Jens Lekman

Jens Lekman

Un eroe romantico semiserio

di Fabio Russo, Gianni Candellari

Ex enfant prodige dell’indie-pop svedese, l’ineffabile Jens Lekman è ora una realtà sbocciata e intrigante, in grado di calare sempre un asso, senza suscitare mai noia o senso di stucchevolezza. Sulle orme di Bacharach, tra cd-r, mini cd, Ep, raccolte varie e altre soluzioni avventurose. Fino all'exploit del suo ultimo album, “Night Falls Over Kortedala”, apogeo della sua malinconia autoironica a tinte pastello
Jens Lekman è uno dei talenti recenti della canzone pop d'autore. Svedese, attivo già dal 2000, ha pubblicato per quattro anni le proprie canzoni su cd-r, mini cd, Ep, raccolte varie e altre soluzioni avventurose. Con l'exploit del suo ultimo album, Night Falls Over Kortedala, è salito agli onori delle cronache musicali di mezzo mondo. Un enfant prodige che è ora una realtà sbocciata, personale e intrigante, in grado di calare sempre un asso, senza suscitare mai noia o senso di stucchevolezza.

Fucking Kortedala

"I vecchi che scrutano col binocolo per strada in cerca di qualcosa di sospetto, i gatti morti che mi ritrovo in giardino, il sentir bussare alla mia porta alle quattro del mattino e poi delle voci dire 'quando apre dagli una botta in testa'…"
Kortedala, sobborgo di Goteborg, stranezze e paranoie di una metropoli.
In mezzo a queste storie di ordinaria alienazione suburbana, Jens Lekman si sente rifiutato, a volte viene persino picchiato, allora se ne sta nel suo studio a registrare o nella sua casa con i grandi muri che rimbombano dal suono dei fantasmi e della sua voce.
Malessere, certo, ma anche affetto per quelle piccole cose che ci rendono la vita un po’ più bella, volti e situazioni a cui ci stringiamo per non sentirci diversi, legame di amore e odio verso il posto in cui sei nato ma che ti fa sentire estraneo. Lo stato d’animo, insomma, è un po' quello della ragazzina protagonista di "Fucking Åmål", infatti svedese, e infatti fan di Morrissey. D'altra parte la musica per Jens - nato il 6 febbraio 1981 - è una compagna fedele da molto tempo.
A quattordici anni suona già il basso in una cover band di amici. Ma il suo talento è scrivere canzoni. Ne compone a centinaia, assumendo - suo malgrado - il nickname Rocky Dennis (dal protagonista del film americano "Mask"). "Qualcuno pensava che fosse il mio vero nome perché avevo una canzone che parlava di lui, poi la radio ha diffuso la notizia e non ho mai avuto l'occasione di chiarirlo", spiegherà poi lo stesso Lekman.
Lekman/Dennis comincia così a sfornare a ripetizione mini-cd a edizione limitata.

The Budgie-Album è il suo primo cd-r, che mostra già un talento non indifferente nel comporre melodie zuccherose e arrangiamenti che profumano del miglior artigianato pop, con quel pizzico di gustosa autoironia che serve sempre a evitare il rischio-leziosità. Il disco passa praticamente insosservato, ma Lekman non demorde: punta le sue fiches sulla indie-label Secretly Canadian e le invia una raccolta di canzoni, che però resteranno al buio per almeno un paio d'anni.
Nel frattempo, però, attorno al giovane Jens si crea un culto sotterraneo, alimentato dai forum musicali e dal file-sharing.
Il cantante e autore svedese riesce a costruire minuziosamente il proprio culto sotterraneo con qualche manciata di singoli da fulmineo innamoramento. Come? Affinando poco a poco la capacità di modellare il proprio spiccato senso melodico e porgendo timidamente delle semplici, deliziose ballate per cuori attenti alle sfumature emozionali del quotidiano. Abbandonato il suo curioso pseudonimo, dal quale si congeda con l'emblematico Rocky Dennis In Heaven, Lekman è pronto al primo grande balzo.

