Patty Pravo

Patty Pravo

Mistero stupendo

di Claudio Fabretti, Giuliano Delli Paoli

Con la sua voce possente, aliena, provocante, ha stravolto ogni canone legato alla figura della interprete femminile in Italia. Diva trasformista, impenitente vamp, ha cavalcato cinque decadi tra continui colpi di scena. Con l'elite del cantautorato italiano ai suoi piedi. L'indecifrabile mistero della "depravata" Strambelli, dal Piper ai giorni nostri
Autunno 1966. E’ un sabato qualunque, un sabato italiano. C’è “Canzonissima” in tv, anzi “Scala Reale”, come si chiamava quell’anno l’edizione del più nazionalpopolare dei teleshow. L’espediente della lotteria è una sfida tra squadre di cantanti. Ce n’è una capitanata da Françoise Hardy, la fata-chansonnier francese che, a quattro anni da “Tous Les Garçons Et Les Filles”, ha ormai infranto milioni di cuori. L’altra squadra è più sfigata: al posto dello charme parigino, quello più ruspante del crooner de noantri Michele. Ma tra le sue file c'è la vera sorpresa della serata. Una diciottenne veneziana all’esordio, minuta e filiforme, due grandi occhi verdi truccatissimi nascosti dietro una cascata di capelli biondi, vestita con un completo nero di Yves Saint Laurent. Canta “Ragazzo triste”, una cover di “But You’re Mine” di Sonny & Cher, e la trasforma subito in un inno dei giovani beat degli anni 60. Con una performance così conturbante da far sobbalzare sulle poltrone persino i teleutenti più impigriti. Nasce così, la leggenda di colei che - come Mina, e forse più di Mina - diverrà la “diva” per antonomasia della canzone italiana.

Nicoletta Strambelli in arte Patty Pravo era “Prava” fin dalla nascita.
Figlia della buona borghesia veneziana, cresce in un ambiente colto e stimolante, dedicandosi allo studio del pianoforte e della danza classica. Dal soprano Toti Dal Monte al Cardinale Roncalli (futuro Papa Giovanni XXIII), fino ad arrivare ai due celebri talent-scout della musica “leggera” italiana degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta, Gianni Boncompagni e Renzo Arbore, passando per Luigi Tenco, Peggy Guggenheim ed Ezra Pound: furono questi i primi spettatori di una giovanissima Nicoletta Strambelli. Fin da piccola, la Strambelli ha sempre inseguito nobili sentieri, studiando pianoforte con Mazzin Crovato, direzione d'orchestra con il Maestro Ettore Gracis, solfeggio e armonia con il Maestro Amendola, e trascorrendo gran parte della sua adolescenza con gli artisti della Biennale. Il suo destino era già scritto: quarant’anni dopo diventerà l’unica artista italiana, insieme a Pavarotti, ad aver venduto oltre cento milioni di dischi nel mondo.

Fin dalle primissime esibizioni private, quando si faceva chiamare ancora Guy Magenta, la chanteuse veneziana ha sempre stupito la propria platea, incantandola attraverso un mix esplosivo di sensualità motoria e imprevedibilità scenica, sorretta da un’ugola robusta, teatrale, afrodisiaca e asessuata al tempo stesso.
Singolare ed estroversa anche la scelta del proprio nome d’arte. Al conservatorio, infatti, la Strambelli studiava, tra le tante cose, Dantismo, e l'unica parte che amava realmente era l'Inferno. Da qui, nacque l’esigenza di proiettare quel suo piacere attraverso una nuova identità artistica: “Pravo” richiama le “anime prave” dei vari gironi. Quanto a Patty, era semplicemente un nome ricorrente in quel periodo, e inoltre si sposava benissimo con “Pravo”. Una scelta che conferma appieno il suo profondo dualismo interiore, il suo essere “anticonformista”, a tratti “eretica”, ma allo stesso tempo eternamente sedotta dalle masse e dai sipari televisivi.

Mediamente ostile ai giornalisti e alle celebri lusinghe altrui, la biondissima Patty ha sempre seguito il proprio “Io”, restando, il più delle volte, ostinatamente fedele al proprio istinto musicale. E così destarono non poco scalpore i plateali rifiuti ad alcune proposte cinematografiche eccellenti. De Sica le propose d'interpretare "Il giardino dei Finzi Contini", e Antonioni le suggerì "Professione: reporter". Finanche Fellini cercò la sua chioma, mentre Luchino Visconti si “limitò” a considerarla la sua cantante preferita. A renderla distante anni luce dal resto delle altre grandi interpreti nostrane dell’epoca non erano solo il suo inconfondibile look, fatto di giacche maschili, vertiginose minigonne e vesti orientali, ma soprattutto le sue esternazioni pubbliche, unite a una vita sentimentale sempre vissuta in perenne agitazione, tese ad attirare inevitabilmente l’attenzione: “Gli uomini me li fumo come sigarette".
Quella che segue è la sua storia. Una storia che non può non cominciare nella più celebre discoteca romana degli anni Sessanta.

La ragazza del Piper

Patty Pravo al PiperInquieta, sensuale, dotata di un fascino ipnotico, la futura “Ragazza del Piper” è innanzitutto un’assidua divoratrice di passioni, colmate nei quartieri galleggianti della Venezia più nobile, che definisce però “una città di fantasmi”. Arriva a Roma via Londra, dove ha vissuto per un certo periodo, frequentando beatnik e artisti della Pop Art, così come hippie e musicisti d’avanguardia. La “swinging Rome”, reduce dalla sbornia della Dolce Vita, ha un suo tempio, di nome Piper. “Me ne avevano tanto parlato, dovevo andarci... Innamorarmi del locale, così strano, grande, originale, e della musica che vi suonavano fu tutt’uno”, rivelerà ai giornali dell’epoca.
La prima sera è subito shock. Varca il portone di Via Tagliamento con un gruppo di amici, e inizia a dimenarsi in selvaggi shake sulla pedana luminosa, dove la lasciano sola, come una cubista ante-litteram. “Che spettacolo, mai visto niente di simile” giurerà l’avvocato Alberigo Crocetta, padre-padrone del Piper e suo futuro manager.
“Dopo quattro sere qualcuno mi chiese se sapevo anche cantare. Risposi: ‘Anche meglio!’. Ma non avevo mai cantato prima. Fu una botta di culo!”. Così la spregiudicata Patty strappa in un colpo solo la qualifica di “Ragazza del Piper” (soffiandola a Caterina Caselli che l’aveva usata fino ad allora) e una pole position nel variopinto parterre della canzone italiana.

E’ l’anno della minigonna di Mary Quant, ma anche delle prime ribellioni sociali. Il beat imperversa, tra scimmiottature anglofile e testi più o meno antagonisti. Patty interpreta da par suo le ansie della sua generazione. “Che c’è di male – chiede - a essere figlia del mio secolo: essere sorella dei capelloni, accanita sostenitrice della minigonna, dei quadri, delle strisce, degli incastri colorati nei vestiti?”. L’avvocato Crocetta vede in lei “il prototipo della ragazza di domani, spigliata, disincantata, autosufficiente”, perché “le altre cantanti italiane appartengono al passato, sono ancora legate alla provincia, a mamma e papà, mentre lei è internazionale”. E lei non esita ad andare oltre, dichiarando: “Me ne infischio di mamma e papà, mi hanno mollata a una nonna che avevo 3 anni, evidentemente ero d’impiccio” (poi si “ammorbidirà”). E sparando a pallettoni sulla morale dell’epoca. “Faccio l’amore prima di ogni esibizione. La verginità? E’ solo un’inutile pellicina” dice a un rotocalco, scandalizzando l’Italietta benpensante.

