usano l'aria compressa.
Il tour del penultimo album, quello di "Perpetuum Mobile", era tutto incentrato sul suono e sull'utilizzo dell'aria compressa. Usavano dei compressori e li passavano su vari oggetti, o nei tubi. O ancora utilizzavano i tubi per produrre onde percuotendoli. Insomma, adesso sono raffinati. Non sono più gli Einstürzende Neubauten di un tempo.
R.: E poi, in fondo la differenza fra noise e ambient è una differenza principalmente di volume! Se fai ambient a un volume altissimo stai facendo noise. Probabilmente hanno cambiato solo il volume!
N.: C'è anche da dire che quando tu stai facendo rumore con un oggetto, che tu lo faccia piano o che tu lo faccia forte, la persona che sta di fianco a te può dirti, a seconda della sua percezione, di smettere di fare rumore oppure non sentire assolutamente che tu stai facendo un rumore così basso. Quindi è anche dato da come percepisce chi ascolta.
È verissimo. Ora è molto più difficile fare rumore, no? Gli ascoltatori sono parecchio più scafati.
N.: Sì, ma le persone sono molto più disturbate.
R.: Dipende. Adesso molti gruppi sono riusciti a inserire il rumore in un modo piacevole, consolidato e accettato, per esempio i Muse.
Sul serio ti piacciono i Muse?
R.: Ascolto anche i Muse, particolare l'album "Black Holes Revelation". E anche nei Justice, nel disco "Cross", ci sono dei momenti dove c'è del noise. Noise che magari è capitato di sentire in concerti solo noise, lì sono dei frammenti.
N.: Recintati. Ma non è da deprecare, eh!
Forse gli ascoltatori di ora sono più scafati e il rumore diventa più accettabile.
R.: Dipende dagli ascoltatori. Forse ci sono anche un sacco di ascoltatori che vanno per l'evento, il nome grosso, o la location figa, o il costo del biglietto alto.
C'è gente che va ai concerti perché il biglietto è alto?
R.: In ambito teatrale funziona di più. Se una cosa è a ingresso gratuito porta magari pochissima gente.
Pensavo che funzionasse così solo per i locali.
R.: No, non solo. Cioè, è chiaro: un concerto economico, per chi è interessato al concerto, è una buona cosa. Però come metro di giudizio può essere utilizzato, in un ambito ragionevole. Poi ci sono concerti che costano tantissimo, tipo quello di Ennio Morricone, però dietro c'è un orchestra con 64 elementi, un auditorium...
N.: Eh, diciamo che non è tutto hype e promozione, eh!
R.: Eh, se l'è fatta la gavetta, Ennio! (Napo scoppia a ridere, n.d.r.)
N.: Questa me la tatuo "Se l'è fatta la gavetta, Ennio".
R.: Però ci sono un sacco di motivi per cui uno va a un concerto, e un sacco di volte non è il gruppo da ascoltare, quindi puoi ottenere una delusione. Comunque, ce ne vuole a venire a un concerto degli Uochi Toki per divertirsi.
N.: Lo fanno solo dei fan sfegatati accecati da qualcosa che non ho ancora capito cosa sia.
R.: Da qualcosa che vedono in noi che forse c'è, forse non c'è.
N.: Sì. Farebbero meglio a costruirsi meglio, piuttosto che investire di speranze altre persone.
R.: E quindi andarsene da un concerto vuol dire che non sapevano neanche cosa aspettarsi o non avevano un atteggiamento rilassato verso l'evento. Se vai a sentire un gruppo e lo conosci probabilmente ti incuriosisce qualsiasi cosa faccia, perché ti interessa il gruppo. Invece se vai per l'evento, l'evento potrebbe non piacerti. Di per sé una struttura con delle sedie, un impianto e qualcuno che suona non crea di per sé un evento piacevole: potrebbe essere l'esperienza più brutta della tua vita come la più figa.
N.: Diciamo che regna la ricontestualizzazione. La gente va al concerto non per ascoltare il concerto ma per far tutta un'altra serie di funzioni collaterali che sono diventate ormai lo standard: bersi una birra, fare vita sociale... Di conseguenza anche per noi è inutile pretendere che la gente venga lì per ascoltare un concerto e della musica. Quindi anche noi, soprattutto recentemente, abbiamo studiato gli altri e abbiamo detto: "Va bene, anche noi ricontestualizziamo il posto. Il nostro non è più un concerto: è una spiegazione di cose che riguardano, non so, i comportamenti". In alcuni casi può essere anche una sonorizzazione. Però, comunque, visto che il mood della gente che arriva lì ai concerti nostri o di altri è quello di ricontestualizzare (inconsciamente, ovviamente) il concerto per fare un'uscita, non per fare l'ascolto, allora anche noi ricontestualizziamo il suonare.
Forse però esistono tutti e due gli approcci?
