Mudhoney

Vanishing Point

2013 (Sub Pop) | punk-rock, grunge

Ci sono band che destano simpatia quasi a prescindere e in modo del tutto naturale.
I Mudhoney, che hanno incarnato l’anima hardcore schizoide del grunge come nessun altro e sono sopravvissuti con dignità leonina ai fasti di “Seattle capitale”, rientrano di diritto nella categoria e lo fanno per acclamazione, verrebbe da dire. Dopo un’ellissi discografica durata la bellezza di un lustro, la più lunga della loro carriera, rieccoli tonici e cattivi come da copione in quella che dovrebbe essere la loro nona uscita sulla lunga distanza (fatta la tara a una miriade di mini, EP e raccolte di rarità). Il tempo passa per tutti, è vero, ma con questa compagine di adorabili canaglie sembra essere assai più clemente che nei riguardi di numerosi colleghi della stessa scena di riferimento. A giudicarli dal solo abbrivo di questo “Vanishing Point”, si sarebbe indotti a pensare il contrario. La carburazione difficoltosa di “Slipping Away”, nel solco di un rock’n’roll di puro mestiere con il freno a mano tirato per eccessiva autodisciplina, si traduce in “I Like It Small” in una vera e propria falsa partenza, dove il notevole approccio muscolare di Steve Turner sconta qualche banalità di troppo nella licenza concessa ai soliti (un po’ logori) automatismi e neppure un Mark Arm insolitamente svogliato sembra in grado di invertire l’inerzia. Per fortuna questo giro a vuoto resta però l’unica nota stonata in un album non meno agile ed essenziale del suo diretto predecessore, equilibrato ma istintuale come ogni altro lavoro della formazione statunitense.

Lo strappo arriva subito, per paradosso, con l’artiglieria pesante della più blanda “What To Do With the Neutral”, dove il frontman si riscatta abbracciando mimeticamente il lirismo di un altro degli eroi dimenticati della Seattle dorata, lo Shawn Smith dell’avventura Satchel (qualcuno ricorda il loro splendido “The Family”?), seppur nel taglio crudo e lagnoso che ne contraddistingue lo stile. È però con la velocità, la franchezza ruvida, l’impertinenza e la giusta isteria di “Chardonnay”, che i Mudhoney sembrano davvero recuperare lo smalto dei bei tempi: follia abrasiva, impatto, graffi ed un’armonia semplicemente impressionante. Sarà anche solo una replica a base di riff e cliché risaputi – come non tarderanno di far notare i detrattori – ma è indubbio che faccia piacere ritrovare la band in una forma simile dopo così tanti anni, gli Stooges e i Black Flag ancora splendenti nel loro firmamento in qualità di stelle polari e il ruggito stropicciato del cantante (ormai ultracinquantenne) a garantire scampoli di buon umore e sicurezza a tutti i nostalgici. Nella pancia del disco scorrono senza soluzione di continuità scimmiottature hard-rock con adeguata dose di sporcizia (“The Only Son of The Widow From Nain”), reminescenze sottili dal garage-punk degli esordi nelle costruzioni ossessive e quasi autistiche che Mark spinge costantemente sopra le righe (“I Don’t Remember You”) oltre al suo solito, eccelso lavoro di controfigura dell’“Iguana”, velenosa e luciferina nel magnificare la gioia domestica con quell’inconfondibile voce acidula (“In This Rubber Tomb”).

Dedicata all’amico (e mentore in Sub Pop) Andy Kotowicz, recentemente scomparso, “Sing This Song of Joy” non manca di rispolverare il tono epico che avevano certi pregevoli episodi del gruppo negli anni della prima maturità (gli ottimi “My Brother the Cow” e “Tomorrow Hit Today”, per intendersi), mentre la conclusione si mantiene all’altezza e riesce perfino visionaria, a modo suo. Mostra a tutti denti il sorriso beffardo di una delle band più integerrime rimaste in circolazione, commovente per incisività anche senza effettacci o enfasi insincera e fieramente determinata a non staccare la spina. Inutile pretendere dai quattro di Bellevue suoni o atteggiamenti nuovi perché in fondo va più che bene così. Refrattari ad ogni ipotesi di imborghesimento, i Mudhoney si crogiolano nell’illusione di un eterno presente, e poco importa se dai tempi di “Touch Me, I’m Sick” sono trascorsi venticinque anni tondi tondi. Nell’ostinazione indefessa di chi ha sempre creduto in ciò che faceva, onestamente, anche senza mai puntare troppo in alto ma restando fedele al proprio credo estetico e a una certa filosofia musicale, va ricercato il certificato ultimo della loro purezza. Veri perdenti i Mudhoney, nel cuore di una scena e di un’epoca senza esserne mai protagonisti. Però di lusso, amatissimi dai fan come dallo staff della loro storica label e meritevoli, in fin dei conti, di assoluto rispetto. Anche in fondo a questi trentacinque minuti scarsi, la polvere alzata dal reattore ritmico fenomenale del duo Peters/Maddison e dalle spirali elettriche del sempreverde Turner rimane considerevole. C’è da scommettere che Mark Arm e i suoi compari faranno in modo che non trovi il tempo di depositarsi, prima che un nuovo colpo venga battuto.

(10/04/2013)

  • Tracklist
  1. Slipping Away
  2. I Like It Small
  3. What to Do With the Neutral
  4. Chardonnay
  5. The Final Course
  6. In This Rubber Tomb
  7. I Don’t Remember You
  8. The Only Son of the Widow From Nain
  9. Sing This Song of Joy
  10. Douchebags on Parade
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