Ad affiancarla nelle sue prime serate sono tre fricchettoni inglesi, i Cyan Three, il cui leader, Gordon Fagetter, diventerà anche suo compagno e primo marito.
Il trascinante singolo “Ragazzo Triste” – con testo tradotto da Gianni Boncompagni, allora guru radiofonico dai microfoni di “Bandiera Gialla”, e orchestrazione di Carlo Pes – assurge subito a hit, segnalando Patty come cantante ancora acerba, ma già originale e vibrante. Colpisce, in particolare, il contrasto tra le sembianze fisiche, dolci e levigate, e una voce torbida, che ha dentro di sé i germi della disperazione. “Ragazzo Triste” spopola ovunque, divenendo persino la prima canzone pop mai trasmessa da Radio Vaticana.
Il secondo 45 giri, “Qui e là” (cover di “Holy Cow” di Lee Dorsey), rinnova il successo ammiccando ancora a sonorità beat e all’immaginario della libertà giovanile: “Oggi qui, domani là/ Io vado e vivo così/ ... qui e là io amo la libertà/ e nessuno me la toglierà mai”. Quasi uno slogan pop per la calda estate del ’67.

Ma Patty è già stufa del beat e della “ragazza del Piper”, le sue ambizioni guardano oltralpe, alla chanson francese, alla tradizione romantica di Leo Ferré, Jacques Brel, Georges Brassens. Ecco allora una struggente ballata dalla costruzione orchestrale e melodica ad ampio respiro come “Se perdo te” (terzo 45 giri), magistralmente allestita da Sergio Bardotti “rallentando” a 33 giri un brano di P.P. Arnold (“The Time Has Come”), a inaugurare un filone che resterà tra i più fortunati del suo repertorio.
Il vero crack, però, è ancora in arrivo. Ironia della sorte, a lanciare definitivamente in orbita la più trasgressiva delle cantanti italiane, sarà una canzone sulla donna-oggetto. “La bambola” è già passata tra varie mani, tra cui quelle di Caterina Caselli, che alla fine le ha preferito la cover di “Days Of Pearly Spencer” di David McWilliams. Sembra non piacere a nessuno. Neanche a Patty Pravo: “E’ un fatto di costume. A me non piaceva, anche se poi ha venduto un milione di copie in Italia e venti milioni in tutto il mondo. Quello che si ascolta è solo un provino: l’ho cantata una volta sola”. In realtà, la versione "depravata" della “Bambola” assomiglia più ai turbamenti di una femme fatale che alle lagnanze di una fidanzatina modello: una rumba sensuale e disperata, attorcigliata attorno alle corde di una chitarra spagnoleggiante.

Patty Pravo con i Cyan ThreeIl boom del singolo – il quarto di fila - spinge la casa discografica a pubblicare il primo album omonimo, Patty Pravo (1968), con presentazione illustre a firma di Renzo Arbore, uno dei suoi più appassionati sponsor. Il disco raccoglie i 45 giri finora pubblicati, più tutte le sue migliori interpretazioni del momento, in gran parte cover, come “Old Man River”, vecchio spiritual tratto dal musical “Show Boat”, e “Yesterday” dei Beatles; “Se mi vuoi bene” è la traduzione di un hit di Bacharach portato al successo da Dusty Springfield (“I Just Don’t Know What To Do With Myself”), “Ci amiamo troppo” riprende “River Deep Mountain High”, un r’n’b di Ike & Tina Turner, mentre in “Five Foot Two Eyes Of Blue” Patty si diverte a giocare con il dixieland, mostrando una versatilità notevole, quasi a far intendere che il pop non è il suo unico campo.

Intanto, il personaggio-Pravo deborda più che mai, facendo impazzire i rotocalchi. Impenitente vamp, icona androgina, algida e glaciale (letteralmente: la sua temperatura corporea si aggira, per sua stessa ammissione, sui 35 gradi), divoratrice d’uomini, si definisce “una romantica amorale”. E gioca bowiescamente con l’ambiguità, arrivando a subire persino insinuazioni sul suo sesso: “E’ vero che sei un uomo?” le chiedono nelle interviste, “Non sono né uomo né donna. Non dirlo a nessuno, ma in realtà sono un marziano” l’ineffabile replica.
Ma è anche l’artista a tenere banco, con le sue continue "strambate" verso nuove frontiere, e con canzoni sempre più appassionanti, come il nuovo hit “Sentimento”, dove le vibrazioni del suo contralto si sposano a un testo di struggente malinconia ("Al di là delle stelle chissà cosa c'è/ forse un mondo diverso per chi/ non ha avuto mai niente in questo mondo qui") e a un arrangiamento orchestrale straripante. Anche la sua voce, inizialmente grezza e quasi strozzata in gola, diviene estesa e robusta, il suo fraseggio si fa sempre più preciso e calibrato. Non abbastanza da conquistare il grande pubblico, però. Il “tribunale” nazionalpopolare di Canzonissima la condanna, premiando l’allora quasi debuttante Massimo Ranieri. “La volta che vincerò un festival, capirò che è venuto il momento di chiudere baracca e burattini e andarmene in pensione”, chioserà beffarda.

Alla ricerca del tempo perduto

Nel 1969 Patty Pravo ha già svecchiato l’Italia democristiana con look e canzoni beat tra il triste e l’allegro e il trasgressivo, per una generazione insoddisfatta delle frivolezze alla Rita Pavone e desiderosa di tormenti nei quali rispecchiarsi e piangersi anche un po' addosso, ma anche desiderosa di cambiamento, di fare e lottare. Ha conosciuto Jimi Hendrix e i Rolling Stones. E le sue esibizioni al Piper (nel 1968 anche i Pink Floyd - periodo Barrett - saliranno su quel palco) sono ormai consegnate alla storia del costume italiano, indelebili come le apparizioni di Mina a Studio Uno. Ma il salto successivo sarà ancora più spericolato.
Su “Oggi”, settimanale storico italiano, compare l'intervista a un fonico della Rca, la casa discografica che nei primi anni 70 lancerà personaggi come David Bowie e Lou Reed, che a Patty saranno sempre accomunati per classe e trasgressione: "Poche settimane fa, mentre incideva 'Concerto per Patty', scoppiò a piangere - racconta il fonico - 'Non mi piace questa canzone', ci disse. 'Ma se è bellissima', le replicai. 'Sì, è bellissima. Ma è troppo triste'…".
E fu così che la proto-cubista del Piper si trasformò in eroina tragica ed esistenzialista. Un progetto ambiziosissimo, quello di Concerto per Patty. Una delle composizioni più rivoluzionarie, drammatiche, melodiose, meglio arrangiate e già classical-progressive che il panorama musicale italiano consegnerà alla storia. Battisti ancora non era arrivato a tanto, i New Trolls neppure. Un esperimento lungo 12 minuti, tutta una facciata del vecchio vinile, e un secondo lato con gemme originali e cover di brani strafamosi, dai Beatles ai Bee Gees, agli Aphrodite's Child di Vangelis.