N.: L'appunto è giusto, sì, perché ognuno magari fa un misto. Però io vedo anche nelle persone che vengono lì ad ascoltare. Le persone che sono abituate all'ascolto, a dei concerti, comunque a un certo punto arrivano a dei momenti in cui fanno fatica e quindi passano ad altro e magari vanno a prendere la birra. È un misto fra un ristorante e un concerto, o fra un bar e un concerto. Un tempo magari avremmo detto anche che la cosa era sbagliata, però poi a furia di dire che è una cosa sbagliata ti rendi conto che magari è un po' d'intransigenza, e quindi uno passa a studiare direttamente come la persona sta ascoltando il concerto e, di conseguenza, l'atteggiamento ultimo che teniamo nei confronti del concerto nostro, o anche quando andiamo a sentire i concerti degli altri, è riutilizzo dell'ambiente in una maniera diversa.
Quindi anche voi, ormai, andate ai concerti per birra e chiacchiere?
N.: No. Ricontestualizziamo in un'ulteriore maniera. Cioè, magari andiamo al concerto perché, boh, magari stiamo fuori e non entriamo. No, di solito andiamo al concerto per ascoltarlo. Se spendiamo dei soldi, è per ascoltare. Anche se l'ascolto molto spesso viene reso difficile dal fatto che quello non è un posto per ascoltare. Ormai è consolidato: è difficile far sentir bene un concerto, perché ci sono tutte delle cose che ostacolano.
R.: Sì, ci sono molte strutture non adatte alla musica dal vivo, però magari adatte a fare i locali di svago notturno. Quindi ci sono un sacco di locali... Mi vengono in mente grossi posti a Milano che sono hangar pieni di gente mediamente ubriaca che si vuole divertire, dove però è assolutamente impossibile ascoltare. Sono i centri commerciali della musica, dove la qualità di ascolto è bassissima. E non sembra preoccupare nessuno perché tanto sono tutti lì per altre cose. Ci sono anche dei locali fighi in Italia, purtroppo non tantissimi, dove è una bella esperienza suonare perché sono locali studiati per la musica dal vivo. Fortuna loro, alcuni funzionano anche bene. Non so, il Circolo degli Artisti a Roma, il Bronson a Ravenna, o lo Spazio 211 a Torino sono locali studiati per la musica dal vivo. Poi, magari, è chiaro che la gente ci può andare anche per sbronzarsi. Però se uno, per sfiga proprio, si vuol sentire anche il concerto, riesce a sentirselo bene. Poi la cura dell'aspetto audio è a discrezione del gruppo. Se il gruppo va solamente per suonare e avere solo un grosso pubblico e poi della qualità si interessa poco va a finire che anche nei posti dove si può sentire bene si sente male perché tanto c'è uno a cui non gliene frega niente o uno poco competente che sta seguendo la parte audio.
Fra l'altro nei vostri testi ogni tanto si intuisce la vostra attenzione proprio a questo aspetto.
N.: La sua! (indica Rico, n.d.r.) E anche la sua (indica il fonico, n.d.r.).
R.: Si dovrebbe dedurre dall'ascolto dei dischi!
Ma c'è anche un aspetto testuale, no?
R.: Sì. Io ho uno studio di registrazione ubicato in provincia di Alessandria, e dai nostri discorsi Napo ha imparato anche un po' per osmosi termini tecnici e rotture di palle da fonici. All'inizio ci citava nomi di microfoni... Per esempio, parlavamo io e il nostro fonico, e all'inizio ci prendeva in giro citando microfoni sbagliati o termini inappropriati per descrivere situazioni, poi piano piano ha cominciato ad affinarsi e adesso Napo saprebbe dire, tipo... Sulla cassa cosa metteresti?:
N.: Il D 112. Assolutamente l'unico che riesce a riprendere le basse in una maniera adatta.
R.: Sul rullante?
N.: Sul rullante... SM 57.
R.: Hai mai fatto un sound-check di batteria?
N.: Mai! E non vorrei mai farne uno, né come batterista né come fonico. Perché non potrei suonare la batteria, e quindi divertirmi, e il fonico non capisco se si diverte o meno (ride).
R.: Essendo tematiche che trattiamo nel tempo libero... Non so, anche ieri, nel viaggio Cattolica-Pisa una buona ora e mezza è stata dedicata ai sistemi operativi.
N.: E avevo fatto solo una domanda su che computer mi devo comprare!
A proposito di nerd-core, eh?
R.: Eh sì. E quindi sono cose che poi emergono dai testi perché sono cose di cui parliamo. Se, finito un concerto, si sentiva di merda si parla di quello. Non si tralascia come aspetto, perché sono tutti dettagli, possiamo chiamarli dettagli ma forse non lo sono, o forse sì, sono dettagli però dall'importanza rilevante per quanto riguarda un concerto. Se un concerto musicale non si sente bene, buona parte è persa.

