Ivano Fossati

Ivano Fossati

La musica che non gira intorno

di Claudio Fabretti e Luca Lapini*

Autore e interprete di canzoni memorabili, Ivano Fossati è uno dei più lucidi musicisti-intellettuali del panorama italiano. Dagli esordi "prog" con i Delirium alla fase rock fino alle introspezioni colte della maturità, il suo canzoniere ha rappresentato una sorta di coscienza critica non solo della scena musicale, ma della stessa società italiana. Fino al recente e controverso "L'Arcangelo", con cui è entrato a gamba tesa sulla realtà politica attuale. Ritratto di un poeta migrante prestato alla canzone italiana
Spirito schivo e insofferente, Ivano Fossati ha attraversato la storia della canzone italiana come un viaggiatore perennemente alla ricerca di nuove rotte e percorsi da inseguire. "Come posso dire come passa il tempo/ come posso dire come passa lento", cantava nel 1990 in uno dei suoi album-chiave, Discanto. Un tempo infinito su cui il cantautore genovese ha costruito un connubio speciale tra versi e suoni, senza perdere di vista quella vena sociale e politica che ha sempre ispirato i padri nobili del cantautorato italiano.
Genova, città densa di storia e di malinconia, è da sempre una delle roccaforti della canzone made in Italy: da Gino Paoli a Luigi Tenco, da Umberto Bindi a Fabrizio De André, da Bruno Lauzi a Paolo Conte (nato ad Asti, ma genovese di adozione). Ivano Fossati è nato qui (il 21 settembre 1951), nella zona del porto, vicino al mare, e le sue canzoni hanno subìto il fascino della vecchia e nuova musica genovese. Una passione, quella per le sette note, coltivata fin da bambino: a otto anni inizia lo studio del pianoforte, presto impara a suonare anche chitarra, flauto e percussioni. Diviene in breve tempo un vero polistrumentista, caratteristica che ne farà uno dei musicisti più completi in assoluto della scena italiana.

Un Delirium prog

Non ha neanche sedici anni quando decide di lasciare la scuola per dedicarsi completamente alla professione di musicista. I soldi, però, sono pochi: una chitarra classica e un vecchio flauto sono gli unici strumenti disponibili. Ma la fantasia supera ogni ostacolo. Vecchie lavatrici o qualsiasi altro strumento rudimentale gli permetta di amplificare i ritmi diventano così i ferri del mestiere di Fossati, che in poco tempo trasforma la sua chitarra classica in elettrica.
Fossati costruisce i testi, la musica e canta nei piccoli locali intorno al porto.
I suoi primi esperimenti sono tutti legati al rock progressivo, da cui si è poi sempre più staccato. Anche se la sua ammirazione per Bruno Lauzi e per i ritmi jazzistici e sudamericani lo ha influenzato in modo indelebile fin dagli esordi.
Siamo all'inizio degli anni Settanta e Fossati fonda i Delirium, un piccolo gruppo sperimentale. Arrivano brani di successo come "Jesahel" (presentato addirittura a Sanremo, con tanto di look mistico-hippie) e "Favola o storia del lago di Kriss" (da Dolce Acqua del 1972), due suggestive ballate che raccontano di luoghi incantati e leggende senza tempo, con le sonorità progressive in voga in quegli anni: flauti, sintetizzatori, arrangiamenti sinfonici. Uno stile che in Italia avrà come portabandiera gruppi come Le Orme, gli Area di Demetrio Stratos, il Banco e la Pfm.
Le continue trasformazioni, legate alla sua natura irrequieta, sono anche l'epitome della sensibilità poliedrica del musicista contemporaneo, chiamato a dipanare la matassa di sonorità diverse e apparentemente confliggenti, amalgamandole in un unicum inconfondibile.
"Per niente facili", cantava in "La musica che gira intorno", una frase che racchiude i versi di Fossati. Versi che indagano e scrutano, molto spesso nell'amicizia ("I naviganti", 1993, "La volpe", 1988), ma anche nel lavoro ("Terra dove andare", 1988) o nella paura di vivere "un tempo sbandato" ("Una notte in Italia", 1986).
Cocciuto e insofferente, andrà sempre per la sua strada. Senza farsi intimorire dal successo, anzi forse cercando persino di sbatterci contro. Come nel 1979, quando "La mia banda suona il rock" entra in classifica e diventa una canzoncina fischiettata da tutti. E lui la ripudia, la lascia morire lì, senza quasi mai più riproporla dal vivo.

Congedati così i Delirium, Fossati s'imbarca in una carriera solista che lo vedrà destreggiarsi tra composizioni "in proprio" e una miniera di regali ad altre interpreti: Mina, Patty Pravo, Fiorella Mannoia, Loredana Berté, Mia Martini, Ornella Vanoni, Alice. Per non parlare delle collaborazioni con autorevoli colleghi, come Francesco De Gregori e Fabrizio De André.

La grande traversata

Il debutto del Fossati solista è un 45 giri, "Beati i ricchi", tema dell'omonimo film di Salvatore Samperi con Paolo Villaggio. Fossati canta su musiche di Louis Bacalov, accompagnato dai Godfathers, uno dei tanti gruppetti r'n'b britannici dell'epoca.
L'esordio sulla lunga distanza avviene però un anno dopo con Il grande mare che avremmo attraversato (1973), che già nel titolo contiene una sorta di "dichiarazione d'intenti" sul futuro percorso artistico da intraprendere. Il viaggio - tema onnipresente nel canzoniere di Fossati - è il leit-motiv di un disco che, per quanto discontinuo, testimonia già una vivida capacità creativa. La title track, suddivisa in due parti, ad aprire e chiudere l'album, si segnala per i temi già complessi, per il suo velato pessimismo e per la coda orchestrale che ne impreziosisce la seconda parte.
I riferimenti letterari già si presentano numerosi (eloquente quello a Edgar Allan Poe in "Il pozzo e il pendolo"), così come i versi dedicati al mare (il singolo "Vento caldo"), altro elemento-cardine dell'intero lavoro. Lo strumentale "Jangada", "Canto nuovo" e "Da Recife a Fortaleza" portano invece addosso i primi segni di quella saudade musicale che accosterà spesso Fossati al Brasile, soprattutto quello dei cantautori, da Chico Buarque a Carlos Jobim. Un'affinità elettiva qui stimolata anche dalla presenza dell'amico e collaboratore Oscar Prudente. A dar man forte al duo, un pugno di musicisti di primo piano, gravitanti attorno alla scuderia Numero Uno di Lucio Battisti.

