Alessandro Mannarino

Supersantos

2011 (Leave srl/ Universal) | songwriter, ethno-folk

Supersantos? Già, proprio il pallone arancione feticcio degli anni 70, compagno inseparabile nelle partite in spiaggia o agli angoli della strada. Però, fortunatamente, il revival finisce qui: di quella nostalgia stereotipata o finto-intellettuale alla Baustelle, nel disco non v'è traccia. Perché Alessandro Mannarino è solo un cantastorie. Uno di quelli veraci, che gironzolano tra le borgate e le baracche, incrociando vagabondi, mignotte e 'mbriaconi. Uno stornellatore impenitente e irriverente, che fa del romanesco la chiave di volta di un universo tutto suo, sospeso tra quotidianità e immaginazione.
Se gli Ardecore - precedente obbligato e fondamentale - hanno sdoganato gli stornelli romani al tempo del post-rock, Mannarino li stravolge, tramutandoli in swing caciaroni e valzer stropicciati, all'insegna della fantasia e di un'ironia pungente.

A due anni dal brillante esordio "Bar della rabbia", che si ritagliò un posto tra i finalisti del Premio Gaber e del Premio Tenco, e dopo alcune esibizioni televisive di successo a "Vieni via con me" di Serena Dandini, il cantautore romano propone, con "Supersantos", uno zibaldone di storie strampalate e personaggi picareschi, un teatro-canzone superbamente arrangiato e suonato, tra stornelli e ballate, ritmi gitani e giostre folk. Così anche una non-rumba può diventare "Rumba magica", con l'aiuto di trombe, violini e fisarmoniche, per incorniciare un vitalistico spaccato d'umanità periferica. Il canto arrochito e svociato di Mannarino riecheggia proprio quello di Giampaolo Felici degli Ardecore, ma se ne discosta per la teatralità e per il piglio gigionesco à-la Capossela. "O mamma' come se fa?/ Ce dicono de vive da morti e poi resuscita'" canta nella beffarda "Serenata lacrimosa", quasi un sonetto anticlericale del Belli trasfigurato in una fragorosa patchanka de' noantri. Non c'è posto per vescovi e cardinali, nel vangelo di strada di Mannarino, dove invece giganteggiano poveri cristi come Giuda e la Maddalena, peccatori redenti e amanti sdruciti, che si lasciano andare all'onda grossa della vita ("Maddalena"). Personaggi come "Marylou", la donna del porto che "balla con l'abito corto", sulle note di uno sfrenato swing, spezzando il cuore a tutti i marinai.

Sono storie di sbronze, di botte e di passioni. Ma anche di morte. Perché, secondo lo stesso Mannarino, il filo del disco è proprio "il bisogno di una ipotetica fine del mondo per parlare di altre piccole fini del mondo, personale e intime". Come quella grottesca de "L'onorevole", metafora della putrefazione della politica, che è morta da tempo e non si accorge di esserlo, intenta com'è ad accumulare solo ricchezza e potere. O come quelle dei disperati de "L'ultimo giorno dell'umanità", rifugiati, ladri e avanzi di galera, che finiscono alla mensa della Caritas a "consegnare minestrone raffreddato ai figli andati a male di un padre gesuita" o "in un albergo a ore" a rimediare per trenta euro "tre graffi sulla schiena e una moglie" (e qui le reminiscenze di De André, nel testo, e Capossela, nell'interpretazione, sono palesi). Ma forse ancor più amara è la conclusione della "Serenata silenziosa", sussurrata in punta di voce, per ricordarci che "questo è er tempo in cui chi ce guadagna è chi sta zitto". L'apocalisse è vicina, insomma, ma almeno ci sarà la consolazione che "le lacrime dell'inferno servono a qualcosa, nutrono la terra e fan crescere una rosa", come recita il valzer accorato di "Merlo Rosso", cantata in duetto assieme alla voce suadente di Claudia Angelucci.

E poi c'è sempre l'amore, un amore, pieno, sanguigno, ma anche sgarbato e sofferto, come nella ballata a cuore aperto di "Statte zitta": "Che ne sai tu de quello che sento/ c'ho na fitta ma nun me lamento, nun me lamento/ Amore un corno i panni s'asciugano soli/ e sto freddo non viene da fori/ io ce l'ho dentro". E "Quando l'amore se ne va", non resta che affogare in un fiume di parole in piena, perché "partono le rotelle" e "i letti so' barelle".
Eccentrica e spiazzante, infine, "L'era della gran publicitè", dove il maccheronico francesismo del testo cela messaggi subliminali e molto poco politically correct.

Gli stornelli di Mannarino sono un ceffone in faccia ai farisei e ai prepotenti, ma anche a quella ipocrisia radical-snob che inquina da tempo la scena alternativa italiana. Che Dio ce lo conservi sempre così, questo giovanotto de sta Roma bella. Anche se le tentazioni e i corteggiatori insidiosi non gli mancheranno.

(22/12/2011)



  • Tracklist
  1. Rumba magica
  2. Serenata lacrimosa
  3. Statte zitta
  4. Quando l'amore se ne va
  5. L'era della gran publicitè
  6. Serenata silenziosa
  7. Maddalena
  8. Marylou
  9. Merlo rosso
  10. L'onorevole
  11. L'ultimo giorno dell'umanità
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