Creatura solista di Tim Goss, i Call Back The Giants arrivano alla seconda opera, mantenendo distanze e pochissimi fil rouge con la band storica di origine, gli inglesi Shadow Ring (in cui oltre a Goss militavano anche Graham Lambkin e Darren Harris) e portando avanti un personale stile tra musica spettrale e tenui incursioni industrial.
Se il precedente album di debutto del 2010 mostrava ancora qualche linea comune con la struttura dei synth caratteristica dell'ultimo periodo degli Shadow Ring (pensiamo a "Wash What You Eat" e "Hold On To") per poi andare a scavare in ritmiche minimali e dal gusto anni 80, qui assistiamo a un posizionamento compositivo ben diverso, che va a cercare strumenti e immaginario presso la kosmische musik tedesca degli anni 70.
Di pari passo vi è un accostamento al gusto di Daniel Lopatin, soprattutto per l'immaginario spirituale tendente alla new age. Il tutto viene contaminato da una soffusa atmosfera negativa, rarefatta, ma pregnante.
"The Rising" è un'opera multiforme nel senso più cubista del termine. I suoi movimenti e spostamenti sonori potrebbero essere considerati talvolta sconnessi, in realtà mostrano l'intenzione di evidenziare un percorso da diverse ottiche, cambiando non tanto la prospettiva quanto la profondità.
Un percorso a diversi livelli, che si mostra perfettamente nel trittico "The Rising/The Lizard" – "Stranger Worlds" – "Jungle Hilton". La prima delinea una lenta processione fra hypnagogico e industriale, in cui si somma un faticante spoken word di Goss prima della visione di un deserto carpenteriano, che trascina la gravità al suo centro. La voce infantile e angelica della bambina di "Stranger Worlds" ci porta invece in un anfratto corale e religioso, onirico e rassicurante, che la successiva "Jungle" affoga con il suo basso gorgoglio di rumori metalicci e macchinari, voci sommesse e feedback che si estenderanno come una lunga linea, piatta e grigia.
La muta preghiera cosmica di "Whirl Wing" rinnova l'energia spirituale del disco, che cerca di ascendere nel keyboard pop minimale della successiva "The Pharroh Man". Anche qui troviamo piccoli specchi di spoken word (eredità fisicamente acquisita da Goss presso gli Shadow Ring), ma sempre più tagliati e doloranti.
Il percorso fino a questo punto ha mostrato un'ascesa spirituale, notturna e faticosa che si rivoltava più volte in sé. Un tragitto che non trova il suo perché nell'elemento più estraneo del disco, il synth-punk sporco di "Dust Rises", un momento anonimo e del tutto alieno al progetto, che avrebbe potuto chiudersi in maniera molto più complessa.
Nonostante questo, l'impressione finale del tragitto di Goss è di un divenire aperto e prolifico, che può scavare nel suo spettro emotivo con una profondità senza strutture predefinite. Un'idea che si potrà ancora sviluppare in nuove mutazioni.
26/11/2011