Prodotto, scritto e arrangiato dal tandem Fossati-Prudente, il successivo Poco prima dell'aurora ribadisce sostanzialmente la formula, mostrando un lato A più convenzionale, con le due ballate "Prendi fiato e poi vai" e "L'Africa", dove più forte si avverte la mano di Prudente, e le corali "E' l'aurora", "Ehi amico" e "10 km dalla città", più riconducibili allo stile di Fossati. Sulla seconda facciata, invece, eccezion fatta per il singolo "Libera amore", si osa di più, con la verve sperimentale di "Tema del lupo", "Lo stregone" e "Gil" (voglia di terra), quest'ultima, interamente strumentale, eseguita da Fossati al flauto.

Ancora indeciso su quale strada imbroccare, confuso tra un songwriting pop di stampo classico e velleità avant-prog tipicamente settantine, Fossati confeziona quel Goodbye Indiana che arriverà a definire in seguito "il mio album più brutto e con i peggiori testi mai scritti". Difficile dargli torto snocciolando le tracce di un disco fiacco e pretenzioso, dove, alla fine, l'unica curiosità sta in quella "Harvest Moon" che, oltre ad anticipare di qualche decennio il titolo di un album di Neil Young, sfodera una suggestiva performance in duetto con Marva Jan Marrow, altra artista nel giro della Numero Uno. La spagnoleggiante title track chiude (e non propriamente in gloria) il sodalizio con Prudente.

Il 1977 è anno di rottura anche per Fossati. Approdato alla Rca e affidato alle cure del produttore Antonio Coggio (ex Baglioni), il cantautore genovese marca un primo passo in direzione di quella evoluzione "rock" che si delineerà meglio negli anni successivi. Ma l'acerbo La casa del serpente si fa ricordare soprattutto per "Anna di primavera", il primo frutto di quella collaborazione con Mia Martini che tante gemme regalerà alla canzone italiana (Fossati comporrà già alcune tracce di "Per amarti", debutto su Lp della cantante calabrese). "Matto", invece, troverà più fortuna nell'interpretazione di una giovanissima Anna Oxa, altra cantante beneficiata da Fossati, grazie soprattutto alla splendida "Un'emozione da poco" con cui debutterà nel 1978 al Festival di Sanremo.

Se i suoi primi album appaiono ancora istantanee sfocate, ben distanti dagli standard dei successivi decenni, la capacità di Fossati di scrivere canzoni si manifesta già in modo prorompente nel tris d'assi calato nel 1978. Oltre alla summenzionata "Un'emozione da poco", infatti, la sua penna dà vita alla struggente ballata di "Dedicato", per Loredana Berté, e alla sublime trasgressione di "Pensiero stupendo", che la voce di Patty Pravo trasformerà in evergreen della canzone italiana. Un exploit che vale a Fossati il Telegatto come miglior autore dell'anno. Non è ancora una Targa Tenco (il premio di cui farà incetta negli anni successivi), ma è già un segno che la critica lo ha finalmente scoperto.

La mia banda (non) suona il rock

Svolta rock in arrivo, si diceva, ed ecco allora l'album che per Fossati sarà croce e delizia negli anni a venire. L'enorme successo della title track di La mia banda suona il rock, infatti, gli resterà appiccicato per anni come un'etichetta ingombrante, della quale cercherà in tutti i modi di sbarazzarsi. Già all'epoca, in effetti, aveva cercato di prenderne le distanze: non la voleva come singolo e, soprattutto, non come titolo dell'album. Ma l'ostinazione dei discografici prevalse, con indubbi riscontri finanziari. Per uno strano destino, così, l'inno rock per antonomasia di Fossati, nonché uno dei suoi più grandi successi commerciali, diverrà "la canzone di cui credevo, e speravo, di essermi liberato". Arriverà a suonarla dal vivo in una irriconoscibile versione per pianoforte e voce, fino a farla scomparire del tutto dalle scalette.
Registrato nei celebri Criteria Studios di Miami, con musicisti dell'entourage di Eric Clapton e Stephen Stills, La mia banda suona il rock alterna energici uptempo a ballate di classe, come la stessa "Dedicato" e "Limonata e zanzare", che sfoggia un testo di grande arguzia su base quasi reggaeggiante. Non è ancora il miglior Fossati, l'autore-re Mida delle cantanti italiane e il cantautore che partorirà alcuni degli album di svolta del songwriting italiano, ma più di un barlume, anche dietro questa goffa e improbabile copertina à-la Clash, si intravede.

Panama e dintorni (1981) consolida questo stile, imbroccando anche un hit, ovvero la title track, reggae sornione con un divertente testo dal sapore quasi cinematografico. "La signora cantava il blues", dedicata a Billie Holiday, è la canzone più "americana" del lotto, con le sue raffinate venature jazzy, mentre "Se ti dicessi che ti amo", con la sua lunga coda strumentale dominata dal flauto, ripesca vaghe suggestioni prog. Ma a far brillare il disco sono soprattutto due ballate: la dolente "Costruzione di un amore", già interpretata da Mia Martini sul suo album migliore ("Danza"), e l'altra riflessione ad alto tasso melanconico di "J'adore Venice".