Secondo lato della cassetta: siamo già a 45 minuti: se siete stufi me lo dite.
N.: Se avevi una cassetta da sei ore te la riempivamo. Che altre domande hai?
Abbiamo parlato del pubblico quando si approccia "male" alla musica, quando non la gradisce e quando la considera rumore. La copertina di "Laze Biose". È il simbolo che significa "irritante", giusto?
N.: È anche il simbolo che vuol dire "irritante".
Perché anche?
N.: La genesi di quella copertina è: siamo andati da un nostro amico...
Roadie: È anche il segnale stradale che dice di fare attenzione.
Davvero?
Roadie: Eh sì, la X nel triangolo.
N.: La X è "attenzione, c'è un incrocio". Poi ci sono vari tipi di incroci: quello con strada principale, con strada secondaria. La genesi di quella copertina potrebbe ricollegarsi a quello che forse stai per chiederci. È questa: siamo andati da un nostro amico grafico e gli abbiamo detto: "Facci la copertina tu". Volevamo una cosa che fosse grafica e, come si può dire... Masterizzata alta: che si vedesse anche a distanza. Lui ha tirato fuori questo, ma non è che volesse connettere a noi il significato di "irritante", era solo una X nera su fondo arancione. Diciamo che il fatto che sia "irritante" può essere una cosa di cui veniamo investiti. La gente magari pensa che noi facciamo queste cose per risultare irritanti o che.
R.: Invece è che magari siamo irritanti, però non è che lo facciamo per esserlo.
N.: È come dire: "Acido solforico! Tu corrodi la gente!", "Ma non lo faccio apposta! È soltanto che ho un numero atomico che è così e così, sono venuto fuori per caso. Però servo a un sacco di altre cose, e se mi diluisci e fai un po' di attenzione...". È inutile prendersela con l'acido solforico.
R.: "Se mi tocchi con i guanti puoi scoprire che posso essere anche utile per un sacco di cose".
N.: "Sì! E grazie a me scopri che le sostanze che compongono i guanti ti permettono di farti il bagno nell'acido solforico quanto vuoi". Questo per fare un esempio con gli acidi che sono irritanti per la pelle.
Ho capito. Però in realtà la domanda era un pochino diversa, e un po' me la hai fottuta lo stesso. Quello che volevo chiedervi io è se siete ancora adesso irritanti. Ormai siete abbastanza established, si sa chi siete.
R.: Aspetta, aspetta. Posso rigirarti io la domanda? Voglio una domanda più specifica. Hai notato meno irritazione nell'ultimo disco rispetto a quelli prima? Una posizione più morbida?
No. È semmai questo, visto che ormai siete conosciuti, visto che si sa chi siete, avete il vostro pubblico, e su quel pubblico non avete più effetto irritante, anzi.
N.: Non ho presente di chi si tratti, perché poi finito il concerto con della gente parli, però non è che ci occupiamo del pubblico. Anzi, di solito è preferibile che ci occupiamo delle persone a cui non piacciamo e che non capiscono. Infatti quasi tutto è diretto a questa categoria. Penso che questo "nostro pubblico" di cui tanto si parla sia venuto fuori perché ci siamo rivolti a persone a cui non piacevamo e che non capivano, e che man mano, appunto come una persona che ha a che fare con dell'acido solforico, si sono messe i guanti e hanno cominciato a palpare l'acido solforico.
R.: E poi hanno cominciato a dire ai loro amici "Oh, guarda che è una figata usare l'acido solforico perché è utile!".
N.: Hanno cominciato a rompere loro i coglioni ed essere irritanti a loro volta: "Vieni al concerto degli Uochi Toki... Dai, vieni che ti piace!" "No, mi rompo il cazzo". "Dai, vieni". "Ma è rap, e a me il rap fa schifo", eccetera. C'è una zona di comfort da cui bisogna uscire per apprezzare determinate cose e per farne determinate altre. Probabilmente (non so dire, perché non li ho conosciuti uno per uno) questo nostro pubblico ha fatto in parte quest'operazione dell'uscita dalla zona di comfort. Però, a questo punto, cosa possiamo dire loro? A noi interessano quelli che non hanno caro l'uscire dalla zona di comfort, e quindi lo stare scomodi.
