Greg Mullen And The Cosmic American Band

There Are AMERICAS Beyond This America

2013 (Whitehaus Family) | songwriter, alt-country

“L’America è un gigantesco ologramma”, sosteneva il filosofo francese Jean Baudrillard: il riflesso di una sorta di mitologia post-moderna, che finisce per prendere il posto della realtà stessa. Greg Mullen ha deciso di mettersi on the road proprio per questo: per ritrovare il vero volto delle mille Americhe nascoste dietro il simulacro dell’immaginario collettivo. “Pensavo all’allegoria platonica della caverna e a come possa applicarsi all’America… Forse il nostro concetto di America è come un’ombra sulla parete di una caverna che proviene da un livello superiore di realtà”.

Così, dopo la realizzazione del suo disco di debutto, “The Hungry Ocean”, pubblicato nel 2010, il songwriter americano è salito su un bus Greyhound alla stazione di Boston e si è messo in viaggio armato solo di una chitarra, fermandosi a suonare ad ogni sosta del suo tour improvvisato. Alla volta della California, un vecchio camper del 1977 ha preso il posto dell’autobus, conducendo Mullen fino a Austin, Texas. È lì che la sua nuova raccolta di canzoni ha preso forma. Con un titolo che ha tutto l’aspetto del manifesto, a lettere maiuscole e orgogliosamente in 3D (con tanto di occhialini inclusi): “There Are AMERICAS Beyond This America”.

 

Al fianco di un gruppo di amici vecchi e nuovi, ribattezzati in omaggio a Gram Parsons Cosmic American Band, Mullen riparte dal nocciolo dell’Americana, declinando in chiave country il cantautorato alt-folk degli esordi. Come un Conor Oberst con lo Stetson ben piantato in testa, la sua missione è quella di mantenere un senso di impellenza anche armeggiando con gli ingredienti più classici della tradizione.

Per riuscirci, Mullen fa una scelta radicale: un’incisione completamente analogica, direttamente sul nastro di un registratore a sedici tracce, per poi passare alla masterizzazione su acetato. “Lavorare su nastro è stato complicato e costoso, ma era quello che occorreva per ottenere il suono che stavo cercando”, spiega. “Tutto il processo ha richiesto tempi e costi maggiori di quanto avevamo preventivato, ma alla fine siamo stati in grado di fare il disco che volevamo senza scendere a compromessi rispetto alla nostra visione”.

 

Sul caracollare di ritmiche polverose, sostenute dalla batteria di Andrew Stevens e dal contrabbasso di Cole Wilson, la voce di Mullen aggredisce i versi con uno slancio appassionato, avventurandosi tra i morsi dell’armonica e i ricami della pedal steel di Evan Kaspar. L’andatura scalpitante di “Postcard From Des Moines” e “Hummingbirds” cede il passo alla carezza nostalgica di “28 Miles To Belton”, lasciandosi cullare dall’ombra di Townes Van Zandt.

Rispetto a “The Hungry Ocean”, la scrittura si fa più diretta: amicizia e tradimento si intrecciano in “Looking At Pictures Of Your Girlfriend On Facebook” intorno all’istantanea di una ragazza e del suo vecchio mandolino Gibson, con un romanticismo venato di ironia che fa pensare al sorriso sognante di Brendan Hines. E la capacità di non prendersi troppo sul serio compensa anche i bozzetti in apparenza più lineari.

Tra le note di pianoforte che scandiscono “There's Always Going To Be Someone Who's Impressed By The Brand Of Cigarettes You Smoke” e l’organo che accentua i contorni di “Barely Living In Jamaica Plain”, a riscaldare gli animi ci pensa l’incursione rockabilly di “Mountain Steep”, in un tripudio di chitarre elettriche, fiati e cori dai toni infervorati.

 

A introdurre il viaggio è la voce dell’autista del bus che annuncia la prossima fermata, come una porzione di futuro appena dietro la curva. La strada porta lontano, via dal senso di inadeguatezza di una vita che sembra lasciare sempre un passo indietro: “Everything costs too much in this city/ There’s a thousand people headed for where I want to be/ And my guess is they’ll get there before I do”.

Una fuga celebrata nell’abbandono festoso di “The Great Molasses Flood Of 1919”, alla ricerca di un punto fermo nel roteare vorticoso del mondo. Ma anche nell’angolo più remoto della terra c’è sempre un centro di gravità capace di riportare tutto a casa: “Every single river, the Seine, the Charles and the Zambezi, they all ran me right into your heart”.

Poi, la fragile nudità acustica di “Happy Birthday #2” raccoglie tutti i volti incontrati lungo il percorso, tratteggiando una galleria di beautiful losers alla maniera del primissimo Springsteen. C’è Mastro Lindo intento a riflettere sulla natura effimera della fama, c’è Giovanna d’Arco a bordo di un treno diretto alla terra promessa. Tutti all’inseguimento di un nuovo inizio, tutti protesi a cercare di afferrare uno spicchio di luna oltre l’orizzonte: “If I was a hillside and you were the yellow moon, my love, I would still try to make it up to you”.

(07/08/2013)

  • Tracklist
  1. Postcard From Des Moines
  2. Looking At Pictures Of Your Girlfriend On Facebook
  3. Hummingbirds
  4. Barely Living In Jamaica Plain
  5. 28 Miles To Belton
  6. There's Always Going To Be Someone Who's Impressed By The Brand Of Cigarettes You Smoke
  7. The Great Molasses Flood Of 1919
  8. Indiana
  9. Mountain Steep
  10. Happy Birthday #2
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GREG MULLEN

The Hungry Ocean

(2010 - Self released)
Una traversata oceanica sospinta da un cantautorato indie-folk dai toni crepuscolari

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