Fossati mette finalmente a fuoco una scrittura peculiare, capace di dosare l'attitudine rock e la vena intimista e cantautorale in un accattivante impasto musicale, certamente tra i più moderni della canzone italiana di quegli anni.
Dedicato a Randy Newman, Le città di frontiera (1983) è un'altra tappa sulla strada di un songwriting che si fa sempre più acuto e profondo.
"La musica che gira intorno" è un apologo sulla musica fatua, quella che "non ha futuro" perché "non ha capito mai nessuna lezione", e al tempo stesso il ritratto dei musicisti controcorrente ("Per niente facili/ uomini così poco allineati/ li puoi chiamare ai numeri di ieri/ se nella notte non li avranno cambiati"), disposti a sfidare le frustrazioni derivanti da scelte radicali: un testo diretto e sferzante, che anticipa il Fossati fustigatore di coscienze degli anni a venire. "Traslocando" è invece la sua riproposizione dell'ennesimo gioiello regalato a Loredana Berté: pochi versi semplici ed efficacissimi nel ritagliare la malinconia di un cambio di casa ("E i ragazzi del trasloco avevano fatto in fretta/ a stanare i miei amori dai cassetti e dalle scatole di latta"). La "giovanilista" "I ragazzi cattivi" si va ad aggiungere invece alla lista delle canzoni ripudiate ("una delle mie peggiori", la definirà Fossati qualche anno dopo).
Disco di transizione, Le città di frontiera segna la fine del periodo rock di Fossati o forse il primo episodio della fase successiva. Un passaggio formalizzato nella traccia che chiude il disco ("Cow Boys"): il verso "che non ci prenda per Cow Boys" sembra proprio voler indicare un percorso di allontanamento dalla musica americana per antonomasia, che si concretizzerà nel progressivo abbandono di stilemi rock e nella sostituzione delle chitarre elettriche con l'elettronica prima e una strumentazione etnico-acustica poi.

Ventilazione (1984) è un altro passaggio-chiave verso quell'integrazione tra ricerca musicale e letteraria che si sublimerà nei lavori successivi. Disco aspro nei suoni e già piuttosto ermetico nei testi, annovera anche la rivisitazione in chiave rock di Paolo Conte ("Boogie") da sempre considerato con Fabrizio De André "fratello nelle note". Altra cover è "La locomotiva" (da "The Rail Song" di Adrian Belew). Il singolo "Viaggiatori d'Occidente" è un elegante ballad in chiaroscuro, mentre "Il pilota" anticipa quella passione di Fossati per il volo che caratterizzerà Lindbergh.

Mio fratello che guardi il mondo

Due anni dopo, la scoperta di nuove costruzioni ritmiche, ispirata dalla musica popolare sudafricana contemporanea, è il piatto forte di 700 Giorni. Prodotto da Allan Goldberg, è un disco ancor più sperimentale, quasi sovraccarico di suoni e suggestioni. La danza sudafricana di "Buontempo", il folk celtico di "Gli amanti d'Irlanda", il pastiche etnico di "Non è facile danzare" testimoniano già una ricerca in direzione di quella world-music che troverà definitivo compimento nei lavori successivi di fine decennio. Altre tracce ("Dieci soldati", "Il passaggio dei partigiani" e "La casa"), costruite su una ammaliante base strumentale, propongono una serie di meditazioni sul Dna della nazione italiana, derivante dalla resistenza al fascismo e dai primi anni di vita della Repubblica.
Ma il vero cuore pulsante dell'album è nella solenne poesia di "Una notte in Italia", sorta di piccolo breviario del nostro mal di vivere, in perenne conflitto con i morsi della coscienza, con l'esigenza di una condotta morale.
700 Giorni viene anche premiato come miglior album del 1986 con la prima Targa Tenco della sua carriera.

E' l'avvio della stagione d'oro. La pianta del tè (1988) è l'album della definitiva conferma di Ivano Fossati come autore raffinato e musicista di prim'ordine. La prova più lampante della distanza da certe spigolosità degli esordi è il confronto tra "La costruzione di un amore" nella contorta e tormentata versione originale con quella cristallina e impeccabile di questo disco, che è nel complesso perfetto nell'orchestrazione, e alterna originali e colti spunti etnici, intrisi di spezie orientali, a composizioni più classicamente occidentali, il tutto sostenuto da un'inventiva in stato di grazia e da una cura quasi maniacale dei particolari. Basta e avanza per compensare certi eccessivi ermetismi dei testi, che sono e saranno sempre ricorrenti nel suo canzoniere.
Capolavoro nel capolavoro è proprio la title track, "La pianta del tè" (parte I e II), il cui fascino notturno, lunare e misterioso è reso dal contrasto tra i vellutati flauti di canna andini e le percussioni ostinate e inquietanti, ma mai invadenti. Già stupenda la prima parte, ma la seconda raggiunge vette da brivido, con i flauti di Una Ramos che scatenano tutto il loro potere magico, trasportando davvero in cima a qualche picco cileno o peruviano. Analoga ambientazione notturna ha "La volpe", cupa filastrocca dove non stona neanche il tipico belato di Teresa De Sio, qui usato come appropriato controcanto alla secca voce di Fossati. Momento di profonda malinconia è "L'uomo coi capelli da ragazzo", dove il clima di solitudine e malattia, ancora più che dal testo, è reso dall'estrema tensione creata da un basso che ronza insistentemente e dall'implacabile ripetizione di una nota di tastiera a intervallo fisso, un "effetto goccia" che copre tutto il brano.
"Questi posti davanti al mare" è costruita su una melodia elementare, ma è aperta e chiusa da una squillante fanfara di tastiere; possiede un ritmo complesso ma irresistibile (difficile tenere le mani ferme), e, come se non bastasse, è nobilitata dalla partecipazione di Fabrizio De André e Francesco De Gregori. L'altro nume tutelare di Fossati, ovvero Paolo Conte, non compare di persona, ma viene più che evocato in un delizioso quadretto alla francese, "Le signore del Ponte-Lance", per pianoforte e voce, degno di certe analoghe composizioni dell'avvocato di Asti.
Anche i brani leggermente meno ispirati contengono sempre qualche preziosismo che li rende inconfondibili: vale per "Terra dove andare", con il suo ardito accostamento di fisarmonica e ritmo reggae, e per "Chi guarda Genova", la cui elaborata ritmica, sempre di ispirazione caraibica, è scandita anche da un insolito flauto che affianca la consueta batteria. Eppure, in entrambi i casi il risultato è non solo estremamente originale, ma anche assai gradevole. Merita un cenno anche la breve chiusa, "Caffè lontano", in cui il limpido suono dell'arpa celtica addolcisce una voce un po' lamentosa. Contiene tra l'altro un verso illuminante alla Paolo Conte: "I londinesi sono ombrelli in pena..." Geniale, come tutto il disco.