Patty PravoConcerto per Patty (1969) viene prodotto, in senso più economico che musicale, da Crocetta che però, spiazzato dal cambio di rotta della sua pupilla, subito dopo interromperà il sodalizio. Il produttore esecutivo è invece Lilli Greco, musicista di estrazione classica diplomatosi in pianoforte al conservatorio Santa Cecilia di Roma.
Il primo lato - si diceva - è una composizione unica, lunga 12 minuti, con una orchestra di ben 90 elementi: "Concerto per Patty", con testo di Gianni Meccia e musica di Bruno Zambrini, orchestrato e arrangiato superbamente dal maestro Franco Pisano. "Cosa darei per ricordare le cose del passato... cosa darei per cancellare le cose del passato": così inizia e così finisce "Concerto per Patty, il suo romanzo di formazione sospeso tra i ricordi e le amarezze di un amore andato e mai più ritrovato. Il suo "À la recherche du temps perdu". Il racconto si snoda in tre punti centrali: le ore del passato; l’aria di un paese; il mio pensiero diventi tu. Una intro d’arpa apre i ricordi con l’orchestra che dispiega la meravigliosa melodia che viene ripresa ed espansa per poi lasciare il campo al violino, che introduce il secondo tema: l’aria di un paese. La musica aleggia lieve seguendo gli stati d’animo mutevoli del racconto. Nel terzo tema l’orchestra di ben 90 elementi cessa di musicare con l’ultimo tocco solista affidato a un violoncello e una chitarra, accompagnata da un organo hammond, apre la mente ai ricordi andati. L’insieme è di un romanticismo scoperto, che non ha nulla di ruffiano o banale. La struttura del racconto è circolare, col flusso degli eventi che si accavallano; la serenità agognata si realizza solo cancellando l’amore fallito.
Il secondo lato sembra muoversi su canoni più tradizionali ma anche qui non mancano le sorprese. L’idea è di creare quasi un concept-album legando tutte le tracce con un unico eterno tema: l’amore romantico che strugge e distrugge. Si parte con un brano firmato Mogol-Battisti: "Il Paradiso". Il tono si alleggerisce, la melodia scanzonata dai vaghi sapori beat diventerà uno dei suo cavalli di battaglia a ricordarci che il paradiso è sempre sotto i nostri occhi. Si veleggia sempre su questi mondi sognanti ed eterei con "Sola in capo al mondo", cover di "End Of The World" degli Aphrodite's Child, con l’arpa che gioca con effetti “elettronici” a creare spazi siderali tanto cari a Vangelis. "Un giorno come un altro" è un’altra perla firmata dai Bee Gees, ed è cantata magnificamente da una Patty commossa; anche qui il tempo che distrugge i sentimenti è il tema ricorrente. In soccorso arriva l’amicizia, sentimento che sembra sfuggire a questa “maledizione” con la cover beatlesiana di "With A Little Help From My Friends", eseguita solo al pianoforte, con i cori a fare da contrappunto.
"Tripoli ’69", uscita anche come singolo con testo di Vito Pallavicini e musica di Paolo Conte, vede Patty cimentarsi con un liriche audacemente antifemministe in un’atmosfera vagamente esotica, con un andamento da marcia guerresca, una sezione fiati ben spiegata e tromboni a sostenere la melodia. Il disco si conclude con la famosa  "Un’ora fa", scritta dal grande Franco Intra e suonata dai Cyan Three.

Concerto per Patty
è l'opera più rivoluzionaria di Patty Pravo, il suo "Tapestry", un concept-album legato - come il capolavoro di Carole King - ai temi eterni dell’ineluttabilità del tempo che passa e degli amori che con esso svaniscono nel nulla.

A suggello del momento magico, nello stesso anno esce il singolo “Nel giardino dell’amore”, uno dei vertici assoluti della sua arte melodrammatica. E' un'altra maestosa ballata, che ritocca con piglio disperatamente romantico la "Rain" di José Feliciano (tradotta da Paolo Dossena, da qui in poi fidato collaboratore di Patty). La chanteuse veneta è al culmine delle sue capacità interpretative e l'orchestra, magistralmente arrangiata da Luciano Michelini, l’asseconda senza sbagliare un colpo: dall'incipit flautato, che spalanca le porte di un Eden subdolo e perso nel tempo, al sottile ricamo di chitarra e archi che sospinge la melodiosa frase centrale, fino al crescendo del chorus. Ma la vera protagonista è la cantante, musa altera e inafferrabile, ma al contempo disperatamente sentimentale, come una Nico immersa nei languori esistenzialisti di Jacques Brel.

Una romantica chansonnier

Simbolo incontrastato dell’emancipazione femminile in Italia e icona gay, Patty Pravo è ricercatissima ovunque. Dalle trasmissioni tv alle pubblicità di Carosello (sponsorizzerà perfino il gelato “Paiper”!). Ma è soprattutto il cinema a tentarla. Antonioni la vuole in “Professione Reporter”, De Sica ne “Il giardino dei Finzi Contini”. Lei però dice sempre no: “Troppo faticoso alzarsi alle 6 del mattino per essere sempre sul set”. Così anche la parte della cyber-girl nel telesceneggiato "A come Andromeda" dura solo qualche ciak.

Nel 1970 partecipa al festival di Sanremo con “La spada nel cuore”, in duetto con Little Tony, vincendo, tra l’altro, il premio della critica. E’ l’anno dell’abbandono definitivo del beat, in favore di quella canzone romantica d'autore di cui ormai la Nostra è regina indiscussa.
Così, la famosissima hit “Per te”, firmata Battisti-Mogol, entra dritta nei cuori di tutte le donne italiane. A segnare il secondo album omonimo, Patty Pravo (1970), dalla inquietante copertina gotica e sepolcrale (sarà ribattezzato per l’appunto “Cimiteria”), è l’alternanza ottimamente distribuita di cover, del calibro di “Non, Je Ne Regrette Rien” di Charles Dumond e Michel Vaucaire (resa eterna già nel 1960 dalla grandissima Edith Piaf), “Something” dei Beatles (forse il pezzo più bello mai scritto da George Harrison), interpretato in maniera ancor più struggente da un’incandescente Patty; di brillanti italianizzazioni di pezzi già celebri nel resto del mondo, vedi “Gocce di pioggia su di me” (rilettura di “Raindrops Keep Fallin' On My Head”, composta l’anno precedente da Burt Bacharach e Hal David per il film "Butch Cassidy"), di istantanee contestualizzate nel passato più triste, come “1941 (ancora a firma Mogol) e di ispiratissime ballate in crescendo poetico (“Una conchiglia”). A introdurre il disco, invece, è ”The Day That My Love Went Away", composta dai Cyan Three. Trattasi di un celere arpeggio pastorale, teso, se non altro, a spianare la strada, irta di drammaticità e rassegnazione, della successiva “Il mio fiore nero”.
Patty Pravo viene inciso in diverse versioni per il mercato spagnolo, tedesco, giapponese e francese. Ed è proprio a Parigi che una scatenatissima Strambelli balla, canta e seduce i cugini transalpini nel Galà del Capodanno '70-'71, “Bravo Pravo”, mastodontico show organizzato dalla televisione francese. Saranno i primi fuochi d’artificio del futuro sodalizio con il pubblico e la critica d’oltralpe.

