Allman Brothers

The Fillmore Concerts

1971 (Capricorn) | southern-rock

Dalla ridente cittadina di Macon spuntarono fuori due fratelli ambedue amanti del blues e del jazz, si chiamavano Duane Allman alla chitarra (estrema) slide, e Gregg Allman, all'Hammond e dintorni e soprattutto alla voce, che piu' nera non si poteva per un bianco, e per giunta biondissimo. Spaziarono in lungo e in largo, prestando la propria arte e carpendo segreti ad artisti gia' affermati e non come Wilson Pickett, Aretha Franklin, Boz Scaggs, Laura Nyro ecc., fondarono il loro primo gruppo, The Hourglass, ma era una prova quella ancora troppo acerba per un potenziale esplosivo che di li' a poco sarebbe deflagrato attraverso la mitica banda dei fratelli Allman. Unirono le forze a quelle dei due fratelli, Butch Trucks e Jay "Jaimoe" Johanson, che andarono a formare una delle prime multiformi e variegate sezioni ritmiche mai udite fin li': la doppia batteria. La sezione ritmica venne arricchita dall'apporto di un virtuoso del basso elettrico rispondente al nome di Berry Oakley; il tutto raggiunse il proprio completamento con l'inserimento di una seconda chitarra che fungeva sia da base ritmica che solista, Mr. Richard "Dickey" Betts.

La musica di questo nucleo di virtuosi dello strumento era un condensato che spaziava verso una moltitudine di generi: vi era presente il blues, con la sua carica espressiva, il boogie, per il ritmo frenetico, il jazz per un modo nuovo di concepire musica dal vivo e per l'attitudine free-form, ovvero improvvisazione e sperimentazione senza confini nei concerti; il country faceva capolino qua e la', cosi', tanto per non rinnegare il proprio passato e per una certa riverenza nei confronti della (a loro) vicina Nashville. Questa country music si evidenziava soprattutto quando le tematiche del gruppo si facevano piu' malinconiche e romantiche, adatte a creare un'atmosfera e una colonna sonora di bivacchi all'aperto intorno ad un fuoco, e possibilmente in una prateria o in un deserto, il tutto per tener fede ad uno stile di vita "southern".

Da tutto questo mix di suoni che confluivano e creavano il bagaglio musicale degli Allman Brother Band, spunto' fuori una diramazione che di li a poco sarebbe anch'essa esplosa, ovvero il southern rock. Definire gli Allman Bros. "una band di rock sudista", come si legge su un bel numero di enciclopedie del rock, e' alquanto limitativo. Gli Allman Bros. hanno un variegato numero di facce: possono essere "southern" attraverso le danze piu' furenti e virili, ma possono pure essere fusion nella loro voglia di abbattere i confini ristretti di certa musica, possono essere romanticamente country, o enfaticamente gospel, come possono riuscire a toccare le corde più intime del sentimento attraverso ballate bluesy.

Il palco era il loro terreno preferito, o campo di battaglia, una canzone di 3 minuti, sul palcoscenico poteva esplodere, nascere e rinascere sotto molteplici luci, essere distorta analizzata da qualsiasi punto di vista. Nel periodo che e' a cavallo fra la fine dei '60 e l'inizio dei 70, gli Allman Bros. dovevano rivaleggiare e competere con un'altra grandissima jam-band: ovvero i Grateful Dead. Ma i due gruppi non si sono mai pestati i cosiddetti piedi perche' avevano un modo diverso di confrontarsi; i Dead erano piu' spirituali e ipnotici: si potevano vedere ai loro concerti sterminate distese di giovani in trance, rapiti dal loro avvolgente sound psichedelico; per quanto riguarda gli Allman Bros, invece, il movimento e la frenesia era il giusto habitat per una cosiddetta assimilazione musicale.

Gli Allman Bros dal vivo erano piu' virili e viscerali, le loro erano autentiche prove di forza, maratone all'insegna di un approccio fisico e corporale; le parti solistiche non nascevano da colorate ballate lisergiche, ma da una carica emotiva piu' primordiale e meno nobile, eppur ugualmente attanagliatrice per la sua sinuosa carica selvaggia. La chitarra slide tirava fuori dal manico note che sembravano sconosciute, le percussioni alternavano interruzioni e riprese veloci, una seconda chitarra elettrica dava il cambio a tutto questo scenario per creare una sceneggiatura musicale tutta diversa dalla precedente, quando improvvisamente subentrava un Hammond a levigare certe spigolature precedenti di suono. Insomma, gli Allman Bros dal vivo erano un labirinto di trame, che traevano forza vitale appunto dal cambio e dall'integrazione stessa di tutti quegli strumenti, così virtuosisticamente accarezzati e martirizzati allo stesso tempo.

