La caotica copertina è già emblematica della confusione che regna in questo album. Sì, perché la band di Julian Casablancas e compagni è solita ultimamente privilegiare l’immagine rispetto alla consistenza creativa. I mezzi a disposizione sono gli stessi di
“Is This It”, ma sono gli intenti a cambiare. “Room On Fire”, con i suoi undici brani di pop-garage, è la svolta iper-melodica (oltre che commerciale) degli Strokes, dai quali, dopo il magnifico esordio, erano in tanti ad aspettarsi faville.
La new wave accennata nel precedente lavoro è qui praticamente assente; ritroviamo solo una buona dose di melodia, le classiche progressioni di chitarre alla Strokes, la solita batteria 4/4 e quella voce filtrata che Casablancas e soci sanno tanto bene usare per conquistarsi qualche nuovo fan. Quale canzone, allora, potrebbe essere più azzeccata di “12:51” come singolo? Il nuovo pubblico già li applaude e corre a comprare i loro dischi, mentre i vecchi rockettari, rimasti folgorati dall’ascolto di “Is This It”, resteranno irrimediabilmente delusi.
“Room On Fire”, insomma, suona tanto di disco realizzato per colmare un silenzio produttivo che si protendeva da ben due anni. Un disco che strizza l’occhio, con i suddetti espedienti, al grande pubblico, e, con sporadiche dissonanze e digressioni ritmiche, a una critica che in alcuni casi continua a osannarli anche dopo un album così scontato e piatto come una sogliola.
Gli Strokes cercano invano di ripescare spunti creativi nel passato, ma i brani a salvarsi sono ben pochi. L’impostazione è la stessa in tutte le tracce per un album che dopo qualche minuto d’ascolto risulta noioso per monotonia e banalità.
L’involuzione è netta anche dal punto di vista lirico. Su “Is This It?” le storie narrate dai cinque riuscivano a essere anche originali, a dispetto della musica vecchissima che li accompagnava; riuscivano a offrire un vago senso di disagio tardo-adolescenziale, tra sesso e droga, ora, invece, ci troviamo di fronte ad amori che finiscono e a “strani incontri”, temi utili per accattivare qualche teenager.
“You Talk Way Too Much” ricorda vagamente certi lavori non troppo vetusti di David Bowie, “Reptilia” si avvicina in maniera più evidente al sound del vecchio album (ma con risultati alquanto scarsi) e “The End Has No End”, fatta eccezione per quel “chitarrino sintetizzato”(presente in tutto l’album e colonna portante del crollo creativo degli Strokes), non suona affatto male, con il suo refrain ammiccante.
Il potenziale del gruppo, insomma, è ridotto ai minimi termini, ed è un peccato alla luce dell’ottimo disco che pochi anni fa ci regalarono. Quella di “Room On Fire” non sarà “ muzak da supermercato”, ma può diventare tutt’al più muzak per sfilate di moda.
30/10/2006
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