Jens LekmanQuando nel 2004 la Secretly Canadian si decide a pubblicare l'Ep Maple Leaves, il giovane cantastorie svedese è ormai uscito dall'anonimato. E il poker della tracklist contribuisce ad alimentarne il mito. Quattro brani di multiforme ricchezza espressiva, d'immaginifica varietà timbrica al solito trasognata, che mirano e sognano incantate landscape Sarah dalle luci dorate.
Memorabili distese di violini, campane, archi ed echi di voci, nell'abbacinante title track, che s'assimilano in primaverili, incontaminate e traslucide lande campestri. Colori chiari, suggestioni fantastiche da seguire, perlustrare e in cui perdersi, increduli.
"Sky Phenomenon" è un mormorio sottilmente inquieto dell'autore con se stesso. Scoperta interiore, leggera emozione, luminoso biancore infuso riflesso da lineamenti di pianoforte di classica pacatezza. Meraviglia. "Black Cab" è ancora intrigante romanzesca filigrana che ispira infiniti vagabondaggi arcadici, a ridosso di infiniti binari che approdano a stazioni dimenticate, reinghiottite dalla vegetazione. Ritentiva East River Pipe. Il mormorio cristallino "someone to share my life with" possiede una privilegiata aura melanconica, una notturna umidità affine all'edita "Those Birds Who Are Flying With You".
Gesti domestici, naturalezza, armonia contaminano ogni cosa, nella durata di questi brani. Lekman sembra già appartenere alla stretta cerchia di persone dalle quali non potremmo mai venir traditi. E' il preludio all'esordio vero e proprio sulla lunga distanza, che avviene pochi mesi dopo.