Patty PravoLa Rca coglie la palla al balzo e, sfruttando l’eco francese, intitola il suo nuovo album proprio Bravo Pravo (1971). Il disco segue la scia del suo predecessore: è interamente registrato in Francia, ma è ancora una volta l’italianità melodica del periodo, perfettamente trasmessa al paese attraverso la saga televisiva di "Canzonissima", ad alternarsi saggiamente alle varie cover straniere. Spiccano questa volta cadenze da musical broadwayano, (“Cry Me A River” e “You Make Me Love You”), omaggi a Jacques Brel (“Non andare via”, la versione della sua celebre “Ne Me Quitte Pas” che farà innamorare anche Dalida), drammi amorosi che lievitano imperterriti, costruiti in perfetto stile radiofonico nostrano (“Tutt’al più”, col suo teatralissimo recitato iniziale), bucoliche visioni introdotte in folk appeal (“Chissà come finirò”), riflessioni sentimentali acute e sbarazzine, (“Chi ti dirà”) e l’ennesima sviolinata beatlesiana (“The Long And Winding Road”). A chiudere il sipario, è l’agiata spensieratezza di “Parlez Moi”, scritta dall’amico Robert Charlesbois.
Il disco però è un mezzo flop: colpa in gran parte della mancata promozione, a seguito dell’annunciato cambio di etichetta della Pravo, che in quello stesso anno passa dalla Rca alla Philips/PhonoGram.

Insistendo sulla strada della raffinata canzone internazionale, Patty Pravo fa uscire Di vero in fondo (1971), raccolta di altre cover e interpretazioni d’autore. Il 45 giri di traino abbina “Love Story”, versione cantata del tema composto da Francis Lai per il film omonimo, e la traccia che dà il titolo all’album, firmata da Gino Paoli e Ninì Carucci. Poi, una lunga teoria di cover, dalla “Wild World” di Cat Stevens al Brasile di Vinicius De Moraes, anche vocal-guest in “Samba Preludio”, dal Guccini di “...E tornò la primavera” alle “Emozioni” di Battisti, passando per star del pop internazionale, come Maurice Gibb dei Bee Gees (“Lonely Days”, tradotto in “Il buio viene con te”) e Neil Diamond (“Soolaimon”). Le consuete fascinazioni francesi fruttano il nuovo omaggio a Brel (la “Canzone degli amanti”, traduzione a cura di Bardotti/Del Prete di “La Chanson Des Vieux Amants”) e l’iniziale “Foglie morte”, riadattamento musicato dell’omonima poesia di di Jacques Prevert.
L’operazione funziona e il disco ottiene buoni riscontri di vendite, alimentando anche oltralpe la fama della giovane Strambelli, che nel frattempo continua a rilasciare interviste surreali: “Il mio rimpianto? Non essere un rospo. Mi hanno detto che quando fanno l’amore stanno uno sopra l’altro per un anno intero...”.

Quasi “gemello” del predecessore, Per aver visto un uomo piangere e soffrire, Dio si trasformò in musica e poesia (1972) è di certo il suo disco più riflessivo, dove meditazione e contemplazione evocano scenari lugubri mai sentiti fino ad allora nel suo repertorio melodico. La liturgia amorosa di “Morire… dormire… forse sognare” (da un testo di Shakespeare) spiazza pubblico e critica, mentre “Lanterne antiche” mostra una Patty nelle inedite vesti di folksinger. “Poema degli occhi” di Vinicius De Moraes è un’intensa raffigurazione mistica, dove fluiscono poesia narrativa e un pacato folclorismo dal tessuto malinconico.
“Storia di una donna che ha amato due volte un uomo che non sapeva amare ("The Same Old Chair")”, brano scritto da Shel Shapiro e tradotto da Vito Pallavicini, è una piccola suite melodrammatica della durata di nove minuti; in esso Patty è sostenuta egregiamente da un’orchestrina, e svaria tra il puro racconto e improvvise alzate di tono, sospinta da violini in festa, coretti, e sospiri jazzati. Le atmosfere spirituali di “Preghiera” avvicinano la ragazza del Piper al soul americano di stampo ecclesiastico, mentre è ancora un brano di Shapiro, “T. L. & R. (Thunder, Lightning And Rain)”, inciso e pubblicato anche dall'autore nell'album “Affittasi” (1972), ad allontanare ulteriormente la Strambelli dalla commercialità spicciola del periodo. Il disco, infatti, è interamente concepito senza hit. Desterà curiosità e scalpore la scelta di escludere dalla scaletta la famosa “Non ti bastavo più”, incisa nello stesso periodo e pubblicata solo in formato 45 giri, due mesi prima dell'uscita del Long Playing, in occasione della partecipazione di Patty Pravo alla Mostra Internazionale di Musica leggera di Venezia.
Prodotto dalla stessa Pravo, con Bill Conti e Luis Enriquez Bacalov in veste di arrangiatori, Per aver visto un uomo piangere e soffrire, Dio si trasformò in musica e poesia è sicuramente uno dei lavori più coraggiosi della cantante veneziana, e costituisce di fatto il vertice dalla trilogia targata Philips.

Terzo capitolo di questa sorta di opera in tre atti è Sì... incoerenza, dove il nume francese di riferimento diventa Leo Ferré, “saccheggiato” in uno dei suoi classici, “Avec Le Temps” (perfettamente reinterpretato), e in altri due episodi (“Petite” e un breve orchestrale da “La Solitude”). Non mancano altre cover un po’ ingombranti, come la “My Way” di Frank Sinatra che diventa “A modo mio”, mentre la recente infatuazione per il Brasile frutta un’interpretazione sentita di “Valsinha”, un piccolo gioiello a firma Vinicius De Moraes e Chico Buarque de Hollanda. “Non so perché mi sto innamorando” è invece una cover di “The Way Of Love” di Dalida, con la quale si consolida un ideale “fil rouge”.
Timbro basso ingolato, saliscendi vocali e la tipica declamazione strascicata sono ormai i capisaldi di una chanteuse-charmeuse di successo. Ma anche la fase Philips/PhonoGram è giunta al termine, con le immancabili beghe legali del caso: oggi qui, domani là... la nuova destinazione, però, è la stazione di partenza.

Viole, pazze idee e incontri internazionali

Patty PravoTornata alla Rca che l’aveva lanciata sette anni prima, Patty Pravo trova un clima nuovo. Stavolta, è il tempo dei cantautori, del Folkstudio, mecca del nuovo songwriting della Capitale e fucina di talenti, da Francesco De Gregori ad Antonello Venditti, passando per Edoardo De Angelis, Stefano Rosso e tanti altri. Ma attorno a quel giro orbitano anche personaggi meno noti, come Maurizio Monti, un giovane autore che ha già inviato del materiale alla Rca. Proprio spulciando tra i suoi provini, Lilli Greco si imbatte in un pezzo inciso in inglese, dal titolo “Follow, Follow Me”. E’ una folgorazione. Greco contatta subito Dossena, ormai factotum musicale della Pravo, e i due non hanno dubbi: quel pezzo è una bomba. Basta tradurre “follow” in “folle”, “Folle Idea”, magari. Anche se nel titolo, alla fine, propendono per “Pazza Idea”. Da questa stramba alchimia nasce quella che forse resta a tutt’oggi la canzone più celebre e amata di Patty Pravo, una ballata rapinosa, dall’irresistibile appeal melodico, con quel suo refrain struggente e peccaminoso (“Pazza idea di far l'amore con lui/ pensando di stare ancora insieme a te/ Folle, folle, folle idea di averti qui/ mentre chiudo gli occhi e sono tua/ Pazza idea, io che sorrido a lui/ sognando di stare a piangere con te/ Folle, folle, folle idea sentirti mio/ se io chiudo gli occhi vedo te”).
Pazza Idea è anche il titolo di album che offre altri numeri di classe, come la sofisticata piece “Morire tra le viole” (scritta dallo stesso Monti) o la tenera “Poesia” di Cocciante, ma anche “Limpidi pensieri” di Mauro Lusini (l’autore di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”), mentre delude non poco la cover della “Walk On The Wild Side” di Lou Reed (“I giardini di Kensington”).
Singolo e album restano in vetta alle classifiche per quasi tutto il 1973, diventando il successo dell'anno. La canzone “Pazza idea” diventa “Crazy Idea”, “Una Locura”, “Was Fur Ein Tag” varcando i confini inglesi, spagnoli e tedeschi, ma viene pubblicata anche in italiano in giro per il mondo, tra Usa, Sudamerica, Australia e Giappone.

