Nel 2005, quando ancora viveva in quel di Denver, nel Colorado, Erik Wunder varò un progetto cantautorale dal nome Man’s Gin. In seguito, trasferitosi a Brooklyn, decise di dedicarsi (insieme a Phil McSorley) al metal dei Cobalt. Di recente, dopo l'ottima accoglienza ricevuta da "Gin" (loro terzo lavoro), Erik si è deciso a rispolverare quel primo amore musicale, pubblicando un disco di tutto rispetto.
Quella di “Smiling Dogs” (prodotto da Colin Marston) è una musica fatta di polvere e di praterie senza fine, di gole secche ridestate da liquori di seconda mano, di subdole disperazioni consumate in solitudine tra le mura di squallide stanze di motel. Blues, folk, country e finanche rock sudista a braccetto in nove episodi senza sbavature, per un’opera compatta e, a suo modo, intimista, introdotta dal bordone di violoncello e dal mood disperato ma fiero della title track. Mr. David Eugene Edwards (aka 16 Horsepower) è, invece, l’ombra che segue da vicino il ciondolare sferzante di “Free”, mentre il blues palpitante di “Stone On My Head” si apre in un ritornello che fa molto Pearl Jam altezza “Vitalogy”.
Colpisce la capacità di Wunder (qui accompagnato dal contrabbassista Josh Lozano e dal pianista/chitarrista Scott Edward) nel muoversi con disinvoltura tra influenze così disparate, sintetizzando un suono apparentemente “riconoscibile”, eppure già personale, capace di accendere, via digressione improvvisa, cristalline luminescenze melodiche nel bel mezzo di una piano ballad che piange un amore lontano (“Solid Gold Telephone”); o di pennellare, ancora, una “Nuclear Ambition” che, in due parti, colma la distanza tra quiet disperation (“Pt.1”) e indomita rivalsa (“Pt. 2”), con un batterismo poderoso e stordente e un assolo di chitarra tanto lacerante da rasentare il lirismo fiammeggiante di certo hard-rock psichedelico.
E, di certo, quest’ultimo viene ripescato per il tramite di un retrogusto grunge (il primo nome che viene in mente è quello degli Alice in Chains, soprattutto ascoltando la tormentata “The Death Of Jimmy Sturgis”) che, in un modo o nell’altro, impreziosisce da cima a fondo un’opera concentrata intorno a temi quali la morte, la vendetta, il tradimento, la rabbia e via di questo passo. Temi che si sublimano nel tour de force emozionale della campfire song “Hate.Money.Love.Woman” (forte di un ritornello “corale” capace di sgualcire il cuore fino a farlo sanguinare) e nell’epos straziante e addolorato di quella bellissima e ariosa reincarnazione di Eddie Vedder che è “Doggamn” .
Comprate una bottiglia di whisky, un pacchetto di sigarette e dedicategli la notte…
(10/12/2010)


