Strokes

First Impressions On Earth

2006 (Sony/Rca) | rock

"Too Much Too Soon": così avrebbe commentato il buon vecchio Johnny Thunders la vicenda degli Strokes, "troppo e troppo in fretta". Tanto diversa, eppure potenzialmente affine, la carriera del quintetto newyorkese si trovava, fino a poco tempo fa, a un bivio cruciale. Dopo il deludente e confuso secondo album "Room On Fire" la credibilità era appesa a un filo, la band sull'orlo di una grossa crisi di nervi. Facile intuirne i motivi: cinque anni vissuti con l'acceleratore sempre inserito, l'hype mediatico alle costole, gossip, ragazze famose e party esclusivi, tutti pronti a rovinare un progetto interessante e renderlo scamuffo, almeno quanto le scarpette "All Stars" esibite nelle tante sedute fotografiche.

Nel 2005 la ruota panoramica arriva allo zenith: evolversi o morire, cambiare o rimanere relegati ai margini di una scena rock che santifica ma non perdona. La reazione è questo "First Impressions On Earth", fatidico terzo episodio della saga, arrivato da noi nel bel mezzo delle feste natalizie, ma già ampiamente saccheggiato dai "peer to peer". La band di Julian Casablancas stavolta si è presa tutto il tempo necessario per lavorare, oltre a un nuovo produttore (al posto di Gordon Raphael, presente comunque in tre brani, c'è David Kahne, già in regia con Sublime e Sugar Ray), capace di smussare certi spigoli e accettare la sperimentazione. Nonostante sia troppo lungo (quattordici canzoni e cinquantatré minuti gli Strokes non se li possono ancora permettere), l'album dimostra maturità e ambizione, perfino un pizzico di auto-citazionismo.

La voce è decisamente meno filtrata e compressa che in passato. Netto passo in avanti della sezione ritmica, più inventiva e decisiva. I temi alla base dei testi (inspiegabilmente censurati dalla "Parental Advisory") possono raggrupparsi in: stress e depressione da fama, sottomissione, gelosia, timidezza, libertà, bisogno d'amore e anonimato. Ci sono almeno tre brani inutili, altri tre da "rimandare a settembre", una bella sorpresa. Si parte con due colpi da maestro, "You Only Live Once" e "Juicebox", che è anche il primo singolo estratto. La prima è solare, sexy e strafottente, un classico esempio del sound che li ha resi celebri: parte come "Kiss" di Prince per poi graffiare con il magico duetto di chitarre elettriche e cantato indolente, appoggiato sulla saltellante batteria di Fabrizio Moretti. In un attimo ti senti catapultato al party più fico del mondo, su una terrazza di Manhattan, con tutta quella gente cool che fa finta di sorridere e Drew Barrymore che ti fa l'occhiolino mentre sorseggia un Mojito ghiacciato.

A svegliarti dal sogno arriva purtroppo "Juicebox": giro assassino di basso (a metà strada tra il tema di "Batman" e "Peter Gunn"), chitarra ritmica insinuante e urlo liberatorio nel ritornello. Il perfetto equilibrio tra ordine e caos mette in evidenza il bel lavoro di armonizzazione delle parti, debitore in parte alle architetture grunge dei Nirvana. Giusto il tempo di smaltire le scale cromatiche di Albert Hammond in "Heart In A Cage" ed ecco l'altro pezzo da novanta, "Razorblade", potenziale singolo. Si tratta di un mid-tempo, la voce di Julian a braccetto con la sei corde libera di dipingere paesaggi pop, in una cornice in cui mancherebbero solo dei coretti femminili soul come ciliegina sulla torta. Arriviamo alla sorpresa: si tratta di "Ask Me Anything", il pezzo più atipico nella storia della band fino a oggi. In primo piano solo due elementi, il Mellotron (antenato anni 60 dei moderni synth, in grado di riprodurre il suono degli archi) e la voce salmodiante di Casablancas, intrecciati in un mantra circolare che, fosse rimasto strumentale, forse avrebbe fatto ancora più impressione.

La seconda parte dell'album è di fatto più noiosa, dispersiva, altalenante, affidata agli umori delle due chitarre elettriche. "15 Minutes" è l'unica perla, un brano che esordisce con un terzinato da ballatona romantica anni 50 e poi raddoppia la velocità, mutando in un 4/4 punk indolente e giocherellone, in puro stile Ramones. Per quanto riguarda chi scrive, il punto nevralgico della band, il vero perno insostituibile, rimane centrato sugli inconfondibili intrecci di chitarra. Di cantanti "urlatori" (anche molto più bravi di Julian: ascoltare il suo imbarazzante acuto in "Ize Of The World" per credere) se ne trovano a vagonate. Nick Valensi e Albert Hammond Jr. sono invece merce più rara, i loro assoli salvano letteralmente alcune canzoni: la fuga nervosa e arabeggiante in "Vision Of Division"; i fraseggi semplici ed efficaci che danno luce a "Electricityscape"; piccoli virtuosismi alla Thin Lizzy nella conclusiva "Red Light", altro brano che in versione strumentale non avrebbe sfigurato.

Alla fine la battaglia con il problematico terzo album è parzialmente vinta: un po' di concisione in più avrebbe giovato, il risultato rimane comunque più che sufficiente, anche se non all'altezza delle (troppe) aspettative. Rimangono alcuni interrogativi: underground o mainstream? Europa o America? Riconquisteranno la critica specializzata, distratta dagli Arctic Monkeys? Cacceranno Julian Casablancas una volta per tutte? Che si decidano, anche perché, come dicono loro, "si vive una volta sola".

(22/12/2006)

  • Tracklist
1. You Only Live Once
2. Juicebox
3. Heart in a Cage
4. Razorblade
5. On The Other Side
6. Vision of Division
7. Ask Me Anything
8. Electricityscape
9. Killing Lies
10. Fear of Sleep
11. 15 Minutes
12. Ize of the World
13. Evening Sun
14. Red Light
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