Marianne Faithfull

Horses And High Heels

2011 (Naive) | classic rock, rock-soul

Da sempre avvezza alla penombra delle quinte e alla ribalta sbrecciata e fumosa dei teatri off suburbani, la Faithfull si rifà viva con una replica riveduta e aggiornata dei celebri monologhi pop-rock a cui deve la sua seconda (terza?) giovinezza. A due anni dall'ottimo "Easy Come Easy Go", è ancora Hal Willner a orchestrarne la rentrée nei minimi particolari e ad assemblare il lussuoso cast di contorno, che s'addice a ogni prim'attrice: Lou Reed e Wayne Kramer (Mc5) alle chitarre, il bassista dei Meters George Porter Jr. e (in alcuni brani) il Dr. John al piano.

La novità, come si evince anche dai nomi coinvolti, risiede piuttosto nell'approccio e nei contenuti musicali e nel fatto che, accanto a un sempre cospicuo serraglio di cover estratte dalla vena aurifera dei classici minori, compaiono anche tre brani firmati Ma'am Faithfull. Se nel precedente a dominare era un'atmosfera dolorosa e decadente, la profondità chiaroscurale di un lungo flashback autobiografico, qui, salvo qualche episodio più felpato e intimista, a prevalere è un vitalismo country-blues, un suono caldo, diretto e colorato di soul, che rimanda più al meticciato rock statunitense che all'aristocrazia pop europea.

L'impressione è però che la voce consunta e senescente della Faithfull sia un po' in affanno nel rincorrere i ritmi sostenuti e gli arrangiamenti vigorosi e si perda in alcuni brani pure pregevoli come "No Reasons", l'autografa "Prussian Love", la sudista "Gee Baby" o la splendida "Back In Baby's Arms" (scritta da Allen Toussaint nel 1975), mentre sembra decisamente più a suo agio nei riverberi dell'acustica e sognante versione di "Love Song" (scritta da Lesley Duncan, più nota come corista per Elton John e i Pink Floyd), nella teatrale "The Old House", nel recital vagamente mitteleuropeo di "Past Present And Future" (costruita sul canovaccio pianistico di "Sonata Al Chiaro Di Luna" di Beethoven e portata al successo, a suo tempo, dalle Shangri-Las) o nel pop sofisticato di "Goin' Back" (Carole King per Dusty Springfield).

L'energica e orientaleggiante "Eternity", la puntatina noir dell'opener "Stations" (dei Gutter Twins, ovvero Mark Lanegan e Greg Dulli) e la pretenziosa "That's How Every Empire Falls", incorniciano un "atto unico" gradevole, manierato, nostalgico anche se, nel complesso, un gradino inferiore rispetto all'ultima prova.

(21/02/2011)

  • Tracklist
  1. Stations
  2. Why Did We Have To Part
  3. That's How Every Empire Falls
  4. No Reasons
  5. Prussian Blue
  6. Love Song
  7. Gee Baby
  8. Goin' Back
  9. Past And Present And Future
  10. Horses And High Heels
  11. Back In Baby's Arms
  12. Eternity
  13. The Old House
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