A due degli autori di Pazza Idea, Maurizio Monti e Giovanni Ullu, viene così affidata un anno dopo la scrittura di quindici brani inediti, che dovranno confluire nel nuovo Lp, Mai una signora (1974). Al disco lavorano anche musicisti emergenti come Alberto Camerini e Roberto Colombo, in bizzarre session, tra incensi e tappeti persiani, allestite in tre studi diversi. L’operazione, però, appare raffazzonata (molte delle tracce finali non sono completate, soprattutto in fase di arrangiamento) e poco fluida: si salvano le ballate di “Un amore assoluto” (registrata originariamente in inglese come “Athena”) e “La valigia blu”, b-side di quel “Come un Pierrot” che, pur divenendo l’hit del disco, sarà stroncato dalla stessa cantante: “Faceva talmente schifo che pensavo che alla Rca lo buttassero via”! Così a far (s)parlare del disco è soprattutto lo “scandalo” del testo di “Quale signora”, con riferimenti al tabù-pillola anticoncezionale, e dei rimandi a droghe e allucinogeni.

Urgono rinforzi, dunque, per non far appassire Patty tra le sue viole. Così la Rca si affida al suo bacino naturale, pescando tra i cantautori del suo entourage per Incontro (1975). E’ un giovanissimo e ispiratissimo Francesco De Gregori a donare la splendida “Al Mercato dei fiori”, ma spiccano altre grandi firme, come quella di Antonello Venditti in “Le tue mani su di me”, e Bruno Lauzi nell’incantevole trotto melodico di “Roberto e l’aquilone”, struggente poemetto d’amore magistralmente interpretato da una Pravo in stato di grazia.
Nell’album non mancano le “solite” cover (come “Rispondi”, ovvero “Mandy” di Barry Manilow) tradotte dall’instancabile Sergio Bardotti, che insieme al corpulento Sergepy (Gepy & Gepy) firma anche la title track, una pantomima teatrale che col suo alternarsi di recitato e parte musicale (espediente molto in voga nel periodo) seduce gli italiani, imperversando nei juke-box dell’estate 1975.
Il tour estivo che seguirà l’uscita di Incontro eleverà nuovamente Patty Pravo a regina incontrastata delle coste italiane, attraverso uno show danzante e coreografico.

Forte di nuove ambizioni internazionali, la Strambelli ingaggia in veste d’arrangiatore il greco Vangelis (ex-Aphrodite’s Child e compositore elettronico di successo) per Tanto (1976), che viene inciso ai Nemo Studios di Londra con il contributo di Paul Jeffery (ex-Cockney Rebel) e di alcuni sessionmen inglesi. Ma a impazzare è l’italianissimo incedere disco-pop di “Io ti venderei”, firmato Mogol-Battisti e incluso nello stesso anno nell’album “La batteria, il contrabbasso, eccetera” del cantautore reatino. Eppure la mano di Vangelis si vede, nel colorare di tinte eccentriche la magniloquente title track (a firma Bencini/Del Turco) o nel dosare sapientemente elettronica e quiete pastorale su “Per te che mi apri l’universo” (scritta da un giovanissimo Pino Mango, così come “La mia stagione in più” e “Per amarti d’amore”). L’immancabile cover straniera è invece “Where All The Flowers Gone” di Bob Seeger, tradotta in “Dove andranno i nostri fiori”.
Ma è un disco che gira troppo spesso a vuoto, indeciso tra azzardo e convenienza. L’insuccesso di vendite facilita il nuovo divorzio: Patty si sente ostaggio delle logiche commerciali della Rca, non ne vuole sapere di diventare una docile cantante da juke-box e guarda altrove, agli Stati Uniti, ad esempio, dove trascorre un viaggio di studio. Rinvigorendo la sua mai sopita vocazione d’avanguardista.

La diva futura

Patty PravoE’ una nuova “diva”, quella che prorompe dai solchi di Patty Pravo, album che esce sempre nel 1976, per la nuova etichetta Ricordi, quasi a suggellare l’ansia di cambiamento immediato. Uno shock fin dalla copertina, che ritrae una scheletrica Pravo su sfondo nero (da qui la definizione di “Biafra” scelta dai fan per il disco). Il suo stesso pubblico resta spaesato di fronte a una muraglia di moog, synth e chitarre, e a sonorità che, con piglio quasi à-la Byrne, viaggiano dall’elettronica alla new wave, dal rock al funky. A dar man forte alla Pravo, per la prima volta alle prese anche con alcuni strumenti, un supercast guidato da Jeffery, con, tra gli altri, Alberto Radius, Vangelis, Mark Harris e Jon Anderson (Yes). Nascono così partiture spiazzanti, come “Sconosciuti cieli” (incisa anche da Jon Anderson con il titolo "So Long As So Clear"), che Vangelis lascia fluttuare su una nuvola d’elettronica, o l’altrettanto onirica “Grand Hotel”, firmata dall’emergente Renato Zero (ex “compagno di Piper” di Patty, che la trasformerà nella sua “Motel”) o ancora l’esotica “Piramidi di vetro”, tutta giocata su un riff mediorientale. Si respira aria di Grecia tra i flutti di “Jmanjia”, dove una Patty-sirena eleva il suo canto tra graffi laceranti di chitarra, campanelli e un drumming teso e implacabile, mentre la filastrocca di “Dirin Din Din” (composta dal duo Genova & Steffan) riscatta la sua banalità con gli intrecci vocali di una fanciullesca ma sempre maliziosa Strambelli. Ed è lei la vera protagonista del disco, con una voce leggera e profonda al contempo, capace di far decollare “Aeroplano” sopra intarsi acustici country e di dare un sapore persino alla melassa sentimentale di “Innamorata io”.
Album discontinuo, spesso velleitario, ma anche coraggioso e abilmente prodotto, “Biafra” consegna alla scena italiana di fine decennio un’artista nuova, lontana anni luce dalle ingenuità beat degli esordi e pienamente in linea con i suoni più avanzati del momento.