E' ancora un Fossati in stato di grazia quello che nel 1990 offre con Discanto un altro saggio di formidabile creatività, impreziosito da alcuni tortuosi intellettualismi letterari, che riguardano in particolare i testi di "Lunario di Settembre" e "Confessioni di Alonso Chisciano", la prima tratta da una sentenza di condanna per stregoneria datata 1647, con linguaggio tra il burocratico e il barocco, adeguato all'epoca, la seconda profonda riflessione psicologica sulle visioni e sui turbamenti di un Don Chisciotte fin troppo cosciente di se stesso. In entrambe queste ambiziose composizioni (parlare di canzoni è riduttivo), la gravità dei testi è comunque più che compensata da splendide musiche, e in particolare "Lunario di Settembre" contiene una parentesi incantevole per pianoforte e voce, sottotitolata "Dialogo fra l'inquisitore e un'imputata".
E' un disco "dotto" anche al di fuori di questi due episodi: basti pensare all'uso della chitarra tradizionale portoghese ("breguesa") nella suggestiva "Lusitania", che apre l'album con elaborate sequenze ritmiche di batteria e percussioni, e con una galleria di immagini, quasi mai paesaggistiche, ma sempre evocative e capaci di portarci in riva all'Atlantico, di fronte al mistero dell'ignoto ("È terra/ Compagni, è terra/ Terra secca da guardare/ Buona per camminarci sui ginocchi/ E per pregare... È terra dimenticata/ Da pagine intere/ Che ancora adesso non ci guarda/ Non ci parla/ E non ci fa sapere...").
Tornano anche inediti accostamenti strumentali, come quello tra il dolente suono di un oboe e le cupe ma morbide percussioni africane nella bellissima "Passalento", in assoluto una delle canzoni più ispirate e commoventi dell'intera carriera di Fossati.
"Italiani d'Argentina", testo carico di serena rassegnazione più che di nostalgia per la madrepatria ("abbiamo l'aria, d'italiani d'Argentina ormai certa come il tempo che farà/ con che scarpe attraverseremo queste domeniche mattina..."), si avvale di un ritmo che rimanda alle milonghe di Paolo Conte, solo un po' più deciso e accelerato, insomma un po' meno jazzeggiante.
L'unico brano che si possa definire vicino al rock è "Discanto", in cui le cadenze dure e insistenti si adattano egregiamente al testo, che in pratica è un disincantato elenco delle cose per cui si vive tutti i giorni ("Di questo si vive/ E di tant'altro ancora/ Che inseguiamo come i cani/ Respirando dal naso/ Per finire invece/ Ancora sorridenti, ancora abbaianti/ Di un dolore a caso"). Fossati ormai ha mestiere da vendere, tanto da rendere gradevole un brano come questo, potenzialmente monotono, mediante opportuni salti di tonalità, sempre in crescendo, fino alla strofa finale in cui la robusta base ritmica si placa.
Piccoli gioiellini posti nel finale sono "Unica rosa", quasi un gioco sulle possibili rime in "osa", dalla melodia dolce e calmante come una tisana, e "Albertina", per pianoforte e voce, breve e intenso ritratto femminile. "Piumetta" è una specie di filastrocca che invoca le figure dei tarocchi, con un bel ritmo sostenuto e la partecipazione di Fiorella Mannoia, cantante prediletta dall'autore, che qui sembra nascondersi e fa in pratica poco più che il controcanto. È forse l'unico momento leggero di un album austero e teso, che consacra Fossati come miglior erede della canzone d'autore italiana, in un periodo in cui i cantautori "storici" sembrano essersi ormai appannati.

A completare la magica trilogia fossatiana, arriva nel 1992 Lindbergh (Lettere da sopra la pioggia), reso celebre da quella trascinante "Canzone popolare" che spopolerà anche in politica, diventando l'inno dell'Ulivo. Ispirato alle leggendarie imprese del pilota Charles Lindbergh, autore della prima trasvolata atlantica senza scalo della storia dell'aeronautica, l'album conferma un Fossati nella sua migliore stagione creativa, che asciuga ulteriormente il suo songwriting rinunciando anche a certe pretese letterarie. Domina un clima intimo e raffinato, ben esemplificato da "La barca di legno di rosa": testo splendido, zeppo di intricati simbolismi ("Passa una barca di legno di pino/ con sopra un gendarme e con sopra un assassino/ e i loro pensieri sono legati insieme/ i loro pensieri gettati in catene/ in fondo al mare"), musica estremamente elegante e discreta, con in grande evidenza un'arpa celtica degna della migliore new age, che nel finale si scatena in virtuosismi da applauso, al punto che è d'obbligo citare l'ottimo Vincenzo Zitello, raro esemplare di arpista maschio. Resta anche la componente world-music. E proprio l'episodio più etnico, "Mio fratello che guardi il mondo", è una delle vette più alte del disco. Già di per sé bellissima canzone lenta, ha in più il tocco di grazia delle percussioni di Trilok Gurtu (tra cui la tipica tabla indiana), impegnate in un affascinante e fitto dialogo con una nitida e occidentale chitarra acustica. Per una volta anche il testo, oltre che profondo, è piuttosto "immediato": un toccante inno alla solidarietà e alla fratellanza tra gli uomini ("Se c'è una strada sotto il mare/ Prima o poi ci troverà/ Se non c'è strada dentro il cuore degli altri/ Prima o poi si traccerà"). Altro gioiello è "Sigonella", canzone d'impostazione più classica, con pianoforte iniziale alla Elton John e partenza un po' in sordina, ma con un'impennata centrale lancinante, che lascia senza fiato, sottolineando la "disperata speranza" del testo ("se questa terra smettesse di affondare…"). Difficile trattenere le lacrime.
Con "Notturno delle tre" Fossati si dimostra capace di regalare pure sensazioni jazz degne di Paolo Conte, anche grazie all'uso sapiente di limpide note di pianoforte. "La Madonna nera" accosta un testo enigmatico e dissacrante a una musica cupa e misteriosa, ricca di effetti speciali tastieristici.
Non è facile trovare due canzoni antimilitariste nello stesso disco, ma Lindbergh riesce anche in questa impresa. La prima, "Il disertore", è la traduzione di una poesia di Boris Vian, dalle parole caustiche, qui cantata con uno scarno accompagnamento di chitarra. La seconda, "Poca voglia di fare il soldato", ha un testo molto più gentile, e anche la musica stessa, con il pianoforte e un prezioso assolo di flauto, sembra rievocare epoche e guerre lontane, ma il principio resta lo stesso. "Ci sarà (vita controvento)" è l'unico brano dalla ritmica battente, ma è arricchito da un intervento virtuosistico di chitarra acustica e da un bel testo che incoraggia alla speranza chi vive "contro le regole del branco".
A chiudere, arriva "Lindbergh", breve momento di riflessione sul mondo visto da un aereo. Viene spontaneo un confronto con quella specie di precedente che è "Il pilota" (da Ventilazione): "Lindbergh" pur nella sua sintesi è comunque molto più onirica e fin dalle prime note ci impone un'atmosfera gelida e rarefatta, portandoci nella cabina di un vecchio aereo, molto vicini alle stelle. Ma è forse questo l'obiettivo dell'intero album. Un altro fondamentale tassello da aggiungere all'opera di un cantautore che è ormai al massimo delle sue possibilità espressive.