Alla giostra dei sogni da camera

Dodici canzoni compongono When I Said I Wanted To Be Your Dog (Service, Secretly Canadian, 2004), raccolta inedita di materiale edito (con un titolo che però nulla ha a che fare con il senso fetish di Iggy Pop). Il giovane Lekman reinterpreta se stesso, sono brani pubblicati in vari formati dal 2000 in poi, spesso per vie traverse, opportunamente recuperati e riletti in un corpo unico. Chi ha già ascoltato le originali ravviserà in queste nuove versioni sottili ma percettibili differenze, una maggiore densità, una pulizia sonora e una levigatezza di forme e arrangiamenti atte ad avvicinarne i corpi, reciproca convivenza. Come regalarsi un vestito nuovo, ma insieme più vistoso: fantasiose florescenze aggiunte in brani in origine pensati, inventati come stupende riflessioni impulsive, transitorie.
Si può concedere al giovane Rocky Dennis la ricerca, il desiderio di prospettive diverse, divagare senza tradire (anzi, confermare, bissare) il proprio passato.
Un'agnizione deve pur esserci stata e deve aver pesato nell'arco di questi cinque turbolenti anni da cui il nostro ha iniziato a pubblicare musica. L'innocenza si fa malizia, scaltrezza, disillusione. Progressiva coscienza. Ma, anche, può concedersi a questo suo "primo" long playing un non impeccabile "sequitur" in scaletta, una convivenza un po' forzosa tra i brani che un po' disperde l'enorme potenziale e appena scompone pregevoli immagini individuali di storie e musica che ci si era fatti, ma che nulla smarrisce o lacera della bellezza di questi brani da strepito, uditi in forma di singolo.
Melodie chamber pop annebbiate e stranite, panneggi irreali, enigmatici, che d'improvviso s'avvampano di smaglianti luci (si pensi ai Blueboy), di cromie abbacinanti come di rado ultimamente. In armonico accordo, ad esse, un gusto della narrazione esemplare, frutto del tempo consumato da ramingo, delle strade notturne percorse con Stephin Merritt dei Magnetic Fields nelle orecchie, a sciorinare memorie del repertorio Sarah Records, senza per questo suonare apocrifo o risaputo. Lekman vive ed esplora spazi con un'energia e una passione disperata.
"Tram #7 To Heaven", cadenzata e gracchiante, apre il sipario: sa di aria fresca respirata insieme, a spasso per la città, uno squarcio di luce nel pomeriggio, come degli House Of Love per una volta umili e appassionati di Burt Bacharach. "Happy Birthday, Dear Friend Lisa" fa comporre insieme Stephin Merritt e Roddy Frame e il risultato sembra una versione lo-fi di Roman, ma c'è questo continuo sapore teen che rende tutto spontaneo. "You Are The Light" ricorda così da vicino la luce della "Wan Light" firmata Orange Juice, che potrebbe essere un omaggio diretto ai vecchi semidei della Postcard. "Do You Remember The Riots" è una outtake dei Beach Boys, còlta mentre Brian la improvvisa insieme a una tenera surfer-girl nella sua cameretta. "You Are The Light" ricorda così da vicino la luce della "Wan Light" firmata Orange Juice che potrebbe essere un omaggio diretto ai vecchi semidei della Postcard. "If You Ever Need a Stranger" fa ballare il piano lento lento, mentre strofeggia Stuart Murdoch e affascina con un fare da crooner che concede estenuato l'ultima alle prime luci dell'alba. "Silvia" è scena di teen-drama quando, lui e lei in fuga, lo sguardo si avvicina e le emozioni affiorano sulla pelle, già con il senso della fine, ma con il mare delle possibilità sullo sfondo. E via canzonando.
Si percepisce in ogni arrangiamento una cura e un'attenzione che traggono forza dalla semplicità e, miracolo non da poco, viene voglia di ascoltare e riascoltare decine di volte. E a proposito della scrittura, Jens ha una grande capacità: rimanere sempre un passo al di qua della leziosità, grazie al suo carattere malinconico denso di quieta desolazione (nel gioco delle forzature ci si può spingere a interpretarla come la splendida desolazione svedese di laghi-casette-foreste).
Se i campioni sono utilizzati come tracce pastello, le forti sensazioni-Bacharach sono smorzate alterando le aspettative orchestrali, impoverendo il panorama fino a un'essenzialità che spinge a concentrarsi sul tono contemplativo della voce, mentre ingrandisce dettagli di vita pop, amori pop, intimità gloriose. Sentire la conclusiva, imperfetta e bellissima "A Higher Power". Jens ci fa entrare in un mondo in cui non solo la nostalgia diventa sopportabile, ma addirittura desiderabile.
When I Said I Wanted To Be Your Dog consacra Lekman come l'erede ideale dello Stuart Murdoch più prezioso, quello degli esordi, e come l'astro nascente più limpido dell'indie-pop contemporaneo, assieme a Sufjan Stevens, ai canadesi Hidden Cameras e agli svedesi Radio Dept.

"Jens Lekman trasforma in oro tutto ciò che tocca". C'è molto di vero in questa frase. Nonostante la quintessenziale classicità degli ingredienti musicali, l'arte del giovane svedese sa ancora spaesare, in virtù di qualità cromatiche e doti luministiche singolari. Prendete ad esempio l’Ep The Opposite Of Hallelujah (Thievery/Evil Evil, 2005): quattro composizioni, di classica semplicità e disarmante purezza. Concepite per vivere assieme, una in funzione dell'altra, vite libere in spazi angusti. Sulla prima, prodigiosa "The Opposite Of Hallelujah" (che apparirà poi su Night Falls Over Kortedala, 2007) Jens vola. Un'aura fiabesca, una solenne classicità, che riserva sorprendenti transizioni in uno "strings"-sussulto a seguito al chorus; ad agitare un poco candide acque lacustri che indubbiamente producono e alimentano questi suoni. Le aspettative amorose dette su "This Is No Time For Breaking Us", in quell'aura invernale, natalizia, direi, sembra trovar vita e ragione dentro una novella di Dickens.Se "I Don't Wanna Die Alone" è cerimonia madrigale tra sax, chitarra e archi cosmici dalle imponenti vibrazioni, "Love Is Still A Mystery" si porge e rappresenta gentilmente, un soul che modula sfumature leggere e tonalità atmosferiche, che gradua corde acustiche, trapassi di pianoforte.