Per rassicurare il mercato, la Ricordi pubblica un 45 giri più convenzionale “Tutto il mondo è casa mia”. Ma intanto Patty ha già cambiato ancora, tornando per la terza volta all’ovile della Rca.
Questa volta, però, chiede garanzie: il ritorno di Monti in veste di autore e mano libera alla sperimentazione in almeno parte della tracklist. In più, vince un tesoro: l’ancora emergente Ivano Fossati, infatti, le cuce addosso “Pensiero stupendo”, sensualissima ballata costruita attorno a un ritornello da ko immediato e a una pruriginosa “depravazione” (l’idea del triangolo io-lui-lei). Inutile dire che è un trionfo: Patty la interpreta con sublime perversione, mostrandosi anche con una nuova immagine futurista e “fetish”: increstata in testa, occhi bistrati, sguardo stralunato, scollature abissali. Un look quasi alla Ziggy Stardust con cui imperverserà in tv nella saga di “Stryx”, memorabile trasmissione-cult del compianto Enzo Trapani. In queste performance si potranno apprezzare alcuni dei pezzi più audaci di Miss Italia (1978): il delirio sintetico e lascivo di “Johnny” (Monti), la cover “luciferina” di “Bello” (David Byrne), l’elettrochoc di “Vola” (altra prodezza di Fossati) e le liquide, ondulanti trame di “Sentirti” (Mango). Provocazione che sarebbe diventata persino "politica" se la Rca non avesse escluso dalla scaletta finale l'antidemocristiana title track, sgangherata invettiva in salsa para-metal che, al tempo del sequestro Moro, non poteva non incappare nella censura. Sconfina quasi nel trash, invece, la cover della “It’s A Heartache” di Bonnie Tyler, trasformata nell'improbabile “Notti bianche (Wow wow come soffro)" (!).
Nel complesso, comunque, Miss Italia mette a segno un gran bel colpo, riuscendo a esprimere al meglio i due volti di Patty: la diva da hit parade, ma anche la trasgressiva avanguardista, algida e glamour, con un gusto della provocazione à-la Bowie.

Patty Pravo su PlaymenProprio assecondando un’ambizione sempre crescente, che la spinge anche a iniziare a scriversi i brani, Patty Pravo approda a Monaco, in Germania, alla corte dell’ingegnere del suono Frank Von Dem Bottlenberg. E’ lui il vero deus ex machina di Patty Pravo (1979), meglio noto proprio come Munich Album. La svolta “teutonica” è altrettanto spiazzante: attorniata da uno stuolo di musicisti tedeschi, armati di tastiere, synth, computer, voice box e altre diavolerie, l’ex-cubista del Piper affila i toni duri della sua ugola e si trasforma in una sorta di Laurie Anderson nostrana, suonando la voce come una chitarra elettrica, fino a sfigurarla, in “Male bello” (firmata da Ivan Cattaneo). Oppure gioca a fare la parodia della Donna Summer reginetta sexy della disco (“Donna Do You Wanna”) e si improvvisa raffinata rockeuse tra le chitarre elettriche di “Tie A Ribbon Round My Soul” (a cura del produttore Rainer Pietsch). Non meno temerario è lo sketch allusivo per synth e vocoder del singolo “Autostop”, dalle sfumature loureediane. In tanta artificiosità, colpisce l’autoritratto lucido di “Io che amo”, ballata melodica scritta dalla stessa Pravo insieme a Cristiano Malgioglio.
Sono esperimenti surreali, a volte velleitari o naif, ma che testimoniano un talento purosangue, degno senza dubbio di una scena meno asfittica di quella italiana. Che infatti non la capisce, anche per via di comportamenti bizzosi o provocatori. Una sera del ‘79, al Palasport di Bologna, Patty lancia un microfono contro l’organizzatore della serata. Prima ancora a Napoli, in un festival di musica d’avanguardia organizzato da Massimo Bernardi, canta mentre centinaia di ragazzi lanciano oggetti sul palco. A Lucca una spettatrice inferocita le tira un posacenere in faccia e quasi la sfigura. Nel frattempo i suoi servizi fotografici osè per alcune riviste erotiche fanno scandalo.

Cerchi di fumo

Fatto sta che Patty leva le tende e si trasferisce in America, dove resterà per tre anni. Sposandosi, tra l’altro, con John Edward Johnson a San Francisco. A questo punto è d'uopo aprire una parentesi su una vita sentimentale a dir poco burrascosa, che conta ben cinque matrimoni, più o meno effimeri e "ufficiali": il primo con Gordon Fagetter, il secondo, nel 1972, con l'arredatore romano Franco Baldieri, quindi il controverso (e fasullo) sposalizio-lampo con Riccardo Fogli dei Pooh, "uscito dal gruppo" proprio per lei. Tutto ciò dopo due flirt con Giorgio D'Adamo dei New Trolls e Maurizio Vandelli dell'Equipe 84. Nel 1976, quindi, un altro matrimonio-farsa, col musicista americano Paul Martinez, e infine quello "trigamico" con Johnson (due delle nozze precedenti non erano state annullate). Tutto questo prima dei turbamenti e delle giovanilistiche infatuazioni dell'età matura.

La “Patty americana” si fa aiutare da Paul Martinez, David Kahne e Corrado Bacchelli per Cerchi (1982), raccolta di otto pezzi in italiano e in inglese, in bilico tra new wave (la title track) e pop-dance (“Let’s Go”, “Motion Dance”). Testi sempre più ermetici e suoni sempre più astrusi e fumosi cercano di camuffare alcune impietose verità: Patty come autrice non funziona e anche la sua voce sta perdendo smalto, divenendo più bassa e abbandonando il caratteristico "vibrato". Così il pubblico la condanna, ignorando quasi completamente il disco.
Se pop post-moderno e nonsense dev’essere in quegli anni, meglio allora quello più autoironico e frizzante di una sua allieva come Donatella Rettore, l'altra bionda, che le sta rubando la scena a suon di hit demenziali (da “Splendido Splendente” a “Lamette”).

Patty PravoCome un’araba fenice, però, Patty risorge due anni dopo sulla scalinata del Teatro Ariston. E nel modo più teatrale. Avvolta in un vestito lungo laminato di Versace, lunga treccia di capelli e ventaglio a corredo, appare ai telespettatori del Festival di Sanremo una enigmatica geisha orientale, che si sdilinquisce sulle note di “Per una bambola”, una nuova, suadente ballata firmata da Maurizio Monti, che si aggiudicherà il Premio della critica.
Deposte le velleità di scrittura, la Pravo si affida allo stesso Monti e ad altri autori collaudati per Occulte persuasioni (1984), album che la rilancia presso il grande pubblico, grazie al traino sanremese e ad alcuni pezzi di pregio, come la title track, solcata da una gelida brezza elettronica e scritta da Paolo Conte con lo pseudonimo di Solingo (così come la più inconfondibilmente contiana “Donne Ombra-Uomini nebbia”, dai sapori parigini), e la sinuosa “Passeggiata” (con musiche di Cocciante).

In quello stesso anno partecipa allo trasmissione tv "Premiatissima", con una stravagante interpretazione scenica e canora di alcune celebri canzoni del primo Novecento.
Trascorso un periodo difficile anche sul piano personale, insomma, Patty si rimette in carreggiata, spinta proprio dalla sua ex-rivale Caterina Caselli, ora discografica di successo alla Cgd.
Le disavventure, però, non sono finite: il nuovo 45 giri “Menù”, con cui affronta il Festivalbar del 1985, è un fiasco. E il ritorno a Sanremo due anni dopo con “Pigramente signora” scatena una bufera: troppo simile a “To The Morning” di Dan Fogelberg, il pezzo le procura accuse di plagio e l’annullamento del contratto appena sottoscritto con la Virgin. A poco servirà la pubblicazione di un nuovo, particolarissimo brano dal titolo “Contatto”.

