Trophies

You Wait To Publish

2013 (Monotype) | avant-jazz, avant-rock, avantgarde

L’avanguardista Alessandro Bosetti, italiano da anni trasferitosi a Berlino, impernia la sua ricerca sul parlato quotidiano, accompagnandosi all’elettronica in ormai innumerevoli progetti. Il Teatro Fondamenta Nuove di Venezia nel 2009 gli commissiona un progetto live che lui tramuta in complesso, i Trophies, un trio non-rock composto dal suo binomio voce-elettronica, una fretless guitar (Kenta Nagai) e batteria (Tony Buck).
Dopo un primo autoindulgente “Become Objects of Daily USe” (Monotype, 2011), il trio realizza la sua prima vetta, “You Wait To Publish”. Molte tracce suonano come una decostruzione e una decontestualizzazione meditata, e per questo quasi pornografica, del ritornello pop. L’unico precedente, perlomeno in ambito rock, sembrano essere le formule cicliche del Micheal Gira dei primi Swans, con la macroscopica differenza che i Trophies anestetizzano qualsiasi brutalità per farne arte pura.

La title track suona come un giovane David Byrne, con tutti i suoi tipici scleri, che ripete ad libitum la stessa dicitura attorniato da una Magic Band particolarmente caotica, frastornante e modulata (anche se a tratti sembra accennare un ritmo complesso fusion), con tanto di trombone moltiplicato. Così “What Happens To Break This Cup”, ma con ritmo frenetico drum’n’bass e convulsamente tribale, e una chitarra dai risvolti satanici Jerry Garcia-iani, soprattutto derivante dall’”On The Corner” di Miles Davis.

“Matta Clark” si dilunga oscillando tra l’arte intonativa di Alvin Lucier e le conversational opera di Robert Ashley, secondo un duetto tra parlato dalla perfetta nonchalance e una chitarra che ne fa da robotica eco, di nuovo non disdegnando qualche stilema hippie acid-rock; nella seconda parte ripete tutta la pappardella ma rigenerato in una sorta d’inquietante sprechgesang degno del “Pierrot Lunaire” di Arnold Schoenberg. “Imperial Bath” sembra ripetere l’esperimento, ma infine s’innalza in vette siderali acutissime, un Andrew Bird in una totale stasi mistica risonante-dissonante.
“Ruota di Maggio”, declamata interamente in italiano, ritorna invece alla piana ridondanza del debutto. “I Have Been Looking” è invece una jam puramente strumentale, una locomotiva con umori minimalisti, new age, e indeterminati da poema elettronico, che varia e s’intensifica impercettibilmente, un po’ il corrispettivo avant-jazz della musica drone.

Pur profondamente europeo (registrato a Berlino da Boris Wilsdorf, masterizzato da Giuseppe Ielasi), il disco è impregnato d’idee eterogenee e universali. Come altri progetti contemporanei si situa secondo una linea, immaginaria ma freddamente razionale, che interseca un esplicito feeling jazz, la musica gestuale, la trance tibetana, la nevrosi sociopatica, la poesia concreta, le pose del soul bianco e persino l’arte concettuale. Il rigore ascetico delle ripetizioni a cicli, spesso capricciose e a rischio estetismo, si accompagna alla strenua follia delle orchestrazioni free. Trombone di Hilary Jeffrey, vibrafono di Els Vandeweyer. Il testo di “Ruota di Maggio” è del filosofo Bruno Besana, fondatore del Versus Laboratory.
Preceduto dalle session improvvisate di “A Color Photo of the Horse” (DSaCoda, 2012).

(26/12/2013)

  • Tracklist
  1. You Wait To Publish
  2. I Have Been Looking
  3. Matta Clark
  4. Ruota di Maggio
  5. What Happens To Break This Cup
  6. Imperial Bath
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