E quindi non vi turba per niente che nelle persone che vengono a vedervi ci siano magari tanti di quelli che magari criticate nei testi o sono lontane dalle vostre concezioni?
N.: Persone criticate nei testi non ce ne sono. Di solito vengono criticati dei comportamenti. Non è che dà fastidio, quindi, perché il comportamento può dare fastidio nel momento in cui viene applicato in una relazione che include me, noi o altri. Quindi può venire chi vuole, anche se ci sono persone che continuano lo stesso a tenere dei comportamenti nonostante si ritengano dei fan degli Uochi Toki, fatti loro. La gente va verso la comprensione, non verso la non-comprensione.
R.: Poi non è che una persona, per apprezzare quello che facciamo, debba comportarsi come noi. Anzi, se apprezza quello che facciamo comportandosi anche in maniera diversa vuol dire che ha trovato la sua strada e il suo equilibrio e riconosce un percorso analogo in noi. Lo riconosce e in qualche modo ce ne dà merito venendo ad ascoltare un nostro concerto anche se la sua vita è d'impostazione molto diversa rispetto alla nostra. Quindi per me ben venga che ai concerti degli Uochi Toki ci sia pieno di gente che non è d'accordo con quello che diciamo, e che però riconosce una certa forma genuina nella nostra espressione. Che riesce ad accettare le differenze. Non vogliamo dare nessun modello, né nessun consiglio su come fare. Possiamo solamente mostrare come facciamo noi determinate cose e la mia speranza è che ci sia gente che lo vede, che lo nota e apprezza il fatto che noi utilizziamo il nostro metodo. È più importante l'attitudine che la condivisione del gusto e della musica.
Vi è mai capitato di litigare con qualcuno del pubblico?
R.: Ci capitava più spesso quando suonavamo alle jam hip hop, a questi raduni hip hop.
N.: Perché ci presentavamo con la batteria e la chitarra.
R.: Suonavamo punk-hardcore a una jam hip hop. La gente non tollerava il nostro atteggiamento diverso. Non riusciva a vedere qualcosa di genuino perché facevamo qualcosa di diverso da quello che volevano, da quello che si aspettavano. E quindi c'era lo scontro. Adesso le cose sono facilitate perché molta gente che viene ai concerti degli Uochi Toki sa già che si troverà di fronte a questo tipo di atteggiamento, quindi un concerto degli Uochi Toki in una discoteca prima di un set di Coccoluto. In un contesto dove nessuno ci conosce, come potrebbe essere appunto quello di una discoteca house, la gente non conosce il nostro atteggiamento e quindi magari non è nemmeno pronta a condividerlo. Ai concerti in cui ci sono solo gli Uochi Toki c'è una forma di selezione naturale del pubblico.
Il rischio quindi è sempre quando ci sono gruppi che aprono per altri. È un po' come i famigerati sventurati che aprono per Vasco all'Heineken Jammin' Festival.
R.: Eh sì! Però quando abbiamo aperto il concerto di Caparezza il pubblico, che conosceva Caparezza e non gli Uochi Toki, era sicuramente più bendisposto che non il pubblico di una jam hip hop.
N.: Era anche al Radio Onda d'Urto Festival ed era anche un drogaio. Quindi la gente che c'era lì sotto poteva essere anche molto drogata, molto narcotizzata.
R.: Comunque non sono arrivate bottiglie sul palco.
N.: No. Solo commenti sul fatto che eravamo vestiti troppo alla moda.
Voi!?
N.: Sì. Tipo: "Eh, no, ma lui fa tanto quello diverso però guarda, ha i pantaloni che vanno di moda adesso, le scarpe così". Ma tu vai in un negozio a comprare qualcosa che non esiste, dai! Se mi vestivo vintage, poi, poco importa.
Roadie: Un sacco di iuta.
R.: Eh no, con un sacco di iuta facevi l'alternativo, volevi metterti in mostra a tutti i costi. Se una persona ti vuole criticare, può criticarti per qualsiasi cosa.
Comunque, insomma, bottigliate, gente che non apprezza, ma mai litigi seri.
R.: Più che litigi seri, fischi dal pubblico.
