27/04/2017

Jens Lekman

Roma, Chiesa Evangelica Metodista, Roma


di Federico Piccioni
Jens Lekman

Goccioloni di pioggia sull'asfalto. Forse è il presagio di un acquazzone notturno. "Nun se nepoppiù de sto tempo demmerda oh". Qualcuno la tocca piano sulle recenti condizioni meteorologiche, mentre mi accingo a un'entrata sommessa nella Chiesa Evangelica Metodista. "Unplugged In Monti", dice il cartello, anche se poi unplugged non è. Piazza Barberini è appena sotto, se stai zitto e non passa una macchina, senti pure l'acqua che esce dal Tritone.

Quando si apre il portone dietro il palco, Jens Lekman entra con la sua chitarra e tre ragazze, anzi quattro, se anche quella dietro il mixer rientra nel conteggio. Durante lo show ballicchia pure lei. Segue il ritmo della musica con la testa e non sembra come quelli che di solito stanno dietro a un mixer. Non sta lavorando, è solo all'ennesimo concerto che vorrebbe riascoltare. Alla fine di ogni canzone tira fuori un urlettino, anche se non ce ne sarebbe neppure bisogno. Le panche della chiesa sono piene e la gente non paga per entrare in un luogo sacro, sorbendosi il concerto di uno che nemmeno conosce. Qui pare che nessuno vorrebbe stare altrove, che nessuno desidererebbe altro se non un posto pieno di panche, inginocchiatoi e con un Billy Corgan di settanta chili a cantare di ricordi.
Parte "To Know Your Mission" e mi domando che missione abbiamo noi stasera: ascoltare seduti o alzarci in piedi per tenere il ritmo? Dopo un'ora di concerto qualcuno sembra aver optato per la seconda. Si alza, si piazza davanti al palco e ballicchiando dà il via a una recondita lotta interiore: timidezza contro sfrontatezza. Su di loro ha vinto la seconda. Lekman ringrazia: "Thank you for dancing!".

C'è un tempo per ballare e un tempo per ricordare. "A volte ci vogliono tredici anni per capire se un ricordo è triste oppure gioioso", dice Jens prima di attaccare "Hotwire The Ferris Wheel". Il ragazzo svedese gioca con i sintetizzatori e con i cuori. Il pubblico apprezza. Ascoltare un concerto rock dentro una chiesa non fa figo, di più; se soltanto non fosse pure il luogo peggiore per ascoltare musica rock sarebbe ancora meglio. Quello di Lekman è un rock nordico, delicato, gentile e appena appena elettronico. "A tratti mi ricorda Morrissey", bisbiglia una ragazza all'amica di aperitivi. Critiche musicali estemporanee, mentre qualcuno prende in mano il coraggio e segue le gesta del ragazzo sotto il palco. Da sfigato a leader in meno di due canzoni. La vita va così.
Lekman si confonde con il pavimento della chiesa: giacca nera, maglietta chiara e qualche asso nella manica. Uno di questi è "Opposite of Hallelujah". La gente canta, qualcuno si alza e balla, qualcun altro ha un eccesso di pudore e resta seduto. Peccato diabolico. Per fortuna i confessionali sono poco più in là. L'ultima mezz'ora è lo scisma d'Occidente, metà in piedi e metà seduti. "Wedding In Finistère", al contrario, raccoglie consensi unanimi. Vorrei vedere, con quel ritornello che si ritrova. "Le chiesi come si sentisse e lei rispose: - come uno di cinque anni che guarda uno di dieci taccheggiare, come uno di dieci che vede uno di quindici limonare, come uno di quindici che vede uno di venti fumare una cicca dietro l’altra, come uno di venti che vede uno di trenta andarsene”. Quella accanto a me la canta in inglese, veloce e benissimo. Ho l'impressione che non sia italiana.

Tempo un'ora e ho scansato l'ideale dello svedese rude con il codino, il naso enorme e una montagna di muscoli intorno alle ossa. Penso che Lekman sia l'esatto contrario di Zlatan Ibrahimovic, che tra l'altro è appena incappato in un bruttissimo infortunio. Nessun infortunio qui a Monti. La gente si diverte e nessuno si lamenta, nonostante il Grande Scisma. Chissà se fuori fa il diavolo a quattro. "Life Will See You Now" è stato praticamente suonato per intero, quando parte "Black Cab". In sostanza, una ballata chitarra e voce. È datata, ma i fedeli di vecchio corso sono presenti e si fanno sentire.
Due bis, poi è ora di andare. Bravi i ragazzi di Indie For Bunnies, di TRISTE©, di Opificio 33 e di CutPress. Brava anche Margherita Vicario, che ha aperto il concerto come dovrebbero aprirsi tutti i concerti, e non è mica scontato. Fuori non piove e non tira una bava di vento. L'asfalto è asciutto, Niccolò Contessa esce dalla chiesa e si perde tra le viuzze di Monti. C'è uno appoggiato su una colonna fuori dalla chiesa; parla con l'amico e si accende una sigaretta. "L'hai visto il tizio dei Cani?", "No", "...", "...laggente s'è divertita comunque, nun te pare?". Ha ragione, poi è iniziato presto ed è finito a un orario decente. È passato in fretta come le cose belle. Mettici che alla fine non è neanche piovuto.



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