Come ogni band, anche The Allman Brothers avevano i loro leader, ovvero proprioi due fratelli. Duane, il piu' grande chitarrista slide di ogni epoca, che ha ridefinito lo stile e quella particolare tecnica chitarristica a base di feeling e di un semplice cilindretto metallico (a volte pure di vetro) per creare autentiche autostrade fra le stelle su di una scia melodica spettacolare e toccante. Gregg, il minore dei fratelli, ha meriti che vanno oltre il semplice ruolo di tastierista, vantando una voce (e non e' un esagerazione) fra le piu' belle in assoluto dell'intero panorama rock, una voce nera profonda e calda, capace di adattarsi a ogni suono, e di accarezzare come un leggero refolo di vento ogni centimetro dell'animo umano.

Dopo gli esplosivi esordi su vinile con "The Allman Brothers Band" (1969) e "Idlewild South" (1970), la consacrazione del gruppo avviene con il doppio dal vivo "The Fillmore Concerts" (1971). Si comincia con "Statesboro Blues": Duane sfodera una introduzione fluida e levigata attraverso il suo slide-sound, Gregg non e' da meno e si prodiga in un cantato blueseggiante caldo e ispirato, il resto della band supporta il tutto creando un insieme di suoni ricchi per fantasia, coesione, precisione e compattezza. Un attacco a doppia cassa introduce "Trouble No More", un r&b in cui la slide guitar deborda da ogni dove, il basso di Berry e' vivo come non mai, tanto che con le suo note basse, riesce a far saltellare l'impalcatura sonora tutta del gruppo. E' un brano dal riff e dal ritornello malizioso, che entra nella testa e non esce piu'.

Tempi e controtempi inaugarono atipicamente "Don't Keep Me Wonderin'", la struttura della canzone e' compattata attraverso punti fissi sonori, e solo nella parte solistica di Duane tutti gli strumenti si liberano da certi vincoli, la chitarra piange lacrime di dolore nel suo agonizzante gemito, mai tante lacrime di cosi' crudele tortura musicale sono state cosi' ben spese e sviscerate. "In Memory Of Elizabeth Reed" è invece un brano composto da Dickey Betts, di cui si narrano strane leggende per il curioso e particolare titolo; si narra che il nome di Elizabeth Reed fosse lo pseudonimo di una ragazza italiana, letto da Betts sulla lapide di un cimitero, altre leggende narrano che questo, non fosse altro che il metaforico nome di una ragazza che aveva rapito il cuore di Betts. In onore a tutto questo il brano e' un capolavoro assoluto: introduzione rarefatta di stampo fusion con lontane rimembranze di sonorita' tex-mex, un riff/ritornello totalmente strumentale che si ripete per 3 minuti, quando il ritmo prende quota, attraverso il solito magistrale solismo, in cui Duane e Dickey dialogano e duellano al contempo, in quel loro particolare linguaggio fatto di devozione mistica, e trasporto emotivo sublime.

"One Way Out" scodella un riff suonato su note stoppate e singhiozzante in solitudine; solo pochi attimi, e al riff inaugurale si affianca la slide, e il cantato introduce una sentita invocazione. Le doppie percussioni di Trucks e Jaimoe sono perfette e potenti, riempiono il suono, lo compattano, riuscendo a creare i presupposti per un lirico solismo di Betts prima e di Duane poi, che per tecnica e feeling, distanzia anni luce il gia' ottimo Betts. Le tonalita' polverose e tipicamente "southern" prendono forma in "Done Somebody Wrong", e su queste basi gruppi come Lynyrd Skynyrd, Marshall Tucker Band e compagnia creeranno la loro carriera. I tempi sono boogie da saloni da ballo del sabato sera, l'armonica a bocca cambia scenario e ci fa inghiottire talmente tanto di quel whiskey da renderci ubriachi per tanto euforico sballo. Il cantato e' un alternarsi fra toni acuti e piu' sornioni, e in ambedue i casi Gregg e' a suo totale agio, l'Hammond funge qui espressamente da strumento ritmico, perche' qui il ritmo e' tutto: una canzone che gioca e vive sulla carica nervosa senza abbandonare mai la guardia. Magistrale esercizio di stile.

Il blues e' "Stormy Monday", e "Stormy Monday" e' il blues piu' vero, punto e basta. Melodie nostalgiche che scaldano il cuore, un Hammond lontano tesse le sue spirituali trame, e Gregg alla voce, celestiale, si innalza come un angelo biondo, cantando, graffiando, sussurrando parole, che perdono ogni significato per tanta bellezza melodica. Che dire poi del solo chitarristico centrale? Ogni parola e' superflua di fronte a tanta maestosa intensita'...

