Bruce Springsteen

Wrecking Ball

2012 (Columbia) | pop-rock, celtic folk

"Una crisi ci costringe a tornare alle domande", diceva Hannah Arendt. E di domande da porre, Bruce Springsteen ne ha parecchie in "Wrecking Ball": le domande dell'America al tempo della recessione, le domande portate dal vento della crisi. Dove sono gli occhi capaci di vedere? Dove sono i cuori capaci di misericordia? Le grida subito in faccia, le sue domande, mostrando i muscoli nel singolo "We Take Care Of Our Own". Sembra solo il classico inno da stadio, ma l'inquietudine che nasconde è più profonda: il senso di smarrimento di una promessa tradita, e al tempo stesso il desiderio di ricominciare. Mettendosi in gioco in prima persona, ripartendo dai legami che contano. Prendendosi cura di sé stessi.
Era dai tempi di "The Rising" che Springsteen non realizzava un disco così compatto e risoluto, almeno tra quelli pubblicati al fianco della E Street Band dopo la reunion. I suoi immarcescibili compagni d'avventura, a dire la verità, stavolta sembrano avere un ruolo decisamente più marginale del solito (e forse non avrebbe potuto essere altrimenti, dopo la scomparsa di Danny Federici e Clarence Clemons). Ma in "Wrecking Ball" Springsteen punta a ritrovare l'orgoglio, dopo le scialbe prove di "Magic" e "Working On A Dream". E anche se il riscatto riesce solo in parte, pur sempre di un riscatto si tratta.

"Alla base, "Wrecking Ball" è cominciato come un disco di musica folk", spiega Springsteen. "Solo io e la mia chitarra a cantare queste canzoni". Il punto di partenza è il tentativo di recuperare lo spirito delle "Seeger Sessions", non a caso il momento più brillante dello Springsteen del nuovo millennio. "Wrecking Ball" cerca di coniugare quell'arrembante indole celtica con una produzione più convenzionalmente pop-rock, affidata alle mani di Ron Aniello (già al fianco di Patti Scialfa nel suo ultimo disco solista). Così, le radici irlandesi delle danze di "Shackled And Drawn" e "Death To My Hometown" si mescolano con accenti carichi di un'enfasi alla "Born In The U.S.A.". Un'iniezione di testosterone che finisce paradossalmente per smussare la forza dei brani, proprio come era accaduto in "The Rising".
Da una parte, Springsteen regala finalmente una canzone all'altezza della sua epica: è il brano che dà il titolo al disco, "Wrecking Ball", un'ode nostalgica e virile fatta di giovinezza, ruggine e sogni. Poco importa che il brano fosse già stato pubblicato come singolo nel 2009 in versione live: il suo crescendo illuminato di fiati riporta tutto a casa, celebrando la storia del Giants Stadium, il tempio del football del New Jersey, un attimo prima della demolizione. Dall'altra parte, però, il gospel modernista di "Rocky Ground" mostra il lato più debole dello Springsteen odierno, inciampando in un imbarazzante intervento rap affidato alla voce di Michelle Moore.
Tra i due estremi, l'album si assesta nel mezzo: un potenziale che non si concretizza fino in fondo, oscillando tra l'efficacia di una sezione di fiati capace di far brillare anche brani minori ("You've Got It" su tutti) e il superfluo apporto della chitarra di Tom Morello in "Jack Of All Trades" e "This Depression".

Tra i cori di "Shackled And Drawn", la fotografia del presente è semplice e impietosa: "Gambling men rolls the dice, working men pays the bill". Come riconosce lo stesso Springsteen, "è il disco più diretto che abbia mai fatto". Un disco percorso da un "patriottismo arrabbiato", un disco animato dall'amarezza della frustrazione. Non c'è nulla capace di uccidere la voglia di costruire come sentirsi derubati della propria vita. Lo sguardo diventa cinico, l'animo rassegnato: "The banker man grows fatter, the working man grows thin/ It's all happened before and it'll happen again", dichiara il protagonista di "Jack Of All Trades" su un tappeto sintetico lambito dalla tromba e dagli archi.
È facile gridare la propria rabbia come nell'invettiva di "Death To My Hometown" ("Send the robber barons straight to hell"). Ma l'indignazione non basta, non basta cercare qualcuno a cui addossare la colpa: la morte che è stata portata nelle città è la morte del desiderio. Che cosa può rimettere in moto la vita?

"C'è stato un furto che ha colpito l'idea stessa di America", riflette Springsteen. "Non c'è America se si dice a qualcuno che non può salire sul treno". Ed eccolo, allora, il treno: un treno di santi e di peccatori, un treno di vincitori e di sconfitti. Sbuca dietro la curva dei nostri giorni grigi, diretto verso la terra della speranza e dei sogni. "Land Of Hope And Dreams" era stato il brano del ritorno della E Street Band alla fine degli anni Novanta e ora diventa l'ultima occasione per sentire il sax di Clarence Clemons su un disco. È la chiusura del cerchio, anche se la versione in studio, con i suoi loop di percussioni, perde qualcosa del fuoco del brano sul palco. Una cavalcata che si fonde con i versi di "People Get Ready", mentre scorrono i vagoni di quel treno su cui non occorre pagare un biglietto per salire.
Come dicono quelli che se ne intendono di etimologia, crisi è una parola ambivalente: indica la decisione, il cambiamento. L'opportunità di rinascere. È di questo che parla l'epilogo di "We Are Alive": una sorta di Spoon River del sogno americano, una funeral band che suona le note di "Ring Of Fire" tra le strade di una città fantasma. Ma la città è viva, vibra della memoria di un popolo. Porta la voce di chi ha lottato per la giustizia, di chi è stato ucciso per il colore della sua pelle: "Our souls will rise to carry the fire and light the spark/ To fight shoulder to shoulder and heart to heart". Un'eco che dissipa le ombre e chiama a raccolta chi è ancora deciso a vivere. I tempi duri vanno e vengono, ripete Springsteen. La verità del cuore resta per sempre.

(01/03/2012)

  • Tracklist
  1. We Take Care Of Our Own
  2. Easy Money
  3. Shackled And Drawn
  4. Jack Of All Trades
  5. Death To My Hometown
  6. This Depression
  7. Wrecking Ball
  8. You've Got It
  9. Rocky Ground
  10. Land Of Hope And Dreams
  11. We Are Alive
  12. Swallowed Up (In The Belly Of The Whale)*
  13. American Land*

    *bonus tracks
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