Gorillaz

Demon Days

2005 (Virgin) | pop

Per distinguere un musicista talentuoso da un onesto comprimario non servono le grandi imprese. Bastano le piccole cose. Se qualcuno nutre ancora dubbi sul comparto in cui piazzare Damon Albarn, è infatti proprio da una piccola cosa, il progetto Gorillaz, che può arrivare l'indicazione decisiva. Il gruppo cartoon, nato quasi per caso nel 2001, ha presentato già motivi d'interesse nell'album omonimo: un disco capace di coniugare qualità e fruibilità con un approccio tanto leggero quanto notturno, e sempre e comunque sghembo. Trascinato al successo anche di vendite da un'abilissima strategia di marketing e da due singoli perfetti, il progetto può proseguire.
Forte di aver acquisito un bacino di utenza ampio, Albarn decide così di osare: i Gorillaz di "Demon Days" sono praticamente un altro gruppo. Se il suono del primo album era uno specchio dei tempi in cui è uscito frullando pop, hip-hop ed elettronica, quello di "Demon Days" è una dichiarata operazione revivalista con obiettivo gli anni Ottanta.

Che qualcosa sia cambiato lo si capisce subito: l'apertura (dopo una breve intro) è affidata a "Last Living Souls", praticamente un synth-pop basato su un tema classicheggiate passato prima al pianoforte e poi ai violini. A far capire che la cifra stilistica è mutata contribuisce "Dirty Harry", che inizia come funky per coro di bambini, con uso e abuso di synth, prima di essere trasportato da un intermezzo classico in un irruento rap a completare così l'operazione di taglia e cuci tra moderno e passato. L'arte di Albarn consiste nell'inventarsi, rubare, riciclare e frullare idee e suoni tirando fuori brani accattivanti, di qualità e vendibili. E ci riesce perfettamente. Testimonianza ne sono "Kids With Guns", chitarra new wave , sintetizzatori barocchi e cadenza tra l'epico e il dimesso; la pulsante "O Green World", che approda in territori glam con cori e chitarre elettriche; "Every Planet We Reach Is Dead", una melodia distesa, dal sapore antico, molestata da un piano sghembo e da un arrangiamento elettronico e "Fire Coming Out Of The Monkey's Head", immersa in un atmosfera da western urbano dove un parlato si alterna a una dolce parentesi country-folk.

Ancora meglio riescono a fare i brani più immediati: "Feel Good Inc.", scelta come primo singolo, si fregia di un basso avvolgente, rintocchi di chitarra, battito di mani, incursioni rap e melodia (sofisticata giusto quel tanto) da fine estate, a metà tra lo spensierato e il nostalgico, mentre con "Dare", affidata a una voce femminile con Albarn a fare da arrangiamento con un lamento alla Yorke, ci si tuffa in discoteca, con synth e scampanellii d'altri tempi. A chiudere il tutto (e a confermare l'eclettismo del musicista) ci pensano l'aria di "Don't Get Lost in Heaven", tra Beach Boys e musical, e il gran finale di "Demon Days", che mescola sinfonia e musica nera. Se già ci veniva da parlar bene del precedente disco del (ebbene sì, diciamolo pure apertamente) talentuoso leader dei Blur, non si può che caldeggiare a maggior ragione questa seconda prova targata Gorillaz, un lavoro sicuramente differente dall'esordio, forse meno fresco e meno immediato, ma ancor più incisivo e ispirato.

(25/07/2012)

  • Tracklist
1. Intro
2. Last Living Souls
3. Kids With Guns
4. O Green World
5. Dirty Harry
6. Feel Good Inc.
7. El Manana
8. Every Planet We Reach Is Dead
9. November Has Come
10. All Alone
11. White Light
12. Dare
13. Fire Coming Out Of A Monkey's Head
14. Don't Get Lost In Heaven
15. Demon Days
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