I Am Kloot

Sky At Night

2010 (Shepherd Moon) | pop, rock, folk

Finalmente tornano alla ribalta delle cronache musicali gli I Am Kloot, brillante trio mancuniano che era riuscito a strappare un piccolo brandello gualcito di microsuccesso underground dieci anni or sono accostandosi a quel “New Acustic Movement” di cui rappresentava allora la frangia più defilata e insocievole, ridotta tuttavia oggi a una sorta di romantico relitto alla deriva di nuove mode passeggere sempre puntualmente disattese.
Dopo aver perso per sempre, a causa dei soliti scazzi assortiti con l’etichetta di turno, il treno ad alta velocità del successo commerciale che, come tutti sanno, passa una volta e una soltanto, in Inghilterra poi più che mai, la band di John Harold Arnold Bramwell (nome da romanzo gotico) si riaffaccia dal suo cuore di tenebra con un nuovo sofferto lavoro che vanta crediti produttivi divisi tra Craig Potter e l'illustre concittadino Guy Garvey, architetto di sogni postmoderni con gli Elbow pluripremiati di “The Seldom Seen Kid” .

Il sapiente vignettismo acustico del trio continua nella nuova collezione di brani a regalare preziosissimi scorci esistenziali di un’umanità livida e ciondolante, spiata sullo sfondo labirintico di una quotidianità britannica di periferia alla Ken Loach, che assume spesso i contorni di un agglomerato cementizio di plumbea solitudine e cuori infranti, spazzati da un vento gelido di rinuncia e dal battesimo silenzioso di piogge penitenziali.
Gli arrangiamenti appaiono, rispetto al passato, forse più ricchi di dettagli strumentali e variazioni cromatiche, a partire soprattutto dagli interventi orchestrali che punteggiano i momenti più densi di pathos, sottolineando i crescendo drammarturgici dell’accorata narrazione del cantante (si ascoltino il bellissimo movimento finale di “Radiation”, quasi la marcia psichedelica di una banda che si immerge nelle acque nere della notte fino a sparire, o anche la ninnananna struggente di “To The Brink”, in cui più palese appare la mano plasmatrice di Garvey, fino alle architetture barocche di “Lately”, una sorta di tango tardo beatlesiano per spettri e ombre ).

Con questi loro soliloqui alla specchio gli I Am Kloot tendono la corda sottile di un lirismo privato che dagli Smiths arriva fino ai Tindersticks, passando attraverso bagliori e suggestioni che rimandano ora a un Lloyd Cole ora a un Billy Bragg, all’insegna di un folk-rock dall’afflato vagamente cameristico e sognante, quasi tutto giocato su atmosfere suggerite con pochi sintetici tocchi descrittivi (si ascoltino “The Moon Is A Blind Eye” o “Proof”, già presente nel primo disco degli I Am Kloot e qui rielaborata). Manca forse, come già nei precedenti album, quel guizzo inventivo che sappia riscattare del tutto la monotonia di un viaggio al termine della notte che, questo va detto, merita comunque di essere percorso sino in fondo, non foss’altro che per quel cielo stellato che sin dal titolo i nostri promettono di mostrarci, in tutta la sua immensa profondità.

(21/07/2010)

  • Tracklist
1. Northern Skies
2. To the Brink
3. Fingerprints
4. Lately
5. I Still Do
6. The Moon Is A Blind Eye
7. Proof
8. It’s Just the Night
9. Radiation
10. Same Shoes
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