In questo bailamme, Patty prova ad ancorarsi al fido Dossena, che le produce Oltre l’Eden... (1989) riesumando alcuni dei pezzi inizialmente destinati al progetto Virgin. A darle man forte è anche l’amico Renzo Arbore, che la ospita a “D.O.C. live” dove Patty ha la possibilità di presentare dal vivo molte tracce del disco, tra le quali spiccano il bell’autoritratto di “La viaggiatrice (Bisanzio)”, con il suo sinfonismo progressive, e la non meno ricercata “Giardino degli aranci”, dal cantato/recitato straniante. Arrangiamenti morbidi e sofisticati ("Terra di nessuno" lambisce persino atmosfere alla Badalamenti), suoni sospesi tra pop e rock, e alcune aperture orchestrali impreziosiscono un album comunque indeciso e di transizione, sul quale nessuno scommette più di tanto (uscirà in bassa tiratura sia su Lp che su cd).

Dalla Cina con furore

Sempre trasgressiva, libera, sfrontata, la Patty Pravo degli anni Novanta entra di diritto nel novero delle “signore della canzone italiana”, ma deve fare i conti con l’età. La voce, sempre rauca e altera, non vola più come un tempo, e la folle disperazione della “ragazza triste” non le può essere più congeniale. Dovrà quindi ripiegare su una canzone d’autore soft, con pochi sussulti e tanta classe.
Ai compromessi, però, è sempre restia: come quando le offrono di partecipare a Sanremo con “Donna con te” (insieme ai Kaoma de “La Lambada”) e lei rifiuta perché trova volgare il verso “le tue mani su di me stanno già forzando la mia serratura”: sarà Anna Oxa a portare al successo il brano.

Mentre proliferano le antologie nostalgiche, le raccolte di outtake (interessante quella dedicata al periodo 1972-‘78) e le emissioni speciali a tiratura limitata, anche in francese e in spagnolo, Patty Pravo torna in studio nel ’94 per incidere un nuovo album di inediti, Ideogrammi (1994), co-prodotto insieme a David Zard. Un lavoro ancora una volta spiazzante, che risente in modo particolare del recente viaggio in Cina, dove la Strambelli ha conquistato una inaspettata popolarità, partecipando anche al “Bejing International Tv Week” con un’audience-monstre: un miliardo e trecento milioni di spettatori.
Ne scaturiscono delicati bozzetti etno-folk ispirati dal regista pechinese Zhang Yuan, come “Esiste una storia” (con parti in cinese, incluso un aneddoto popolare censurato durante la Rivoluzione) e “Indiachiara” (interamente in mandarino). Non servono parole: a volte bastano solo monosillabi e filastrocche. Ma spuntano anche versi di Rimbaud (“Partenze”, con estratti da “Dèpart”) e della poesia “Ainda” di Maria Lucia Verdi (“Senza idee”). Il tutto immerso in un sound rarefatto ed elegante.
Registrato con un grande spiegamento di strumenti, sia etno-acustici che elettronici, con suoni orientali arcani uniti a campionatori e computer, Ideogrammi rilancia le quotazioni sperimentali della Pravo, che incappa però in un’altra accusa di plagio: “Ultimo impero” assomiglia un po’ troppo a un pezzo dei This Mortal Coil (“I Want To Live”).

Nel 1995 il ritorno a Sanremo con la sofisticata “I giorni dell'armonia” (in origine una romanza di circa venti minuti!) non fa sfracelli, ma conferma la particolarità del suo personaggio.
Forse, però, a Patty serve semplicemente una bella canzone per tornare a brillare. A regalargliela saranno due anni dopo Vasco Rossi e Gaetano Curreri (Stadio): “...E dimmi che non vuoi morire” è una ballata lieve e commovente, interpretata sul palco dell'Ariston con la classe della consumata performer. Il brano vince il Premio della critica e sancisce il definitivo rilancio di Patty Pravo, dopo anni pieni di stravaganze e di guai, con tanto di sosta forzata a Rebibbia per possesso di droga (dove allieterà le detenute cantando i suoi successi...).
Il trionfale tour Bye Bye Patty e l’exploit dell'omonimo album live (oltre 300.000 copie vendute) riconsegnano ai palcoscenici l’ultima diva della canzone italiana.

Patty PravoIl rinnovato entusiasmo per l’artista veneziana porta ai suoi piedi la crema del cantautorato italiano per il nuovo album Notti, guai e libertà (1998): tra gli altri, Franco Battiato, Ivano Fossati, Enrico Ruggeri, Lucio Dalla, Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Gaetano Curreri, Mario Lavezzi, Loredana Berté, cui si aggiungono giovani emergenti come Alex Baroni, Rosario Di Bella e Luca Madonia (ex-Denovo). Il risultato è un disco intenso, passionale, dove i brani ritrovano antiche melodie perdute e scorrono fluidi, assistiti da arrangiamenti calibrati e moderni. “Emma Bovary”, griffata dall’inconfondibile marchio elettropop di Battiato, si snoda straniante tra tuoni e fulmini, trombette e carillon impazziti, culminando nel maestoso epilogo, dove la voce di Patty si eleva solenne sopra una distesa di synth. Ancor più palpitante la litania mistica di "Angelus" (Fossati), sospirata con voce quasi rotta dall’emozione su suadenti tessiture esotiche. Guccini e Curreri le confezionano "Una casa nuova", impreziosita da un ritornello accattivante e dal trascinante assolo alla chitarra di Phil Palmer. Il calypso “Les étrangers” di Harry Belafonte, rielaborato da Dalla, si veste di battiti trip-hop, raccontando una storia di migranti e disperazione. E' la stessa Strambelli, insieme con Mauro Paoluzzi, a comporre l’estatica "Sylvian". E la melodia avvolgente di “La strada per un'altra città” (Ruggeri) spalanca nuovi, celestiali orizzonti.
La resurrezione di Notti, guai e libertà ha del miracoloso. Il supercast dei cantautori regala a Patty l’abito giusto per continuare a far splendere il suo fascino, intatto nonostante qualche ruga, mascherata comunque da un abbagliante nuovo look biondo-platino.

L'eterna bambola

Varcato il traguardo di un nuovo decennio di celebrità, Patty Pravo continuerà ad alimentare il suo mito, appoggiandosi ad autori collaudati e facendo leva più sulla sua inesauribile arte della performance che sulla sua voce, ormai irrimediabilmente affievolita.

Nel 2000 esce Una donna da sognare, album nato da una seconda collaborazione con Vasco Rossi (anche se gran parte dei brani è scritta da due autrici: Bettina Baldassarri e Maria Pia Tuccitto). L’esito però delude le aspettative: gli arrangiamenti asfittici ingabbiano il canto della Pravo e le canzoni non spiccano mai il volo. Il singolo “Una donna da sognare” è una copia sbiadita di “...E dimmi che non vuoi morire”, l’aggressività sexy non riscatta l’insulsa “Sparami al cuore”, il country-pop di “Se chiudi gli occhi” si aggrappa al mestiere. Meglio, semmai, la strampalata “Seduttori sedati”, con tanto di fisarmonica, che rimaneggia “Libertango” di Grace Jones. La copertina, in compenso, è firmata da Mario Schifano.