Jens il silenzioso

Jens LekmanQualche mese dopo, esce Oh You're So Silent Jens (Service/Secretly Canadian, 2005). E l'incontenibile vena di Jens Lekman (da qualche tempo divenuto "The 33rd Sexiest Man In Sweden") dà modo di esibire, in questa nuova raccolta di "editi" a mo' di secondo album - compilation di Ep, rari o persino invenduti (“Budgie Album”) dal periodo 2000/2005 - il proprio capolavoro.Questo disco già leggendario mostra la vena compositiva di assoluta eccezione del Lekman di primo pelo, una languida espressività, dinamismo soffuso e sognatore promiscuo a spregiudicatezza narcisa; l'estratto è strepito e tripudio per appassionati e seguaci indie-pop.
In Oh You're So Silent Jens, ripercorriamo i suoi fasti dai tanti Ep ormai sold-out come Maple Leaves, Julie, You Are The Light, Rocky Dennis In Heaven (qui riproposto per intero), oltre a rari vinilici, la languida preziosa "F-word", l'inno straziato "Black Cab" con fatale incipit d'organo; la fanfara a festa di "A Sweet Summer Night's At Hammer Hill", le interiori macerazioni blues dal nome "Sky Phenomenon", "A Man Walks Into A Bar", "At The Department Of Forgotten Songs". Non manca neanche la ballata morrisseyana, come "Someone To Share My Life With" ("I just want someone to share my life with/ and you could be that someone"). Si animano bellezze impensate, dai colori repentini e accecanti, che sentiamo agire per mano d'una voce sfiorante, balenante, che pure affonda nel petto e nel cervello. Ci lasciamo sopraffare, inermi e stregati da questo ingegno. Una giostra di emozioni irresistibile, saliscendi umorale e fasti armonici come oggi pari non c'è. Se si pensa a più diretti colleghi di Lekman, per così dire, dovremmo andare a scomodare direttamente gente di primo piano come Stuart Murdoch, Blueboy, Cardinal, Stephen Merritt. O ancora, icone d'altri tempi come Paul Simon, Jimmy Webb, Curt Boettcher.La classe è quella, la vena che anima la scena è la medesima. Che poi il ragazzo si serva di brevi campionature altrui laddove mancano i mezzi, o d'un minimalismo fai-da-te da camera, lampante ed esclusivo è il lignaggio. A differenza dell'esordio, non potremmo più recriminare alcunché: qui i brani non sono reinterpretati, oziosamente ripuliti, sofisticando ove non v'era alcun bisogno. Jens è tornato esattamente a ciò che è stato e a come è stato, a un periodo di travaglio esistenziale e di splendore creativo, istinto e trasparenza. Mo' di diario, memoriale per scrutarsi un po' e ripartire. Modo di dire: Lekman è sempre altrove, sospinto da un vento temperato, da una fantasia delicata. Ma ambiguamente: perennemente soddisfatto ma tormentato, aulico ma ordinario, apollineo ma dionisiaco.
"Jens Lekmans' Farewell Song To Rocky Dennis" sfoggia un glitch di apertura alla Four Tet, con una voce che sussurra baritonale dal fondo. E quando parte la frase di pianoforte con liriche a seguito, sentiamo nuovamente i nervi cedere, rilasciarsi come da ultimo commiato ("I wish I had a proper reason to cry/ A reason not so abstract, more like a broken clause in a contract").
Probabilmente questo sarà il disco per cui Lekman verrà ricordato sempre, e ad oggi quello più adeguato per conoscerlo. Da non perdere.