Di tempo e di silenzi

Dopo l'accoppiata live di Buontempo e Dal Vivo e la collaborazione con l'amico Francesco De Gregori in "Scacchi e tarocchi", Ivano Fossati torna in studio per registrare Macramé (1996), altro gioiello di poesia e freschezza espressiva.
Ancora una volta complesso nelle liriche e ricchissimo musicalmente, l'album rinnova il connubio tra elettronica e strumenti tradizionali, senza rinunciare ad accenti etnici (orientali, soprattutto). Prosegue anche la parata di ospiti d'eccezione: Tony Levin (King Crimson) suona il suo strumento preferito, lo stick, nelle due canzoni di cui è co-autore ("L'abito della sposa" e "La stella benigna") e in "Shakespeare", mentre si esibisce al contrabbasso elettrico a cinque corde in "Bella speranza".
L'iniziale "La vita segreta" mantiene un clima teso, che sfocia in un crescendo "disturbato" dalle scorribande jazz del sax di Mario Arcari. Le tracce scorrono intense e palpitanti, attraversando gli scenari inquieti di "La vita segreta" e "La scala dei santi", fino a sciogliersi in episodi di commovente delicatezza, come "Il canto dei mestieri", impreziosito da una coda finale di flauto, o "L'angelo e la pazienza", meravigliosa ballata con un organetto quasi "tango" e una delle melodie più toccanti dell'intero repertorio di Fossati, passando attraverso le visioni apocalittiche di "Labile", le suggestioni de "L'amante", la classicità austera de "L'orologio americano". Il ritmo prende invece il sopravvento in "Stella benigna", con un andamento funk ad assecondare un piano minimale.
Il registro tragico si alterna e si sposa spesso a quello surreale, in un continuo avvicendarsi di realtà e immaginazione. Fossati si conferma anche grande arrangiatore, cesellando con cura maniacale un coacervo di suoni e strumenti, e ribadisce che la sua penna è tra le più lucide a disposizione dello Stivale, proseguendo il suo viaggio nei recessi più nascosti della nostra sfera emozionale.

Fossati riesce sempre a sorprendere. Con caratteristiche originali, ma inconfondibili. Come il suo modo di cantare, così rallentato, intenso, sofferto. Ogni sua nuova canzone è una scoperta. L'unica cosa che ha sempre mantenuto nella sua musica è quell'amore, a volte impercettibile, per la sua città: "L'amore è tutto carte da decifrare/ E lunghi notti e giorni per imparare/ Io se avessi una penna ti scriverei/ Se avessi più fantasia ti disegnerei/ Su fogli di cristallo da frantumare" (da "Carte da decifrare", un'altra delle sue canzoni più struggenti).
Ma la creatività di Fossati è anche tra le più munifiche del cantautorato italiano. Dopo aver fatto la fortuna di uno stuolo di cantanti e cantantesse, va così ad arricchire anche il nobile canzoniere di Fabrizio De André, in quel capolavoro della musica italiana tutta che risponde al nome di "Anime Salve". Un disco splendido, un viaggio pieno di suggestioni, sapori, incontri, da Bahia a Genova, passando per la Sardegna. Un percorso affollato di spiriti solitari, che abitano angoli appartati della Terra e che rifiutano la "legge del branco".

A suggellare la stagione d'oro di Fossati arriva la sua prima antologia, Time And Silence (1998), contenente alcuni dei suoi principali successi e un inedito, "Il talento delle donne", denso di riferimenti orientali, di mantra e appassionate dediche all'universo femminile. "In questa canzone - racconta Fossati - ho utilizzato le sillabe sacre 'Om mani padme hum' tratte da un noto mantra tibetano, affinché mi aiutassero a tracciare la linea d'ombra, il più possibile netta, fra l'idea ciclica del tempo orientale e quella lineare che è la nostra. Le parole 'tempo e silenzio', invece, sono espresse in inglese, perché più di ogni altra lingua sembra rappresentare oggi il modello occidentale".
Nel frattempo, Fossati si è anche dedicato alla rielaborazione di classici di Chico Barque de Hollanda, Djavan, Supertramp, e a un'intensa attività per il teatro e per il cinema, con musiche per diversi spettacoli e per due film di Carlo Mazzacurati, "Il Toro" e "L'Estate di Davide".