N.: Un tipo che una volta, a una jam rap, è salito sul palco mi ha tolto il microfono e ha cominciato a parlare e a rappare per conto suo. Sotto il palco gente che ci fa domande e questioni risolvibili con "Ma chi se ne frega", queste cose così insomma. Proteste di persone che vogliono farci dire delle cose che noi non abbiamo detto. Ah, e poi la gente che ci chiede delle posizioni politiche! Spaccamento di minchia incredibile.
Già, perché, a proposito di articoli sul rap nei centri sociali, vi sarà capitato di suonare nei centri sociali?
N.: Il centro sociale è un luogo. Il come sia stato ottenuto, sono cose che interessano esclusivamente le persone che lo gestiscono. Se dovessimo non andare a suonare nei posti perché hanno una gestione fatta in modo che a noi non va bene, dove cazzo andremmo a suonare? Staremmo a casa.
N.: Per noi suonare in un centro sociale, che sia di destra o di sinistra, è ininfluente.
E quando però ve le chiedono, le opinioni politiche, voi che dite?
N.: Io annullo la scheda.
Ma così ti salvi sempre!
N.: No, no. Io dico esattamente quello che faccio. Quando poi mi dicono che bisogna dare il voto al meno peggio, e io dico "Sei un cretino perché non è esprimere una preferenza".
R.: È una pistola puntata alla tempia, scegliere il meno peggio.
N.: Anche qui prevale la questione del "si è sempre fatto così e allora va fatto così". Votare è un diritto eccetera eccetera, però tutte le cose che sono state messe sopra al votare non vengono neanche tenute in considerazione. Quindi per me votare non è esprimere un diritto o una preferenza. Quando bisogna scegliere tra quello che c'è, io di solito cerco dei modi di fare in modo diverso.
R.: Ma sì, è come una sera che si decide di uscire e ti va bene uscire, e gli altri dicono "Andiamo di qui, andiamo di là", e tu dici "ma sì, quello che volete voi per me va bene, a me basta stare in compagnia". Votate quello che volete: per me basta stare in buona compagnia. Gli amici ce li ho, che scelgano pure gli altri, tanto non ci sarebbe niente da scegliere. Le ultime elezioni ho sempre avuto cose più interessanti da fare.
N.: Andare a votare, ancora magari sì. Non vorrei mai che mi si sottraessero dei diritti, però non trovo nessuno a cui esprimere la mia preferenza, e non trovo neanche in nessuna posizione tipo quelli che stanno fuori dalle preferenze tipo, non so, gli anarchici, o i partiti di estrema destra che non compaiono sulle liste... Niente, proprio niente. C'è il deserto. Niente di utile, niente di interessante. Quindi cosa posso fare?
Però rischiate di litigare quando vi chiedono queste cose, no?
N.: Sì, rischiamo perché comunque la gente ha questo bruttissimo vizio di pensare "se tu non sei con noi, sei contro di noi", quindi questo fattore di dividere in due ha rovinato tantissimo il modo di vivere la cittadinanza, il fatto di abitare tutti nello stesso posto. A persone che sono di sinistra estrema, siccome cerchiamo di farle ragionare, potremmo sembrare di destra estrema. A persone di destra estrema, siccome cerchiamo di farle ragionare, potremmo sembrare di sinistra estrema. È logico.
R.: È un atteggiamento verso la politica derivato dall'atteggiamento che si ha verso il calcio, o fra pisani e livornesi!
Ma l'avete vista davvero, la scritta "Pisa", o era un'invenzione?
N.: No no, l'ho vista. C'era scritto "Pisa".
R.: Però il rapporto fra immaginazione e reale, quello è bello presente nell'ultimo disco. È sicuramente un aspetto affascinante, il fatto che te lo sei immaginato, il fatto che tu abbia creduto a una cosa di fatto è come se fosse successa, quindi la scritta "Pisa", anche se non ci fosse...
N.: I want to believe.
R.: Esatto. Come recitava un poster nell'ufficio di Moulder in "X-Files". A me piace credere che la carriera di Sylvester Stallone sia iniziata come pornoattore con il nome di Tony Tarello. Purtroppo però Google mi ha smentito.
O anche che Billy Corgan era il bimbo di "Super Vicky".
R.: Ecco, esatto. Queste sono cose che alla fine, se ci credi, il fatto che siano vere o false non ti cambia nulla. Anzi, certe cose è bello crederci anche se magari sono false, perché stimolano la tua fantasia e la tua curiosità rispetto ad alcune banalità realissime.