Ritorno a casa

Jens LekmanTre anni di tour intensissimi (tanto con un ensemble di otto elementi, quanto da solo con microfono e ukulele). Tre anni di lavorazione per le canzoni di Night Falls Over Kortedala (Secretly Canadian, 2007). E' il ritorno alla città natale, dove Jens ha anche il suo studio, eccentricamente denominato Kortedala Beauty Center. E Kortedala si riferisce anche a un vago suono pop con accenni di tropicalia che si è diffuso negli ultimi anni nei locali della città.
L'album mette a fuoco alcuni elementi che, allo stato embrionale, si trovavano già nei lavori precedenti. Dando spazio alla passione per i crooner romantici, per le orchestrazioni raffinate e complesse di Bacharach e per le melodie facili e languide della Motown, mescolando il tutto con un po' di elettronica e ornando con i soliti testi ironici e originali, Lekman crea un altro capolavoro di perfetto pop, qualitativamente ineccepibile ed eccezionalmente orecchiabile. Ad accompagnarlo, due nomi di punta della nuova scena svedese, come Frida Hyvönen e El Perro del Mar.
Le prime quattro canzoni sono già un tuffo al cuore: "And I Remember Every Kiss" si libra letteralmente in volo sulle ali di archi e timpani per poi arrivare all'orchestrazione imponente del ritornello, "Sipping On The Sweet Nectar", con il suo basso pulsante che crea una base funk in cui s'insinuano fiati, violini e percussioni, è irresistibile sotto il profilo ritmico, e non da meno è "The Opposite Of Hallelujah", da una parte gli archi richiamano il ritornello, dall'altra Jens canta languido su un fanciullesco piano, il tutto amalgamato da un ripetitivo tempo di batteria. Dove però Lekman si avvicina di più alla perfezione (e a Bacharach) è in "A Postcard To Nina", la leggerezza dei rintocchi di un triangolo, una chitarra evanescente, cori soul e un ritornello punteggiato da fiati dipingono splendidamente il resoconto surreale di un'imbarazzante cena col padre di un'amica lesbica per la quale Jens deve fingersi il fidanzato.
La capacità del cantautore svedese di costruire orchestrazioni complesse ma non ridondanti è rimarchevole; si senta "Into Eternity", tropical-ballad in cui coesistono accordion, flauto, timbali, handclapping... Brasile e Cuba suonano affacciate sul mare del Nord.
Night Falls Over Kortedala è un disco sull'amore, ma il sentimento nell'album non è mai bolso e banale; "I'm Leaving You Because I Don't Love You" e "If I Could Cry (It Would Feel Like This)" potrebbero essere melense, ma Lekman rinforza la prima con una drum machine che, insieme a un piano insistente, stempera lo zucchero nel canto, nella seconda invece lo svedese si serve di percussioni e di un call and response singhiozzante per rendere figurata la sensazione descritta nel titolo, mentre soavi ed eterei violini finiscono storpiati elettronicamente.
Il resto del disco non sbaglia un colpo, "Your Arms Around Me" è di una dolcezza splendida con l'ukulele a unirsi ai soliti giri d'archi, "Shirin", dedicata al proprio barbiere ("when Shirin cuts my hair/ it's like a love affair"), è sognante cantar d'amore stile gruppo giovanile fine 50-inizio 60, "It Was A Strange Time In My Life" un agrodolce ritratto dell'artista da giovane per chitarra e violino, reso bucolico da un flauto e dal sampling di una registrazione di Jens bambino.
A concludere il disco due pezzi che confermano, se ce ne fosse bisogno, la passione di Lekman per le melodie old-fashioned, il doo-wop di "Kanske Ar Jag Kar I Dig" e il twist-pop "Friday Night At The Drive-in Bingo", melodia fifties più che mai con il sassofono a fare da protagonista.

Divertente e romantico, coinvolgente e ricco, vero classico contemporaneo, Night Falls Over Kortedala è un disco che non stanca mai, col quale Jens Lekman conferma di potersi imporre come uno dei nomi su cui fare affidamento per la musica pop dei prossimi anni. La cura ideale per svagarsi la mente o pacificarsi da un infortunio di cuore.
"A Kortedala tutti si fanno gli affari propri. E visto che sto lentamente diventando così anch'io, appena finisco l'album me ne vado via di qui", dice Jens.
Se gli stimoli che il suo borgo natio gli fornisce contribuiscono a creare dischi di questo valore, c'è da augurarsi che lo svedesino cambi rapidamente idea.

