Matthew Herbert

One One

2010 (Accidental Records) | digital ballad metropolitane

Eclettica. Non esiste termine tanto calzante, per quanto logoro, atto a definire l'opera di Matthew Herbert. Prolifico all'inverosimile, imprendibile nel suo groviglio di avatar e alter ego, sempre oltre ogni schema contingente. E di genere, al punto da far perder la pazienza e disorientare anche il più incallito dei fan. Professione moniker. Dall'electro-techno come Doctor Rockit, allo swing orchestrale della Big Band, partendo dall'avanguardia tunz-concreta di Wishmountain e dall'ipnotismo di Radio Boy per giungere alla  house più o meno minimal del progetto Herbert ("Around The House", composto assieme alla diletta Dani Siciliano, 1998, è un must have del genere).
Tante altre cose ancora (dj, producer, anelato remixer), e Matthew Herbert come suggello e sintesi, appunto, a sparigliare carte già di loro ben mescolate per spaesare critica e pubblico, da intellettuale psicotico delle sette note quale egli è.

La sapete l'ultima? Il trentottenne britannico ha messo sul mercato quest'album come primo step di una trilogia "One" che, a leggerne le intenzioni, avrà come solo comune denominatore la parola "uno" presente nel titolo. A parte il bell'album di cui vi diamo conto, nei  prossimi mesi siamo attesi da "One Club" - si narra interamente realizzato con materiale di campionatura di rumori, suoni e conversazioni svoltesi in un locale di Francoforte - e "One Pig": stesso approccio, ma questa volta con l'ausilio dei rumori prodotti da un maiale di una fattoria del Kent, intercettati  nel suo intero ciclo di vita e di morte. Questo dopo aver intravisto nei comportamenti del suino e nella sua parabola, sino all'ineluttabile fine, una "fedele rappresentazione della vita moderna".
E sono proprio le  provocazioni e i messaggi forti con cui Matthew ha costruito la sua fama di artista concreto (in tutte le accezioni possibili, inclusa quella strettamente musicale) a rendere ancora più deflagrante "One One": non sappiamo oggi come si svilupperà il gioco delle tre carte del nostro mazziere digitale - un po' di pazienza, la trilogia verrà ultimata solo a settembre - e tuttavia ci sentiamo di scommettere tutto ora, sull'intima nudità che si annoda alla flebile e pressoché mai udita voce del nostro, la vera anima pulsante dell'album. Intrigante quanto può esserlo lo scorgere i frammenti di vita di colui che mai prima aveva anteposto sé stesso ai temi intellettuali o politici che ne hanno distinto la carriera: uno scatto rubato e i ruoli che si invertono, con l'ascoltatore che finalmente approda nel backstage, o nella penombra dello studio di registrazione, per osservare tutto coi propri occhi.

Herbert come non lo avete mai sentito, non il mago merlino che si diletta a vergare manifesti teorici per il solo gusto di metterli in musica, non l'asfaltatore della carreggiata glitch-pop che fu tre lustri or sono, né il mentore o manipolatore per contro terzi, ma sparuti strumenti, una voce, delle canzoni. Belle canzoni, ballate digitali tutte in solitaria che emanano assorte contemplazioni sulla quotidianità, di quelle rimaste chiuse per chissà quanto tempo nei cassetti dell'anima. E la scelta di associare a ogni brano il nome di una città moltiplica ogni evocazione, abbattendo barriere in un cosmopolitismo romantico e tecnologico degno del "Planet Of  The Vision" di kraftwerkiana memoria. Solo che in luogo dell'ostentato futurismo proveniente da Düsseldorf, Matthew Herbert si muove sottotraccia, dal bordo di un marciapiede, osservando i passanti e la vita da inglobare nella folla dei propri pensieri. Sussulti del cuore che prendono forma nella languida folktronica di "Singapore", nell'algido stupore tribale di "Dublin", nella delicata indolenza di "Tonbridge" (i Tarwater al massimo della forma).

Più in generale, un segnale mandato agli irriducibili dell'etichetta tedesca Morr, per affermare che grazie a quelle atmosfere si possono ancora scrivere dei grandi episodi. Ma si va anche oltre, tanto che nell'ascensore di "Leipzig" - parafrasando qualcuno - sembrano rimasti chiusi insieme Donald Fagen e i Notwist, mentre l'ombra lunga di Ralf Hutter appare serafica fra le impalcature di sequencer di "Porto". E, per restare in tema di autori tedeschi, con "Palm Springs" l'eccentrico inglese va a giocarsela splendidamente sul campo che fu di Schneider Tm nel suo "Zoomer" (2002): che stile. E che gran colpo per Matthew Herbert, che aggiunge un altro e inaspettato tassello alle sue creature da ricordare.

(26/03/2010)



  • Tracklist
  1. Manchester
  2. Milan
  3. Leipzig
  4. Singapore
  5. Dublin
  6. Palm Springs
  7. Porto
  8. Tonbridge
  9. Berlin
  10. Valencia
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