Elison Jackson

Do Not Fear To Kill A Dead Man

2013 (Telegraph) | alt-folk-rock

C’era una volta un vecchio pescatore del New England di nome Elison Jackson. Non sappiamo nulla della sua vita. Sappiamo solo che il suo nome è stato scelto dal nipote, Sam Perduta, per tenere a battesimo la propria avventura musicale: una sorta di cimelio di famiglia capace di evocare sin da subito un immaginario virato seppia, che dai cassetti della memoria torna a materializzarsi nel presente come un misterioso revenant.

“La musica che amo avrebbe potuto essere scritta in qualunque epoca e potrebbe essere suonata in qualunque forma”, afferma Perduta. E così, nella formula degli Elison Jackson, il gotico della “old, weird America” va a mescolarsi con la bassa fedeltà di uno scantinato dei giorni nostri, in una commistione di atmosfere riassunta dal gruppo con etichette ibride come “garage-folk” e “stoner-soul”.

 

In realtà, si tratta di definizioni che vanno strette alla band del Connecticut. Dopo un esordio eponimo, nel 2010, su cui si stagliava in maniera piuttosto ingombrante l’ombra dei primi Okkervil River, gli Elison Jackson di “Do Not Fear To Kill A Dead Man” sfoggiano una personalità molto più delineata. Will Sheff e soci fanno sentire ancora la loro influenza sullo sferragliare sgranato di “No Tomorrow” e “Sounds From The Hall Redux”, ma adesso la voce stentorea di Perduta chiama in causa suggestioni che vanno dai Neutral Milk Hotel più visionari alla fosca teatralità dei Timber Timbre.

Brani dall’ossatura elettro-acustica e dall’impianto rigorosamente lo-fi, in cui tastiere dal sapore acidulo convivono con lamenti di singing saw. Da una ballata infestata di riverberi spettrali come l’iniziale “Tongue On Fire” si approda così alla ritmica spumeggiante di “Disco Teen”, all’insegna di un’elettronica giocattolo che strizza l’occhio agli Arcade Fire. Nel mezzo, l’armonica di “2009” si tinge di riflessi alt-country, mentre “Biddeford 10” mette in scena un sabba degno di qualche puntata di “American Horror Story”.

 

Gli Elison Jackson, del resto, si sono dati una missione ben precisa: non suonare mai come un gruppo “educato”. “I dischi che preferisco sono i bootleg di Bob Dylan di metà anni Sessanta”, confessa Perduta. “Oggi se un gruppo suonasse così non verrebbe scelto di sicuro per partecipare ai festival. Meglio una band che fa un sacco di errori ma sa toccare i tasti giusti, piuttosto che una che continua a fare sempre la stessa cosa”.

Ed è proprio il fantasma di Dylan a fare capolino nell’epilogo di “Sad Cellar Door”: un blues elettrico declinato in chiave Elephant 6, che va a sfociare in una caotica coda finale di distorsioni. Un po’ come se “Time Out Of Mind” fosse stato registrato da una banda di ventenni nel garage di casa: il vecchio Elison avrebbe tutte le ragioni per essere orgoglioso della lucida follia dei suoi discendenti.

(21/12/2013)

  • Tracklist
  1. Tongue On Fire
  2. No Tomorrow
  3. 2009
  4. Disco Teen
  5. Do Not Fear To Kill A Dead Man
  6. Biddeford 10
  7. Dreams Of Home
  8. Sounds From The Hall Redux
  9. Sad Cellar Door
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