Dopo il successo di Night Falls Over Kortedala, l'artista svedese si eclissa per quasi quattro anni, in coincidenza con un periodo assai tormentato, nel corso del quale la sua lucida ispirazione ha attraversato un lungo appannamento. Il suo ritorno sulle scene, nel 2011, assume le vesti dell'Ep An Argument With Myself, che rispolvera l'attitudine orchestrale e retrò di Lekman, incorniciata dall'abituale ricchezza di arrangiamenti che lungo alcune delle tracce dell'Ep diventano persino chiassosi, assumendo gradazioni estremamente brillanti.
Prima prova se ne ricava dalla title track d'apertura, impostata su tropicalismi che possono far pensare a quelli degli ultimi Club 8 e la cui melodia sfocia in uno spoken word dalle tinte soul. La fluidità di scrittura del trentenne di Angered riacquista un respiro più ampio nei due brani successivi, che tuttavia non risultano particolarmente incisivi nemmeno quando - è il caso di "A Promise" - il contesto sonoro torna più tranquillo e romantico.
Ma si tratta solo di un breve intermezzo, visto che squilli di trombe dal sapore antico introducono "New Directions", che poi si dipana in un profluvio ritmi sincopati e coretti femminili, in odor del Sufjan Stevens più prossimo al musical, mentre la conclusiva "So This Guy At My Office" presenta addirittura un incedere reggae abbastanza fuori luogo.
"Un assaggio di quello che non verrà": così lo stesso Lekman ha sintetizzato il contenuto di An Argument With Myself. Segno che la sua vena scrittoria non si è ancora del tutto ristabilita dal lungo periodo di inaridimento e, auspicabilmente, del fatto che le cinque tracce dell'Ep costituiscano poco più di un divertissement, utile soprattutto a far risentire l'inconfondibile timbro vocale e la capacità pop dell'artista svedese.

"You don't get over a broken heart, you just learn to carry it gracefully"

In qualche modo, i versi citati ("The World Moves On") riassumono idealmente non solo l'universo tematico del terzo album del musicista svedese - I Know What Love Isn't - ma anche il suo approccio personale e inconfondibile al songwriting. Nei cinque lunghi anni successivi all'uscita di "Night Falls Over Kortedala" Lekman dice di aver cambiato metodo, utilizzando la scrittura quasi come uno strumento di scavo psicologico, libero dall'esigenza di dar forma alla perfect pop song che Lekman, come tanti colleghi, deve aver sempre sentito propria.

In questi cinque anni vissuti per lo più a Melbourne, che sono coincisi per lo svedese con un dichiarato inaridimento dell'ispirazione e con evidenti travagli sentimentali, Jens si è fatto uomo sensibile dal "cuore spezzato", e "I Know What Love Isn't" - un po' come le "69 Love Songs" dei Magnetic Fields di Stephin Merritt – è il suo concept album gentile sulla solitudine, l'abbandono, la mancanza dell’amore. E così, dopo un'intro di malinconici accordi di pianoforte, il primo singolo "Erica America" ci mette davanti agli occhi proprio un panorama di quieta ed amara solitudine ("I wish I'd never met you, like I wish I'd never tasted wine, or tasted it from lips that weren't mine, now every drop tastes more bitter all the time”), mentre la morbidezza sensuale del sax e della voce femminile (dell'australiana Sophie Brous) ci lascia immaginare Jens nei panni di un timido elegante crooner dallo sguardo basso. Sguardo che pare rialzarsi però immediatamente nella successiva "Become Someone Else's", che ci accoglie (quasi) sorridente con uno di quegli arpeggi di micidiale leggerezza che hanno contribuito alla fortuna di Lekman. I nostalgici di canzoni indimenticabili come "Black Cab" troveranno qui il punto più luminoso dell'intero album (piano, archi, flauto, melodia: tutto contribuisce a dare un'idea di nostalgia dai colori pastello, quelli dell'infinita estate australiana evocata in molti episodi dell'album) ma, come canta lo stesso Jens, "it all depends what lens you're looking through". Insomma, a dispetto delle apparenze, le liriche ci parlano ancora di amori finiti, per quanto "sopportati con dolcezza", e così sarà fino alla fine del disco.

