Al Brian Eno redivivo, armato di ogni venerazione come pure di un nuovo contratto discografico che ha fruttato alcuni dischi collaborativi (“Small Craft”, “Drums Between the Bells” e l’Ep “Panic of Looking”), per completare il ritorno mancava solo l’opera-simbolo della sua carriera: il disco in solitaria di natura ambientale in grado di esaltare (rispolverare, in questo caso) una delle sue più grandi invenzioni musicologiche, il non-ascolto dato da una non-composizione.
In “Lux”, però, Eno si tradisce grossolanamente. Anzitutto manca un centro melodico o armonico attorno al quale far gravitare l’atmosfera (nessun memorabile inciso di pianoforte alla “Music For Airports”, per capirsi), e soprattutto per la prima volta mette in luce la composizione vera e propria, brancolando in una madornale mancanza di vere idee (che lo fa sfigurare rispetto alle nuove generazioni ambientali), e, dulcis in fundo, cerca di renderlo appetibile all’ascolto attivo.
La sua mano sicura nell’evocazione, in ogni caso, produce stasi o addirittura sparizioni silenti di tessitura musicale, sovrapposizioni di tecniche (non sempre in modo elegante) e dosaggio calcolato di note. Ciò che da sempre gli riesce meglio continua, nonostante tutto, a essere tale. Unendo questi pro e contro, la prima parte attacca dunque come una qualsiasi sonata new age da camera, con uno sviluppo di echi cosmici su tocchi di piano. “Lux 2” attacca con degli “om” intrecciati di strumenti a corda, pure risonanze polifoniche casualmente sovrapposte, poi tutto si smaterializza in modo diafano e inerte, secondo i suoi usuali dettami. “Lux 3” e “4” (quest’ultima, in particolare, contiene qualche verace rielaborazione di suono) sono più asciutte e vicine al vecchio stile dei suoi poemi ambientali anni 80.
Faraonico tutorial per la sua nuova App “Scape” (figlia di “Bloom”, “Trope” e “Air”, tutte in collaborazione con l’ingegnere Peter Chilvers, appassionato di musica generativa, già conosciuto per la colonna sonora di “Spore”), con il quale è stato realizzato, si basa su una progettualità magra – poco caratterizzate, le 4 pièce di 18-19 minuti l’una, e per niente strutturate come continuum – in cui si sperdono scintille d’intensità. Lo vorrebbero, anche Eno stesso, come come conclusione di una trilogia iniziata con la “Discreet Music” (1975) e proseguita con “Thursday Afternoon” (1985), ma questi quadretti ingigantiti ad affresco sono soprattutto discendenti di una contraddizione: nei suoi trascorsi paesaggi sonori l’autore cavava indirettamente emozioni nello spontaneo interagire col mezzo, qui cerca di insufflarle per prevaricarne la dittatura. Minore, ed è comunque il migliore Eno degli anni 10, ma con garbo.
16/11/2012
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