Marillion

Sounds That Can't Be Made

2012 (EarMusic) | alt-rock, post-prog

Quattro anni. Una pausa relativamente lunga, quando si parla dei prolifici Marillion. In effetti, quelli che erano i maggiori esponenti del cosiddetto movimento neo-progressive degli anni 80, per poi quasi ripudiarlo dal '90 ad oggi, portava nel suo curriculum la bellezza di 16 album pubblicati in soli 26 anni, con diversi picchi anche nelle uscite più recenti; vedi l'indimenticato "Marbles" del 2004. La strana storia dei Marillion, in eterno conflitto con il loro ingombrante passato, (oggi si autodefiniscono così: "Se Pink Floyd e Radiohead avessero avuto un bambino in perenne contatto con il suo lato femminile, questo saremmo noi"), trova quindi un nuovo capitolo con “Sounds That Can’t Be Made”.

Ciò che sicuramente aveva innalzato le aspettative per questo lavoro fu la promessa di ben tre brani abbondantemente oltre i “magici” 10 minuti, sogno proibito di ogni buon fan del progressive-rock e cavallo di battaglia dei cinque ex-figli dei Genesis, non più sfoderato da quasi una decade. Altra benzina sul fuoco venne gettata quando si seppe che i celebri Real World Studios, di proprietà di un certo Peter Gabriel, sarebbero stati la casa natale dell’imminente nascituro. Infine, in molti si saranno chiesti quali sarebbero stati gli effetti dell’ormai consolidato sodalizio con il nuovo produttore Mike Hunter, succeduto all’amato “sesto componente marillico” Dave Meegan, padre di capolavori come "Brave", "Marbles" e "Afraid of Sunlight".

Al di là della doverosa diffidenza di trovarsi di fronte a uno specchietto per le allodole, non è un caso che in “Sounds That Can’t Be Made” siano proprio le suite a colpire maggiormente. L'apertura, con i ben 17 minuti di "Gaza", mostra senza dubbio notevole coraggio, anche per la tematica trattata: come lascia facilmente intuire il titolo del brano, Steve "H" Hogarth in questo episodio affronta un tema scottante come il conflitto mediorientale. I toni si fanno aspri sin da subito, con la sei corde di Steve Rothery che richiama inaspettatamente, seppur velatamente, sonorità figlie di Nine Inch Nails e Tool: proiettili, esplosioni, panico e terrore compongono un quadro crudo di due popoli coinvolti in un’eterna quanto assurda lotta. Steve Hogarth si trova quindi nell’insolita veste di narratore d’attualità, descrivendo un’atroce escalation di dolore, odio e violenza:

"Se semini vento, raccoglierai tempesta, si dice
Quando le persone sanno di non avere futuro
Possiamo dar loro torto, se non riusciamo a domarle?
E quando le loro speranze e i loro sogni sono infranti
E sentono che potrebbero anche essere morte
Mentre se ne vanno, le perdoneremo
Se ci prendono con loro?"

Si capisce subito che questo nuovo lavoro possiede finalmente quella vibrante energia degna dei migliori dischi della band. Non c’è la pretesa di innovare a tutti i costi, e la prova sta nel finale di “Gaza” che si snoda nei terreni sicuri ormai da anni portati avanti dagli albionici: finale in crescendo e muro di suono che introduce l’ennesimo assolo vibrante di Rothery, per concludersi in un lungo e ossessivo mantra finale. Nessuna soluzione, solo la certezza di un incubo che prima o poi dovrà pur finire:

“È come un incubo che si leva da questa piccola striscia di terra
Oscillando verso Betlemme
Un giorno sicuramente qualcuno dovrà aiutarci…”

Ben diversa è l'altra maratona del disco, la suggestiva "Montreal": non una canzone, ma un vero e proprio piccolo film, una minuscola autobiografia incastonata nel mare di esperienza di un gruppo di rockstar, alle prese con un viaggio in occasione del primo Marillion Weekend (storica convention biennale della band) nel centro del Quèbec, immerso nella calorosa e accogliente passione dei fan canadesi.
Razionalmente Montreal è la traccia più ostica dell'album: anomala, slegata, scollegata; disorienta con i suoi ripetitivi cambi d'umore e di scenario. Questo può diventare un problema, in quanto rende difficile entrare nel vivo del brano senza perdersi nei suoi meandri, ma proprio per questo motivo è necessario comprenderne il testo per scoprirne la coerenza con le situazioni che si intervallano, esorcizzando così il rischio di non apprezzare le soluzioni in essa contenuta, dal livello qualitativo assoluto.