La disciplina della terra (2000), è un altro viaggio a ritmo lento e cadenzato verso mari lontani, tra ricordi d'infanzia e incontri malinconici, odori d'incenso e di sabbia bagnata. Un piccolo sunto della poesia di Fossati, osservatore sincero e profondo dell'umanità e delle sue contraddizioni. Non mancano, al solito, le collaborazioni di prestigio (Roberto Gatto, YoYo Mundi, London Session Orchestra) e, musicalmente, spicca il ritorno alla chitarra elettrica, assente da molto tempo ormai nella produzione del cantautore ligure.
L'avvio riserva i momenti più intensi: l'autobiografica "La mia giovinezza", sorretta da una singolare mistura di chitarra elettrica, fisarmonica, percussioni e flauto, riprende sofisticate atmosfere world-music; "Treno di ferro", dedicata ai "ragazzi che partono, in pace e in guerra", è invece un altro piccolo gioiello antimilitarista, affidato a una lunga ballata con prologo per piano e voce ("È che là fuori/ c'è un treno di ferro/ con il cuore di calce/ il soffio di acido e di veleno/ una valanga d'amore/ contro un bicchiere d'aceto/ dopo l'ultimo bacio/ prima del fischio del treno"). La pianistica title track è registrata da Fossati in solitudine, con la sovraincisione dell'orchestra diretta da Gianfranco Lombardi; "Invisibile" sfoggia invece un violoncello da brividi (a cura di Louise Hopkins).
Ma barbagli di classe trapelano anche dal traditional "La rondine" (duettato con Luvi De André) e dalla lieve ballata folk di "Angelus". Il Fossati più indignato, invece, colora di accenti satirici "Iubilaeum bolero", atto di accusa contro la superstizione mascherata da spiritualità: è il tour de force del disco, una suite in più movimenti, con la tromba e il flicorno di Enrico Rava in primo piano, le percussioni ossessive e una lunga improvvisazione strumentale che si chiude col recitativo di Mercedes Martini ("...Io brindo al vostro passaggio/ Al piacere del ladro/ Alla pubblica colpa/ Bevo acqua gelida a larghe mani/ Bevo agli orizzonti gobbi/ Alle femmine barbute/ alle scimmie e ai cani/ Mi guardo ancora nello specchio/ E vi saluto brava gente"). "Dancing sopra il mare" è un (auto)omaggio alla vecchia "Panama", mentre la chiusura strumentale di "Finale (Al tempo che si muove)", lasciata al solo piano, prelude alla scelta musicale del disco successivo: un progetto che Fossati sta già coltivando da tempo e che prende corpo nella primavera del 2001.

Not One Word, che esce sotto il nome di Ivano Fossati Doublelife per l'etichetta Sony Classical, ripudia infatti la forma-canzone in favore di un approccio quasi "classico" e interamente strumentale. "Noi artisti - osserva Fossati - abbiamo la fortuna di manipolare suoni e parole. Possiamo farci stare dentro pensieri molto larghi. Forse anche troppo. Amo molto la canzone tradizionale, ma sono curioso, e tendo a slargarla. Ho tanta voglia di percorrere strade artistiche sempre più oblique".

La legge della semplicità

Nel ritorno alla canzone di Lampo viaggiatore (2003) sembra invece che Fossati si sia imposto l'obbligo della semplicità. Con la chiarezza ricompare anche una certa attenzione ai temi attuali, come in "Pane e coraggio", dove il dramma degli immigrati che tentano di passare "da una terra che ci odia ad un'altra che non ci vuole" viene stemperato in un tranquillo ritmo di reggae al rallentatore, con fisarmoniche più paesane che inquietanti. Forse per le musiche gli "sfoltimenti" non erano neanche necessari, ma Fossati deve essere stato preso da una febbre semplificatrice, tale da produrre secchi e nervosi elettro-soul come il singolo "La bottega di filosofia", dove compare una deliziosa armonica, e il ritratto di una spietata plutocrazia di "Contemporaneo" ("democrazia dei profitti perfetti, delle nude proprietà"): i due brani che più spiazzano il vecchio fan. Il modello sembra il Donald Fagen di "Nightfly", ma la voce monocorde e i testi sempre piuttosto elaborati non si sposano bene con questi ritmi.
Meglio semmai "Lampo (sogno di un macchinista ferroviere)", filastrocca all'inizio paurosamente simile ad "Attenti al lupo" di Lucio Dalla, che poi si riprende grazie a un caldo sassofono "con la sua parlata grassa" (direbbe Paolo Conte), e al testo, rapida serie di nitide immagini: più che un sogno, è quello che un macchinista fantasioso può vedere davvero. Convince maggiormente il ritorno alla vecchia passione per il reggae e i ritmi caraibici, che risale ai tempi di "Traslocando", per non dire di "Panama". Oltre a "Pane e coraggio", i risultati sono "La bellezza stravagante", con ipnotici echi di musica delle Antille, e soprattutto "Io sono un uomo libero", un vero e proprio reggae con testo-confessione molto sincero, già "regalato" ad Adriano Celentano.
Non mancano le classiche "riflessioni al pianoforte". "Il bacio sulla bocca" è una intensa e maestosa ballata con grande protagonista la fisarmonica, ma gli episodi che ci restituiscono il Fossati più toccante e profondo sono due: "C'è tempo" e "Ombre e luce". Commoventi e sofferte, con un bellissimo tema che tiene insieme tutta la complicata trama: in "C'è tempo" ritorna alla fine di ogni strofa esposto dalla fisarmonica, in "Ombre e luce" è uno stupendo inciso di cinque note di pianoforte che impreziosisce il brano dall'inizio alla fine, con particolare magia nel vellutato dialogo tra il clarinetto e il piano stesso.
Sia pure con il contagocce, Fossati ci fa capire che è ancora capace di scavare nel profondo dell'anima, anche se per ora gli va di restare un po' più in superficie. Piacevolmente però, e con molta fantasia.