La sequenza dei dieci brani che compongono il disco esalta non solo la sua capacità, evidenziata maggiormente nel passato, di servirsi a suo modo dei migliori pattern del pop più sofisticato ed artistico, da Brian Wilson a Scott Walker fino a certi umori smithsiani, ma anche di saperli ibridare con strutture melodiche più semplici, non per questo meno immediate, come "I Want a Pair of Cowboy Boots" o la conclusiva ripresa dell'opener "Every Little Hair Knows Your Name" in cui ci troviamo di fronte ad un Lekman esclusivamente a nudo con la sua chitarra. E sono le situazioni come queste che fanno delle canzoni di Jens Lekman quello che sono: piccoli simulacri di realtà quotidiana, occasionalmente rivisitati con nuovi impercettibili dettagli ad adornare gli eventi mondani della vita quotidiana di ciascuno in avventure musicali, riuscendo comunque a lasciare l'ascoltatore appeso alle sue labbra.

Nel complesso allora "I Know What Love Isn't" non può che confermare l'assoluta bontà del talento di Jens Lekman, misurabile ormai in una carriera più che decennale, ed è senz'ombra di dubbio il suo lavoro più "a cuore aperto", dotato di un'onestà ed una sincerità di approccio tangibili in ognuno degli episodi dell'album. Cosa manca allora rispetto alle sue produzioni migliori? Probabilmente qualche canzone che lasci il segno in modo più profondo nella memoria degli ascoltatori (che siano o meno estimatori del pop-touch dello svedese). E in definitiva quella capacità di stupire - con l'arguzia delle liriche, con l'intelligente e apertissima pervasività delle citazioni, con il coraggio di arrangiamenti che in passato hanno realmente lasciato a bocca aperta - che volente o nolente si è un po' annacquata. Tuttavia, pur davanti a questi limiti, c’è un filo rosso che lega tutto e che dà all’album la sua particolare e affascinante sfumatura: quell’ingenuità di fondo, quello sguardo quasi adolescenziale sulla vita e sull'amore, con i suoi intensi e improvvisi entusiasmi indissolubilmente intrecciati a profonde, durature e mal dissimulate malinconie. Un oblò, una piccola finestrella che dipinge attraverso la tecnica dell'esclusione quelle piccole aree del non-amore che prima o poi vengono scoperte da tutti, un disco per ricordarci che si è sempre in balia delle stesse sensazioni e degli stessi sentimenti.

Dopo tre anni di silenzio Jens Lekman affronta un curioso progetto (Postcards), composto da ben 52 canzoni, pubblicate con cadenza settimanale e condivise gratuitamente attraverso soundcloud. In parallelo Leakman realizza un album sperimentale Ghostwriting, dove la materia prima sono storie raccolte tra i suoi fan, ma è solo nel 2017 che prende forma il nuovo album del musicista svedese. Meno introverso e più solare, Life Will See You Now restituisce un autore in piena forma, Jens Lekman riprende le file del pop adolescenziale degli Orange Juice e degli Haircut One Hundred, iniettando una giusta dose di inquietudine in sottofondo e lasciando fluire un sound dai toni agrodolci che mette in fila Abc, ABBA ed Everything But Girl.
Siede al tavolo di regia Ewan Pearson (M83, The Chemical Brothers, Goldfrapp), perfetto artefice di un suono limpido e brillante che catalizza le nuove istanze soul, funky e disco dell’autore, senza snaturare il tono confidenziale e delicato del songwriting. Le contaminazioni dance ed esotiche degli arrangiamenti, offrono a Jens Lekman la possibilità di affrontare storie d’amore e d’amicizia con la stessa leggerezza e ironia di sempre (“What's That Perfum You Wear?”), affrontando argomenti spinosi come un outing sentimentale tra amici (“How Can I Tell Him”) a suon di banjo, percussioni e orchestra; oppure raccontando un difficile rapporto personale con un amico malato di cancro (“Evening Prayer”) su cadenze soul e disco alla “Lexicon Of Love”.