Al decimo minuto, con l'urlo di Hogarth su:

"Era abbastanza sicuro
Stava cadendo in Montreal"

il brano raggiunge l'apice, dal quale non scenderà più per tutto il tempo rimanente, sfoggiando in rapida successione i migliori elementi della musica dei Marillion che si siano sentiti da 10 anni a questa parte, da suoni di fisarmonica che si affacciano timidi, rievocando per una frazione di secondo le sonorità dei gloriosi Harmonium (un possibile omaggio alla formidabile band canadese?), a un tappeto sonoro costruito dal duo Kelly/Rothery i quali, forse preda di una quantomai inaspettata nostalgia, richiamano le atmosfere gloriose di "Clutching at the Straw" e "Seasons End", rielaborate in un moderno concetto del neo-progressive ottantiano.
Ma il vero protagonista del brano è colui che probabilmente più di tutti lo sente suo: Steve Hogarth incanta con una prestazione memorabile, pronunciando una linea melodica straordinariamente efficace:

"Quindi, su nella mia stanza ho scoperto Leonard Cohen in TV.
‘Live in London’: non è una perfetta simmetria?
Mi si è scaldato il cuore a guardarlo galleggiare nella sala
Assorbendo, riflettendo, irradiando
Proprio come vorrei fare io, domani sera
Sopra quelle mani tese e delicate, mani delicate
Le mani delicate di Montreal"

Suggestiva la simmetria citata da H, il quale osserva in TV il canadese Cohen "galleggiare" nella hall londinese durante il suo show, immaginando di riflesso sé stesso scivolare sulle "delicate mani di Montreal" (desiderio tra l'altro poi realmente concretizzato la sera successiva, in un suo raro episodio di crowd surfing). Un momento di elevato spessore lirico che scaccia nuovamente l’ossessivo terrore del vocalist di Kendal di perdere la sua musa ispiratrice, sin dal lontano 1998 dove confidava in uno dei suoi più ambiziosi testi: "A chi lo andrai a raccontare quando non avrai più nulla da vendere?".
Sarebbe un peccato che i sopracitati brani extra-large oscurino il resto del platter, in quanto si perderebbero dei piccoli gioielli come la title track, un’originale marcia portata avanti dalla propulsione delle orchestrazioni synth di Mark Kelly, per sfoggiare un cliché tipico della band nel finale in crescendo, lasciando spazio all’epica melodia disegnata dal delay della sei corde di Rothery, autocitazione della trama melodica di Montreal. Altro “piccoletto” che rischia di cadere nell’ombra dei giganti è “Power”, che fa della ciclicità il suo punto di forza, sostenuta dai nitidi colpi di basso elettrico di Pete Trewavas, per arrivare al vero trademark della band, il wall of sound finale che spazza via la temporanea quiete dello special del brano, sotto i colpi di Rothery, con un suono più pieno che mai.

Chiaramente non mancano dei brani sotto tono, altrimenti si parlerebbe di un nuovo capolavoro assoluto della band. “Pour My Love” tenta di acciuffare le ammiccanti moine pop di Prince, senza però presentarne l’adeguato groove, sgonfiando di fatto il brano stesso, mentre “Invisible Ink” promette bene nell’incipit, ma si perde in una melodia che vorrebbe essere catchy e invece cade in una ridondanza leggermente artefatta.
Un brano disimpegnato che invece riesce a funzionare adeguatamente è il rock-blues di “Lucky Man”, sebbene richiami apertamente e un po’ comodamente le recenti sonorità del dopo-"Marbles". Tuttavia l’attenzione passa presto all’ultimo atto dell’album, l’ormai consueto gran finale che la band inglese riserva sempre. Mark Kelly siede in cattedra e disegna un'orbita con un etereo giro di pianoforte, in linea con le immagini della Nasa presenti nello splendido booklet della versione deluxe. E' il finale perfetto, dall'evocativo titolo "The Sky Above The Rain", con il batterista Mosley che con delicatezza non spreca un colpo e con un Hogarth che porta la sua voce su vette sfacciatamente inconsuete per le sue ben più di cinquanta primavere.
Una conclusione fortemente tradizionale, una "The Space" in chiave moderna da parte di una band che dopo 30 anni di attività, e 17 album, mantiene una media altissima e ben più di una vetta vertiginosa, magari senza le pretese di reinventare ogni volta la ruota.

Non raggiungeranno il livello del Peter Pan di "Marbles" o della ragazza sul ponte di "Brave", ma questi "suoni che non possono essere realizzati" possono provocare più di una vertigine.

(31/12/2012)



  • Tracklist
  1. Gaza
  2. Sounds That Can't Be Made
  3. Pour My Love
  4. Power
  5. Montréal
  6. Invisible Ink
  7. Lucky Man
  8. The Sky Above The Rain
Marillion su OndaRock
Marillion on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.