In estate Patty Pravo partecipa per l'ultima volta al Festivalbar (con “Una mattina d'estate”) e nel 2002, dopo un lifting che ha ne ha alterato spaventosamente i lineamenti, ritorna a Sanremo con “L'immenso”, traino del nuovo album Radio Station (2002), prodotto in Brasile. Il singolo è ben congegnato, così come alcuni episodi di indubbio coraggio sperimentale: la scarica di ritmo e adrenalina di “Noi di là” (a firma Carlinhos Brown), propulsa dal basso possente di Arthur Mala e da percussioni roboanti; l’andatura sinistra e bislacca di “A me gli occhi” (con la batteria distorta di Mimmo Ciaramella degli Avion Travel), l’azzardo quasi punk-noise di “Fammi male che fai bene”, con Patty in versione geisha sadomaso, il tour de force dell’eterea “Captivity” (dieci minuti) e l’elegia notturna di “A me gli occhi”, persa tra le onde del piano di Federico Bruno e dell'organo in lontananza di Roberto Vernetti. Altrove il disco si smarrisce, e su “Per Lontano” compaiono addirittura i Cugini di Campagna!

Due anni dopo è la volta di Nic-Unic, che dovrebbe stare per “Nicoletta-unica”, a conferma della megalomania del personaggio, la cui ambizione (è autrice, musicista e coordinatrice dell’intero progetto) cozza con una confusione solo in parte mascherata dalla moderna veste avanguardista del sound. Le incalzanti cadenze disco di “Che uomo sei”, il melò circense di “Tristezza moderna” (con la Bandabardò) e la sensuale rilettura di “Love Letters” (Elvis Presley) si elevano dal caos generale, nel quale affondano esperimenti come “Tender chiara”, con i suoi suoni della natura, la fintamente esotica “Orient Express” e la love-story surreale di “Fiaba”. Ma alla fine, forse, il disco trova la sua ragion d’essere nel divertente pastiche disco 70 di “Siamo sicuri che…”, che rispolvera tutto un armamentario di Clavinet, Korg, vocoder e synth, spaziando da Moroder a Sheila B. Devotion.

Esaurita da tempo la spinta più creativa, Patty Pravo è ormai un’elegante signora che distilla con classe la sua arte, rileggendo a volte se stessa, a volte i capitoli di quella storia della canzone di cui è stata protagonista e testimone. Nel 2005 esce un cofanetto-antologia dei suoi successi, Canzoni stupende, con un brano inedito regalatole da Ennio Morricone (“Un treno in più”). Nel 2006 riceve alcuni riconoscimenti, tra cui a Venezia un premio alla carriera come "Artista che meglio ha rappresentato e rappresenta l'Italia nel mondo". Un anno dopo la sua vita viene celebrata nel libro “Bla, bla, bla...”, autobiografia scritta assieme al giornalista Massimo Cotto. La sua epopea piperiana viene rivissuta in una fiction televisiva da Martina Stella ("non so chi sia", commenterà perfida lei). Rai Trade raccoglie in un dvd (Patty Pravo, 2007) tutte le sue più celebri apparizioni televisive. E su YouTube riemergono come i funghi le perle della sua giovinezza, a uso e consumo di una nuova generazione di fan.

Nel ventennale della scomparsa di Dalida, l’ex-amica italiana le dedica l'album Spero che ti piaccia... Pour toi... (2007), dove interpreta brani tratti dal repertorio della cantante nata al Cairo (in francese e in arabo), con nuovi arrangiamenti e poca verve. Il pubblico non ci casca.

A suggello di una carriera comunque stellare, arriva nel 2009 la nuova consacrazione sanremese di “E io verrò un giorno là” (firmata dal giovane Andrea Cutri), con cui per l’ennesima volta si aggiudica il titolo di “vincitrice morale” della kermesse e persino un'imprevedibile "benedizione" dal Vaticano.

Superata in scioltezza la soglia dei 60 anni, Patty Pravo continua a perpetuare la parte della donna eternamente giovane, libera, sfrontata.
La ragazza del Piper, la chanteuse romantica, la diva avanguardista, la dama orientale sono solo alcune delle facce di una personalità misteriosa e inafferrabile. La sua voce possente, disinibita, aliena, provocante, irraggiungibile ha stravolto ogni canone legato alla figura dell’interprete femminile in Italia, deviandola presso innovazioni concettuali ed esecutive distanti dall’immaginario dell’epoca. Una evoluzione canora ed estetica costante, capace di sedurre un popolo rinchiuso nella propria caverna di caroselli e censure religiose. Praticamente tutti i migliori cantautori italiani hanno scritto almeno un brano per lei. E le sue vibrazioni sull’orlo dell’equilibrismo senza rete continuano ad affascinare, così come un canzoniere ormai ultra-quarantennale che custodisce alcune delle interpretazioni più appassionanti della storia della musica pop italiana.

Contributi di Fabio Pierangeli ("Concerto per Patty")

Bibliografia:

Fernando Fratarcangeli - Patty Pravo (Coniglio Editore, 2007)
Col tempo - Sito ufficiale (fonte preziosa per il materiale d'archivio)

Patty Pravo

Mistero stupendo

di Claudio Fabretti, Giuliano Delli Paoli

Con la sua voce possente, aliena, provocante, ha stravolto ogni canone legato alla figura della interprete femminile in Italia. Diva trasformista, impenitente vamp, ha cavalcato cinque decadi tra continui colpi di scena. Con l'elite del cantautorato italiano ai suoi piedi. L'indecifrabile mistero della "depravata" Strambelli, dal Piper ai giorni nostri
Patty Pravo
Discografia
Patty Pravo (Arc, 1968)

7

Concerto per Patty (Rca, 1969)

8

 Patty Pravo (Rca, 1970)

7

 Bravo Pravo (Rca, 1971)

6

 Di vero in fondo (Philips, 1971)

6

Per aver visto un uomo piangere e soffrire Dio si trasformò in musica e poesia (Philips, 1971)

7,5

 Sì... incoerenza (Philips, 1972)

7

Pazza idea (Rca, 1973)

7

 Mai una signora (Rca, 1974)

5,5

 Incontro (Rca, 1975)

6,5

 Tanto (Rca, 1976)

6

 Patty Pravo (Ricordi, 1976)

7

Miss Italia (Rca, 1978)

7

 Patty Pravo - Munich album (Rca, 1979)

6

 Cerchi (Ricordi, 1982)

4

 Occulte persuasioni (Cgd, 1984)

6,5

 Oltre l'Eden (Fonit Cetra, 1989)

4

 Pazza idea eccetera eccetera (antologia, Five, 1990) 
 Ideogrammi (Zard, 1994)

6,5

Notti, guai e libertà (Pensiero stupendo, 1998)

7

 Bye Bye Patty (Pensiero stupendo, live, 1997)

6

 Una donna da sognare (Sony, 2000)

5

 Patty Live '99 (live, Sony, 2001) 
 Radio Station (Sony, 2002)

5,5

 Nic-Unic (Sony, 2004)

5

Canzoni stupende (antologia, Sony, 2005)

8

 Spero che ti piaccia... Pour Toi... (Kyrone, 2007)

5

Patty Pravo (cd+dvd, Bmg/Rai Trade, 2007) 
 Live Arena di Verona - Sold Out (live, Edel, 2009) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Patty Pravo su OndaRock
Recensioni

PATTY PRAVO

Concerto per Patty

(1969 - Rca)
Patty Pravo alla ricerca del tempo perduto in un "concept" rivoluzionario per il pop italiano

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