Dopo l'ennesimo disco dal vivo (Dal Vivo Volume 3 - Tour acustico, 2004), Fossati torna in studio per incidere L'Arcangelo, che esce all'inizio del 2006.
Passato agli onori delle cronache come "il disco più politico di Fossati", tanto per tener desta l'attenzione in campagna elettorale, il nuovo lavoro del cantautore ligure segna un ritorno al rock, filtrato dalla consueta sensibilità per le ritmiche sudamericane, e, nel complesso, una maggiore "solarità" rispetto alle cupe introspezioni dei lavori precedenti.
La politica c'è e spadroneggia, inutile girarci intorno. A volte in modo pedante, come nel r'n'b di "Ho sognato una strada", o in "Cara Democrazia", banale esortazione per voce e chitarra elettrica che rievoca le più retoriche sparate di Battiato; o ancora nel reggae no-global de "La Cinese", filastrocca sulla paura dell'oriente e sulla compravendita dell'oro nero. Altre volte con esiti più convincenti, come in "Denny", delicata storia d'amore omosex vissuta nella quotidianità di una esistenza normale, ma sempre all'ombra del pregiudizio ("Nessuno sa e nessuno/ Nemmeno capisce/ Nessuno vede l'amore/ Nessuno lo intuisce"): un bel testo su musiche di Pietro Cantarelli, autore anche di tutti gli arrangiamenti del disco, insieme al figlio di Fossati, Claudio.
Ma è soprattutto ne "Il battito" che la polemica di Fossati si fa più acuta, con un j'accuse sulla superficialità imperante, sulla smania della sintesi a tutti i costi, che costringe il pensiero a restringersi e farsi piccolo: canzone anche musicalmente più a fuoco, con un dolce accompagnamento di piano e un intenso finale strumentale in crescendo. Altre volte, invece, è proprio il lato musicale a tradire segni di stanchezza: difficile entusiasmarsi tra le percussioni sudamericane, i timbri cubani e le chitarre elettriche à-la Santana della title track, dove un immigrato diviene l'arcangelo-rivelatore di un mondo nuovo (e siamo comunque anni luce distanti dalle vette liriche di "Mio fratello che guardi il mondo").
Il disco non decolla anche sul versante delle ballate sentimentali. "L'amore fa" si impantana in una melodia fiacca e in liriche para-sanremesi; il cha cha cha di "Reunion" racconta le difficoltà di un (re)incontro su un impasto di hammond e fiati un po' stantio; "Pianissimo" gioca la carta dell'arrangiamento suadente, ma senza graffiare. Meglio, semmai, il malinconico mid-tempo di "Aspettare stanca", cronistoria di addii e frasi al telegrafo, griffata da un bel contrappunto di sassofono.
Si può essere d'accordo su tutto ciò che Fossati scrive e canta, ma nel complesso il suo Arcangelo suona come una grande occasione mancata di riportare la canzone politica al centro della scena musicale italiana. Nella frenesia di "vuotare il sacco" sui piccoli grandi orrori della realtà politica attuale, Fossati sembra smarrire quel tocco di sobrio lirismo che è sempre stato la sua marcia in più. Così, paradossalmente, il meglio del disco viene dalle sue tracce meno "rappresentative", quelle più intimiste e appartate. Quasi una vittoria del "vecchio" Fossati su quello attuale.

Copertina: macchina futurista su superficie aliena e rossa, "come nei film di fantascienza degli anni '50", spiega Ivano Fossati. Come a dire che il futuro che allora ci si immaginava non ha niente a che vedere con la realtà di oggi, anzi con la Musica Moderna, il titolo ironico dell'album con cui il cantautore genovese si ripresenta sulle scene nel 2008. Un lavoro che però, ancora una volta, non lascia il segno.
Si apre con l'energica "Rimedio", dal ritmo incalzante, di impatto. "Mai più saggezza, mai più", Fossati sembra volersi spogliare del peso costante cui la vita ci sottopone, abbandonando la prudenza e accantonando l’insoddisfazione. "Cantare a memoria" è di una sincerità commovente, sul tema del ricordo. La memoria è importante, il passato è doloroso ma fondamentale, se si vuole sognare un futuro. E, soprattutto, non si può cancellare, dato che "quello che siamo/ è quello che abbiamo/ e quello che abbiamo si vede". Nessuna finzione dunque, né rassegnazione, ma solo la nuda verità.
"Musica moderna" è un'altra confessione a cuore aperto, rivolta intimamente a una donna: "Benvenuta amore mio/ in questa musica moderna in cui/ faccio la mia parte". E ancora: "La mia vita è ancora un sogno/ e un’ombra di stanchezza". Ed è questo il leit-motiv dell’album. "Miss America"riporta al reggae di "Panama e dintorni", peccato per il testo un po' troppo criptico. C’è spazio anche per una perla come "Last Minute", in cui la nostalgia diviene disperazione, mentre la voce di Fossati spinge come non mai, al di là dei finestrini degli aerei, dei treni, a spezzare il vetro da cui si osserva la vita lontana della propria amata. Un climax crescente, fino al punto di rottura, ben sostenuto dalla batteria del figlio, Claudio Fossati.
"La guerra dell’acqua" e "Il paese dei testimoni" sono due canzoni politiche, e tra le meno riuscite. La malinconica "D'amore non parliamo più" narra di sogni, infranti e non, che in qualche modo proseguono, cullati nel ricordo dall'organetto di Riccardo Tesi. "Amore trasparente" è una critica aperta a una società che non conosce limiti e solidarietà, ma si accanisce nella lotta per il possesso dell'acqua: l'avevamo conosciuta come colonna sonora del film di Nanni Moretti "Caos calmo".

Se la sua verve creativa pare aver perso lo smalto di qualche anno fa, Fossati resta tutt'oggi uno dei più lucidi e forbiti musicisti-intellettuali del panorama italiano. La sua cupezza livida, le sue introspezioni malinconiche, le sue riflessioni d'alta integrità morale e civile ne fanno una sorta di coscienza critica non solo della scena musicale, ma della stessa società italiana. Merito anche di un linguaggio che - come scrive Paolo Jachia, nel libro "Una vita controvento" - non può non essere figlio della sua terra, la Liguria scabra ed essenziale: "Da una parte l'indole di terra, che si coglie in un senso del limite, della finitezza delle cose umane proprio di chi - avendo poca terra, da camminare e coltivare - vi sta più saldo, come ancorato alla sua poca certezza. Dall'altra, il mare. L'avventura infinita dei navigatori, dei naufraghi, delle vele. La sfida, l'Infinito leopardiano, le terre d'Oriente, dalle quali si torna però sempre alle origini, alla consapevolezza iniziale: a una riflessione esistenziale tanto profonda da aver permesso a qualche generazione di italiani di ritrovarsi nei suoi sentimenti e nelle sue immagini come in quelle di pochi altri artisti della canzone italiana. La sua coscienza detta alle sue parole quel che la nostra, talvolta, non sa dire. E' proprio il linguaggio scabro e essenziale quello che fa di Ivano Fossati un autentico artigiano della canzone: lavora per sottrazione, come i poeti della sua Liguria, come gli intagliatori d'olivo".