Non voglio farvi domande particolarmente specifiche, ma vorrei che raccontaste un po' la genesi di "Libro Audio".
R.: A strati. Sicuramente possiamo dirti degli elementi che hanno influenzato questo disco. Il primo che viene in mente a me è ovviamente un elemento introdotto da me. È il fatto di chiedere a Napo di fare dei racconti di narrativa e quindi non più situazioni che ha vissuto in prima persona.
N.: Vissute in prima persona, ma nella fantasia.
R.: Comunque anche in pezzi di fantasia, nelle storie inventate come "Il piromane", "Il claustrofilo" o "Il ladro", io che lo conosco bene ci sento tantissimo di lui anche in una storia di un personaggio inventato. Ma penso sia anche difficilissimo, se non impossibile, per Napo creare qualcosa di veramente nuovo non concepibile neanche da te.
Roadie: Tipo parlare di un drogato, di un tossico...
N.: Ma ne ho visti.
R. (a Napo, n.d.r.): Hai comunque un sacco di informazioni per poterne scrivere.
N.: Sì, esatto. Purtroppo ho reperito informazioni da qualsiasi posto mi fosse capitato a tiro, quindi non so di cosa non potrei parlare. Forse della Groenlandia, che però mi piace, quindi ne riuscirei a parlare.
Poi potresti sempre parlare di una Groenlandia immaginata.
N.: Eh, però così l'avrei immaginata. Nell'immaginario le cose esistono, soltanto che sono percepite in momenti differenti dalla realtà. Però questo è un discorso veramente ampio. Non è la sede per affrontare queste cose. Comunque questo è un elemento che ha influenzato il disco. Io passo molto tempo a pensare a queste cose immaginarie, e quindi quando mi trovo a parlare con delle persone che pensano di più a cose concrete avviene una specie di scontro. Non un vero scontro come potrebbe essere quello politico, ma comunque una divergenza di opinioni. E per appianare queste divergenze di opinioni è stato fatto proprio un concept su come si può passare da punti concreti a punti astratti, con tutte le varie variabili. Questo per spiegare (perché abbiamo la pretesa di spiegare o insegnare a delle persone) come si può fare a sostenere un discorso completamente astratto senza dover per forza ricadere nel "non siamo più concreti, torniamo sul piano concreto". Non è necessario. Non è assolutamente necessario: bisogna accettare la componente astratta di tutto e questo è uno degli elementi che mi hanno fatto scrivere determinate cose. Poi, non so... Ci sono state esigenze di suonare un po' più "unitari", meno "frastagliati" rispetto agli altri dischi. Più omogenei. Gli altri dischi magari erano meno studiati.
R.: C'era meno ordine sistematico dietro, forse anche per le idee che stavano alla base del disco.
Era minore la coesione d'insieme? Possiamo dire così?
R.: In un certo modo sì, perché questo disco è stato programmato molto, prima di essere stato scritto e realizzato. Avevamo chiara l'idea del disco prima che dei brani che dovevano esserci dentro, a differenza di quanto avvenuto per altri dischi. "La chiave del 20" è stato una via di mezzo, perché avevamo chiara anche lì l'idea del disco, però dovevamo anche interfacciarci con un altro gruppo. Invece questa è la prima volta che facciamo quello che si può definire un concept album. Conoscendoci molto bene, avere già l'idea del disco ci faceva lavorare in quella direzione, e quindi il risultato è stato per forza più omogeneo. Avevamo tutti ben chiaro dove portarlo. Poi il risultato finale è stato una conseguenza.
Anche come campioni, come suoni, mi pare più omogeneo.
R.: In realtà ho campionato proprio da cose diversissime, le più disparate, e comunque penso che la base de "Il cinico" sia radicalmente diversa da quella de "L'osservatore", se parliamo di sonorità.
Però esiste una specie di disegno di fondo, si vede.
R.: Sì, il percorso da reale a immaginario è comunque seguito dall'elettronica. La struttura di solito è così. Io faccio un loop o un canovaccio della base e la do a Napo, che sulla base scrive il testo. Però, sapendo già prima quali erano le tematiche e i personaggi che volevamo sviluppare, io davo le basi a Napo ad hoc. Non era: "Senti questa base, cosa ti piacerebbe farci sopra?". Ho fatto la base per "Il claustrofilo", ho fatto la base per "Il cinico". Questo perché seguivano, almeno per quanto riguarda le atmosfere, quello che immaginavo io per quella tematica. Poi Napo ha messo sopra la sua interpretazione, e sulla sua interpretazione ho reinterpretato io le basi e via così. Ci siamo un po' inseguiti a vicenda per avvicinare il tutto e farlo risultare più compatto, perché gli Uochi Toki non sono io e gli Uochi Toki non sono Napo. Anche se poi le tue amiche invidiano il fatto che tu trascorri del tempo con Napo e non con me.