Altro classico imprescindibile del gruppo è la lunga "You Don't Love Me". L'inizio timido di chitarra e tastiera si trasforma sfacciatamente in una danza tribale al crocevia fra blues, boogie e swing; la chitarra di Duane si fa subito largo, riuscendo a centrare subito al cuore della melodia, ad essa per qualche attimo viene tolto il proscenio da parte di Betts, con quel suo stile piu' classico e discipinato, ma e' solo un attimo, e il gioco di squadra della Banda Allman's passa nelle mani di Gregg scivolandogli fra le dita in un azzeccato solo tastieristico. E' il brano con cui il gruppo era solito concludere gli show: non aveva regole né durata, ma solitamente e a quei tempi non terminava mai prima dei quindici minuti, concludendo cosi' concerti che non cessavano mai prima delle 6 del mattino!
"Hot'lanta" è una caldissima Atlanta, che non viene certamente rinfrescata dalle torride note introduttive di Oackley al basso, prodigandosi poi verso lidi fusion, a dimostrazione di come il gruppo fosse preparato su tutte le discipline musicali. La canzone e' impreziosita da un assolo tastieristico/chitarristico ad opera dei fratelli Allman in stile stampo jazzistico, ma naturalmente quello che colpisce l'immaginario collettivo e' quello di Duane, mai pago di produrre una cosi' voluminosa mole di emozioni. Menzione particolare alla doppia batteria, che fra rullate e tempi dispari, trova il tempo per scandagliare le radici del ritmo in un piccolo ma ottimo assolo per coesione e armonia ritmica.

In "Whipping Post" il riff è affidato alla linea melodica circolare di Oakley, che introduce subito Gregg alla voce, mai sentito cantare in tonalita' cosi acute e strozzate, senza riuscire a perdere di un niente tutto il suo smalto vocale.

Essendo questo un album chitarristico, e' normale che un brano cosi' lungo ospiti una parte solistica di primo piano: Duane, infatti, si produce in un infinita quantita' di esercizi stilistici, ricamando riff su riff, e alternando parti solistiche meditative, solo lontanamente remote dal suo abituale furore tecnico, a scorribande che rivelano in maniera sviscerata la sua anima di rocker, il suo modo di concepire musica fatto solo di sangue e sudore senza risparmio. Un brano che ha le sue radici primarie nel jazz piu' sperimentale, ma che combina anche la visceralita' del blues e una certa vena psichedelica con suoni piu' liquidi.

Praticamente la performance degli Allman Brothers ormai e' un fiume in piena, in piena completa trance artistica: mente sgombra da tutto e liberta' incondizionata, dettata esclusivamente dalla voglia di jammare all'infinito. Anche in "Mountain Jam" si respirano atmosfere fusion, il solismo e' piu' disciplinato e dissonante in certi frangenti, si coglie un suono di gruppo compatto e attento a certe metriche almeno nelle note introduttive, ovvero i primi 5/6 minuti, che hanno il pregio di creare i presupposti e fare da battistrada alle esibizioni di ogni componente del gruppo verso lidi sempre meno disciplinati e percorsi sonori piu' vorticosi.

Il suono torna alle origini in "Drunken Hearted Boy", rivisitando il piu' classico dei blues, e il gruppo si cala nuovamente in questo contesto, come al solito egregiamente, sfoggiando qua' e la' toccate veloci e di gran classe per quanto riguarda le due chitarre, mentre un piano ricama in sottofondo melodie da sonnolento saloon. Il gruppo si riappropria di un tipico blues primitivo, senza concedere niente alla sua carica effervescente e sperimentale: la melodia scorre sonnolenta, cullando l'ascoltatore e ricordandogli che, con il finire di questa canzone, ha appena avuto il privilegio di vedere/udire un evento che in seguito solo raramente la musica rock riuscira' a eguagliare. Subito dopo queste performance, la storia della band si tinge di dramma: Duane Allman muore nell'ottobre del 1971 in un incidente di moto, seguito a ruota da Oakley (vittima anch'egli di un incidente motociclistico, nel novembre 1972, quasi nello stesso punto).

N.B.: Per chi volesse avvicinarsi alla musica degli Allman Brothers e principalmente a questo disco, è opportuno ricordare che esistono due versioni: quella chiamata "Live at Fillmore East", su singolo cd, e la raccolta doppia "Fillmore Concerts" (questa), che racchiude una piu' ampia sintesi di quanto non faccia il "Live at Fillmore" su tutto quello che successe durante gli show del 12 e 13 marzo del '71 e il concerto del 27 giugno, sempre del '71.

(26/10/2006)

  • Tracklist

Disc 1

  1. Statesboro Blues
  2. Trouble No More
  3. Don't Keep Me Wonderin'
  4. In Memory of Elizabeth Reed
  5. One Way Out
  6. Done Somebody Wrong
  7. Stormy Monday
  8. You Don't Love Me

 

Disc 2

  1. Hot 'Lanta
  2. Whipping Post
  3. Mountain Jam
  4. Drunken Hearted Boy


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