Ultimo atto

Con Decadancing (2011) Ivano Fossati si congeda dal pubblico. Prima dell'uscita, infatti, l'artista ligure ha annunciato che questo sarà l'ultimo disco (a cui fa capo l'ultimo tour) della sua quarantennale carriera. Fra le motivazioni della scelta, quella di non essere così certo di avere altro d'aggiungere di sostanziale a quanto già detto, e il desiderio di assaporare quelle libertà che il mestiere del musicista inevitabilmente gli ha tolto. Eppure, proprio con questo lavoro Fossati esce dall'impasse che aveva caratterizzato le due precedenti uscite. Anche se l'accoppiata iniziale "La decadenza" e "Quello che manca al mondo" lascerebbe intendere altro, da un lato assistiamo a un ridimensionamento del formato protest song proprio de L'Arcangelo, e dall'altro al recupero di un'ispirazione, melodica e di testo, che da sempre trova la dimensione ideale nella poetica toccante e disincantata del nostro. Tutti elementi invero già presenti, però con maggiori riserve, nel precedente "Musica moderna". Ecco perché l'amore finito, narrato sottovoce in "Settembre" , ci riporta alle vette di pacata malinconia che furono di "Naviganti" ("...questa è la pioggia che deve cadere/ sulle piccole scene di addio/ siamo solo noi fra milioni e milioni/ benvenuto anche il tuo nome/ fra le future nostalgie"), ecco perché la coppia forse attempata di "Un natale borghese" commuove con un flusso di coscienza che sfiora l'attualità (ma in modo incidentale: "...che buio disprezzabile è la politica/ non vale neanche il giornale del mese prima"), lambisce le tenere memorie di una vita a due ("...è un giorno freddo e chiaro/ e non sono invecchiati i tuoi fianchi perfetti... mi ricordo quando ti ho sposata/ non era facile svegliarmi al mattino") cercando nel passato chissà quanto convinte rassicurazioni per un futuro a troppe incognite ("...non preoccuparti per noi/ che tante cose abbiamo conquistato...").
Si percepisce il ritrovato mood rockeggiante caratteristico dell'ultimo lustro, senza tuttavia la rinuncia ai familiari paesaggi per archi e pianoforte che così tanto hanno contribuito alla creazione di uno stile, con un'attenzione di lungo corso all'arrangiamento e alla perizia tecnica che, distratti dalle parole, raramente ci si ricorda di sottolineare.
Decadancing ha fra i suoi leit motiv le persone che se ne vanno (la donna amata di "Settembre", i giovani di "Laura e l'avvenire", gli amanti di "Se non oggi"), e a quanto sembra non sono le uniche, dal momento che anche Fossati sembra proprio che ci lascerà senza più dischi. E' dunque altamente probabile che, d'ora in avanti, rimarremo da soli con la sua "musica leggera" che noi "dobbiamo imparare", ma è davvero molto: buona fortuna, Ivano, e grazie di tutto.

* Per i contributi di Luca Lapini: © Debaser

Contributi di Alessandro De Paoli ("Musica moderna"), Marco Bercella ("Decadancing")

Ivano Fossati

La musica che non gira intorno

di Claudio Fabretti e Luca Lapini*

Autore e interprete di canzoni memorabili, Ivano Fossati è uno dei più lucidi musicisti-intellettuali del panorama italiano. Dagli esordi "prog" con i Delirium alla fase rock fino alle introspezioni colte della maturità, il suo canzoniere ha rappresentato una sorta di coscienza critica non solo della scena musicale, ma della stessa società italiana. Fino al recente e controverso ..
Ivano Fossati
Discografia
 DELIRIUM

 

  

 

Dolce acqua (Fonit, 1971)

7

 

 

 IVANO FOSSATI

 

  

 

 Il grande mare che avremmo attraversato (Fonit, 1973)

6

 Poco prima dell'aurora (Fonit, 1974)

5,5

 Goodbye Indiana (Fonit Cetra, 1975)

5

 La casa del serpente (RCA, 1977)

5,5

 La mia banda suona il rock (RCA, 1979)

6

 Panama e dintorni (RCA, 1981)

6

 Le città di frontiera (CBS, 1983)

6,5

 Ventilazione (CBS, 1984)

6

 700 giorni (CBS, 1986)

6,5

La pianta del tè (CBS, 1988)

7,5

Discanto (Epic, 1990)

8

Lindbergh (Epic, 1992)

7,5

 Buontempo (live, Epic, 1993)

7

 Carte da decifrare (live, Epic, 1993)

7

 Il Toro (colonna sonora, Epic, 1993)

5

Macramè (Columbia, 1996)

7

 Time And Silence: canzoni a raccolta (antologia, 1998)

7

 La disciplina della terra (Columbia, 1999)

5

 Not One Word (Sony Music, 2001)

 

 Lampo viaggiatore (Sony Music, 2003)

6,5

 Dal Vivo Volume 3 - Tour Acustico (live, Sony Music, 2004)

6

 L'Arcangelo(Sony Music, 2006)

5

Ho sognato una strada (triplo cd, antologia, Sony Music, 2006)

7,5

 Musica Moderna (Emi, 2008)

5,5

 Decadancing (Emi, 2011)

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Ivano Fossati su OndaRock
Recensioni

IVANO FOSSATI

Decadancing

(2011 - Emi)
Il disco con cui Ivano Fossati si congeda dal pubblico: un viaggio amaro tra le incertezze attuali

IVANO FOSSATI

L'Arcangelo

(2006 - Sony)

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