Ma lui è la parte più appariscente, è sempre così con tutti i gruppi!
R.: Ma sono solo trenta centimetri di differenza! Cioè, lui sta trenta centimetri più avanti di me sul palco! È il vocalist, è il frontman. Ma mi va bene, perché un sacco di volte la sua posizione richiede pazienza o rottura di coglioni.
N.: Ad esempio le groupie. Uno pensa che una persona deve essere fortunata ad avere delle groupie. Invece no, perché generalmente sono dei soggetti abbastanza stupidi e insopportabili.
R.: Molte volte c'è una carenza alle spalle che le spinge.
N.: Una ragazza sarda che mi viene lì a dire "Non giocare col Tetris" e "Che cazzo giochi a fare?" Via! Il Tetris...
Quel "sarda" lo levo, ché poi magari mi dicono "Ah, vedi Napo, ce l'ha con i sardi".
N.: No no, scrivi che l'ho detto e che non ce l'ho assolutamente con i sardi, era soltanto per dare una caratteristica. Però forse puoi anche cancellarlo, vedi tu.
R.: Conosci meglio di noi il media internet.
È vero, però visto che passate un'ora e mezza a parlare di sistemi operativi, forse qualcosa lo conoscete.
R.: Forse di sistemi operativi ne sappiamo più di te, o almeno di Linux, però su come reagisce la gente, su come commenta sui forum. Io non ho mai letto un blog, per esempio. Su come avvengono le dinamiche di commenti nei blog o le discussioni sui forum non sono ferrato. Io non ho mai frequentato questo tipo di strutture, per disinteresse e anche pregiudizio, non so come funzionano. Quindi magari sai che se scrivi "una ragazza sarda" poi sotto ci saranno cinquemila flame.
Noi non facciamo mettere i commenti sotto!
R.: Allora attribuiscici le frasi più spietate che ti possono venire in mente solo per vedere cosa succede, tanto alla gente non credo interessi sapere come abbiamo fatto il disco...
Comunque anche voi vi dilungate, tanto che avete fatto un pezzo rap di dieci minuti!
R.: Sì, l'ultimo del concerto, per far sì che nessuno rompesse più i coglioni con il bis.
Ma sono dieci minuti anche sul disco!
R.: Ce lo teniamo come dulcis in fundo per alcune date.
N.: Sì, dulcis come la cicoria.
R.: La cicoria in fundo! Se è necessario o se serve determinato spazio per dire determinate cose... Non dovendo rispettare dei tempi radiofonici o televisivi (il video che deve durare dai tre minuti e dieci ai tre minuti e quaranta, il brano radiofonico in cui tra la prima strofa e il secondo ritornello ci devono essere due minuti e mezzo), abbiamo deciso di non tenere in conto questi tipi di tempistiche. Se servono dieci minuti per dire delle cose, vada per i dieci minuti. Poi sta a noi riuscire a far arrivare il contenuto, quindi porlo in una forma interessante. Se poi una persona dice "Sì, ma questo non la finisce mai" vuol dire che non è pronta nemmeno per sentire i brani da quattro minuti di "Libro audio". Ci vuole comunque una certa predisposizione: chiediamo tantissimo all'ascoltatore perché, nella nostra arroganza, crediamo che questo non sia un disco da tenere in sottofondo per fare atmosfera intanto che limoni con la ragazza. È qualcosa da ascoltare (spero) a volume medio-sostenuto coi sub e attenzione per i particolari. L'ultima volta che sono stati in studio da me gli Eterea hanno ascoltato il disco in anteprima. Arrivati in fondo mi hanno detto: "Rico, dobbiamo risentirlo perché c'erano troppe cose da seguire". Sono degli ascoltatori molto attenti, però non riuscivano a seguire testo, elettronica e intrecci.
Leggendo le varie recensioni si legge qua e là, non come critica in ogni caso, che "Libro Audio" è un disco di cui magari è più facile ascoltare un brano, poi un brano, poi fare altro, poi ascoltare un altro brano e così via, piuttosto che dall'inizio alla fine perché è un po' faticoso.
N.: È un modo di lettura che io condivido. Se ho un libro a capitoli io non riesco mai a finirlo leggendolo tutto. Leggo un capitolo, poi un altro e a volte, magari, faccio anche avanti e indietro. È anche nei diritti del lettore espressi da Pennac! Con "Libro Audio" uno può spizzicare, fare come vuole. Basta che lo ascolti tutto. Anzi, può anche non ascoltarlo tutto, basta che non dica che lo ha ascoltato tutto senza averlo ascoltato tutto.
Basta che lo compri?
R.: No, assolutamente. Va ascoltato, ognuno come crede.Se a uno fa piacere ascoltarsi "Libro Audio" a letto, ben venga. Se a uno fa piacere ascoltarselo solo quando ha mal di denti, ben venga lo stesso.
Adesso che avete dato i consigli per l'ascolto (o non consigli per l'ascolto) dell'ultimo disco, c'è qualcosa che volete aggiungere?

