Alessandro Ducoli

Anche io non posso entrare

2001 (Ird) | songwriter

Quel che piu' colpisce di cantautori come Alessandro Ducoli e di gruppi come Bacco il matto, suo progetto parallelo, e' la scarsita' quasi grottesca di attenzioni da parte di media e pubblico in rapporto alla freschezza della proposta. Questo non perche' l'ultimo album della sua piuttosto giovane carriera sia una capolavoro storico ma perche', rapportato a molte altre uscite di genere baciate da una fortuna ben maggiore, "Anche io non posso entrare" fa scintille. E, curiosamente, non per quella speciale immediatezza, diremmo quasi quel certo impeto selvaggio, che si e' un po' persa nel qualunquismo del pop mainstream e che invece sopravvive grazie a molti gruppi rock underground. Al contrario, l'album si distingue per il tocco raffinato degli arrangiamenti, per il sapersi rendere intrigante e dire qualcosa che valga la pena di ascoltare, addirittura per la capacita' di evocare un inedito scenario musicale, una sorta di epica rock come tante altre in passato ma che, al giorno d'oggi, e' raro rintracciare fra gli orpelli dei vuoti packaging discografici. Ed e' un epica che avvince, quella del Ducoli. L'epica della dannazione provinciale che serpeggia fra i locali notturni della Val Camonica, e che avvolge abbozzi di storiacce sfigate e rituali da sabato sera fra le spire di fumo delle sigarette. L'epica degli amori che ancora prima di cominciare annegano nel vino novello e nei terrei doposbronza della mattina successiva. L'epica, ancora, di chi si sente un po' un outsider in un mondo che dopo 25 anni di vita ha gia' disilluso tutte le speranze della giovane eta', e sente che proprio di doman non c'e' certezza… Il mondo del Ducoli, insomma, che trova in questo album la sua sintesi migliore.

Abbandonate le riletture colte del southern rock padano (quello, per intenderci, che fece follie alla fine degli anni '80 con gruppi come Rats e Negrita, e che trovo' in Ligabue il massimo rappresentante a livello "popolare") su cui e' imperniato il Bacco il Matto piu' recente, e trovata una forma piu' corposa e concludente per i bozzetti da music hall del precedente "Malaspina" (accattivanti in certi casi, un tantino logorroici in altri), il rocker di Breno sforna undici brani tra il blues rock e la tradizione cantautorale italiana, riuscendo a conciliare Springsteen e Fossati, Tom Waits e Guccini, John Mellencamp e Capossela, il tutto con grande disinvoltura e, soprattutto, con grande personalita', tanto che delle innumerevoli ascendenze proposte non una convince appieno. Va detto - ed e' una precisazione fondamentale nel nostro caso - che si tratta di un disco estremamente omogeneo. Anche per questo ha poco senso definire perentoriamente le influenze e proprio per questo, se e' vero che tutti i brani funzionano alla perfezione, senza un solo momento di stanchezza, non ci sono lampi particolarmente geniali.

Lo stile dell'autore e' solidamente a fuoco: concreto, pungente, poetico ma mai serioso, diretto ma mai grezzo, pessimista ma mai arreso. E, musicalmente parlando, decisamente sopra la media, grazie soprattutto al buon cast strumentistico di cui Alessandro si e' circondato. Forse proprio a questa chiarezza d'intenti, che piu' volte comporta il rischio di ripetersi, e' da imputare la mancanza di episodi sopra le righe. E se ci soffermassimo a lodare un campione di eleganza come "Il primo ballo", impreziosito da garbati virtuosismi che sfumano in un malinconico finale latino-americano , o la farsa tragicomica del picaresco protagonista di "Giovanna", ma anche il pub rock di "Dieci metri sotto la citta'" o il reggae composto di "Tre linee confuse", faremmo senz'altro un torto agli altri sette brani, che rappresentano esattamente, al pari dei quattro citati, cio' che vorremmo ascoltare dopo le due di notte in qualche bettola avvinnazzata di provincia, ormai certi che il bruciore del whisky sul palato ci accompagnera' fino all'alba. Sperando che proprio in quel locale, prima o poi, arrivi un misterioso avventore chiamato Bacco e, imbracciata una chitarra, ci regali le sue affascinanti e non troppo fortunate canzoni.

(24/10/2006)

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