Mentre l’indie-pop insegue il miraggio della pietra filosofale del perfect pop in chiave politically correct, Jens Lekman supera in volata tutte le altrui ambizioni con dieci perfetti hit-single, primo fra tutti lo splendido duetto con Tracey Thorn “Hotwire The Ferris Wheel”, uno dei brani funky-pop più tristi di sempre, e non solo per il tema affrontato (la depressione), ma anche per quel delizioso equilibrio tra gioia e malinconia che da sempre caratterizza le canzoni pop più intense e memorabili.
Il miracolo si ripete con “Our First Fight”, una delicata ballata esotica alla Paul Simon era “Graceland”, altra piccola delizia è la già nota “Postacard#17”(brano già pubblicato nella serie di 52 canzoni per un anno), con il incedere soul-jazz eretto su un sample di Charles Mingus (“Myself When I’m Real”) sorretto da un ritmo oscuro e penetrante che non lascia spazio ai pensieri.
Alla maniera di Morrissey, il musicista svedese mette a crudo sentimenti ancestrali e pagani (amore, amicizia, vita, morte) con un disincanto e un linguaggio effervescente e sempre attuale, la musica scorre fulgida e quasi ballabile senza mai celebrare l’estasi del divertimento e della superficialità. Life Will See You Now è in definitiva un perfetto album pop, tra citazioni in stile motown in “To Know Your Mission”, inflessioni afro-funk per la travolgente “Wedding in Finistère”, tracce di disco-beat alla Dee-Lite in “How We Met,The Long Version”, atmosfere da Champs Élysées (“Dandelion Seed”) e perfino jazz e calypso per il singolo “What's That Perfum You Wear?”, che sfrutta un sample di Ralph Mc Donald per un bizzarro pop-soul a ritmo di steel-drum.

Forse qualcuno storcerà leggermente il naso per la scelta di Jens Lekman di affidare a sonorità così solari riflessioni amare e complesse, ma a volte per raggiungere il cuore e la mente l’unica vera arma è la schiettezza, Life Will See You Now è un album che colpisce al cuore e per una volta sarete felici di essere feriti mortalmente.  

Contributi di Davide Ariasso, Eleonora Grosso , Raffaello Russo ("An Argument With Myself"), Andrea Cornale e Luca Pasi ("I Know What Love Isn't"), Gianfranco Marmoro ("Life Will See You Now")

Jens Lekman

Un eroe romantico semiserio

di Fabio Russo, Gianni Candellari

Ex enfant prodige dell’indie-pop svedese, l’ineffabile Jens Lekman è ora una realtà sbocciata e intrigante, in grado di calare sempre un asso, senza suscitare mai noia o senso di stucchevolezza. Sulle orme di Bacharach, tra cd-r, mini cd, Ep, raccolte varie e altre soluzioni avventurose. Fino all'exploit del suo ultimo album, “Night Falls Over Kortedala”, apogeo ..
Jens Lekman
Discografia
 Singoli ed Ep

 

  

 

 The Insect Ep (Self-released, 2000)

 

 The Budgie-album (Self-released, 2000)

 

 7" Vinyl Ep (Self-released, 2003)

 

 VHS-Ep (Self-released, 2003)

 

Maple Leaves (Service/ Secretly Canadian, 2004)

 

Rocky Dennis In Heaven (Service/ Secretly Canadian, 2004)

 

 I Killed A Party Again (Self-released, 2004)

 

 Julie (Service, 2004)

 

 You Are The Light (Secretly Canadian, 2004)

 

 The Opposite Of Hallelujah (Thievery/ Evil Evil, 2005)

 

 Live At Stora Teatern (live, Secretly Canadian, 2005)

 

 You Deserve Someone Better Than A Bum Like Me (Self-released, 2005)

 

 Usa October 2005 (Self-released, 2005)

 

 An Argument With Myself (Secretly Canadian, 2011)
 
 

 

 Album

 

  

 

 When I Said I Wanted To Be Your Dog (Secretly Canadian, 2004)

 

Oh You're So Silent Jens (Secretly Canadian, 2005)

 

Night Falls Over Kortedala (Secretly Canadian, 2007)

 

 

 I Know What Love Isn't (Secretly Canadian, 2012)

 

 Life Will See You Now (Secretly Canadian, 2017) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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(2007 - Secretly Canadian)
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Oh You're So Silent Jens

(2005 - Service / Secretly Canadian)

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