Roadie: Faccio io una domanda a Rico. Parlaci dell'inserimento della batteria nell'ultimo pezzo.
R.: Di quella sul disco non posso parlare. Per quanto riguarda il live, quello di ieri è iniziato con del noise campionato dal Meccanico del Suono, che è un nostro amico che ha partecipato anche al disco. Ha una tavolata grossa così di strumentazioni costruite da lui per fare rumore e basta. È ad altissimi livelli ed è fuori da qualsiasi tipo di scena, anche dalla scena noise. È proprio una persona, non lo inserisci in un contesto specifico.
Gabber, magari?
R.: No: è un elettricista, più che un musicista. Musicista no di sicuro. È un elettricista, un informatico, un elettronico. Non ha caratteristiche strettamente musicali. Comunque, fatta questa batteria ho iniziato con il mio metodo. Avendo uno studio di registrazione ovviamente mi capitava di avere fra le mani batterie fantastiche incustodite, nei momenti di assenza dei gruppi. Suonare la batteria è un sacco di tempo che ci provo, però non riuscivo a trovare un metodo che mi incanalasse. Allora me lo sono dovuto creare. Mi sono preso il Nintendo DS, mi sono fatto un metronomo e in cuffia mi ascoltavo il metronomo. Era la macchina a darmi il senso del ritmo, cosa che invece i batteristi hanno sviluppato in maniera autonoma. Poi, per quanto riguarda portarla dal vivo, mi piaceva molto l'idea che il rapporto fra reale e immaginario che viene trattato in "Libro Audio" potesse essere portato anche in una dimensione sonora dal vivo. Partire da elettronica pura e arrivare all'elettronica mischiata con l'esecuzione "vera" di una batteria. Per me costituisce una grossa sfida perché non sono un batterista: mi mancano tante cose, anche se ho visto che ho preso subito i difetti del batterista, tipo suonare la batteria intanto che ti stanno microfonando la cassa o il rullante.
Roadie: Poi stai diventando sempre più stupido...
R.: Portare la batteria dal vivo, nelle mie intenzioni, è per spiazzare ulteriormente il pubblico. Decontestualizziamo il nostro concerto come concerto di musica elettronica più testo. Lo facciamo diventare batteria acustica più testo più elettronica. Una sintesi di quello che facciamo anche a livello audio.
E ti dico che effettivamente è spiazzante. Quando ho visto la batteria sul palco ho pensato che ci fosse di default, che nel locale la lasciassero sempre lì.
R.: Esatto! Infatti adesso il problema potrebbe essere quando la gente si aspetterà il brano con la batteria, se mai succederà. Potrebbe anche essere una cosa che non attira così tanta attenzione da diventare un elemento fondante del concerto. Però quando diventerà qualcosa che la gente si aspetta, potrebbe non essere più un elemento di sorpresa.
A quel punto vi toccherà mettere la batteria ma poi non fare il pezzo.
R.: Chi lo sa? Abbiamo davanti dodici concerti. Vedendo le reazioni e soprattutto anche come percepiamo noi sul palco la cosa decideremo come aggiustare il tiro. Ed è il motivo per cui sulla nostra locandina c'è scritto che non parleremo, non testeremo l'impianto, ma faremo quello che ci pare. Non siamo lì per intrattenere il pubblico. Io spero che la gente venga per sentire il nostro atteggiamento, la nostra attitudine. Vedere che cosa facciamo, non aspettarsi qualcosa di specifico, ma aspettarsi semplicemente di assistere a un concerto degli Uochi Toki a prescindere da quello che decidiamo di fare. Potrebbe essere anche un concerto gabber, una sera. Se alla fine di una serata di elettronica gabber dove non viene detta una parola e alla fine del concerto qualcuno viene a dirti che ha capito, e gli è piaciuto perché ha capito anche se si aspettava altro, quella è una bella selezione. Vuol dire che c'è qualcuno che riesce a capire il nostro atteggiamento dal vivo a prescindere da quello che facciamo. Qualcuno che riesce ad andare dietro alle dinamiche che ci portano sul palco. Andare sul palco per noi non significa rifare il disco, ma reinterpretarlo. Se si trattasse di rifare il disco metteremmo il disco in playback. Uno se lo potrebbe ascoltare da casa e neanche spenderebbe i cinque euro per vedere il concerto. Una volta lo abbiamo anche proposto, perché c'era un impianto terribile che non ci permetteva di suonare al meglio!
Discografia
 Vocapatch (Burp Publications/MHM, 2003)

 

Uochi Toki (Burp Publications/MHM, 2004)

7

 Laze Biose (Burp Publications/MHM, 2006)

 

 La chiave del 20 (w/ Eterea Postbong BandWallace Records, 2007)

7,5

Libro Audio (La Tempesta, 2009)

7,5

 Cuore amore errore disintegrazione (La Tempesta, 2010)

7,5

 Idioti (La Tempesta, 2012)

7

 Distopi (Ep, Corpoc, 2012) 
Macchina da guerra (autoprodotto, 2013)

7,5

 Cystema Solari (w/ Nadja, Corpoc, 2014)

7,5

 Il limite valicabile (La Tempesta, 2015)6,5
 Necroeterno (w/ Cadaver Eyes, Subsound, 2017)6,5
   
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Uochi Toki + Cadaver Eyes su OndaRock
Recensioni

UOCHI TOKI + CADAVER EYES

Necroeterno

(2017 - Subsound)
Favola sull'utopia di un'immobilità perenne, tra rap e doom metal

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Il limite valicabile

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Tradizione rap e distopia in un album dualista

UOCHI TOKI + NADJA

Cystema Solari

(2014 - Corpoc)
Il diario di bordo immaginario del primo viaggio verso il Sole

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