Wrekmeister Harmonies

You've Always Meant So Much To Me

2013 (Thrill Jockey) | post-rock sinfonico, drone doom metal

Il titolo di uno dei più grandi film del cineasta ungherese Béla Tarr pare aver già ispirato diversi musicisti: due gruppi di stampo post-rock ne hanno adottato il titolo – sebbene il secondo ne abbia invertito le lettere iniziali –, mentre il compositore islandese Ólafur Arnalds vi ha dedicato un intero concept strumentale nel 2010 (“...And They Have Escaped The Weight Of Darkness”).
Andreas Werckmeister coniò, nel tardo '600, quello che oggi conosciamo come “sistema ben temperato”, oltre a dissertare largamente della tecnica contrappuntistica, della quale poi si avvalsero Bach e tutti i suoi successori. Una frase musicale di pregevole fattura come parallelo dell'armonia cosmica che muove i pianeti in una placida danza, apparentemente senza fine.

Il progetto qui descritto di J.R. Robinson prende la sua attuale forma nel 2012, radunando numerosi musicisti della scena “metal” contemporanea – dunque in senso amplissimo – dagli Yakuza ai Leviathan e i Nachtmystium, per dare voce a quella che è una vera suite in senso classico, con uno sviluppo cristallino e bilanciato nell'arco di quaranta minuti scarsi. “You've Always Meant So Much To Me” non è nulla più di quel che sembra: una progressione post-tutto dalle tinte grigie, una quiete solo apparente turbata con una calma integerrima e inesorabile.
Dal limbo di un non-luogo elettronico si librano dei fiati sommessi, una contemplazione che inizialmente diremmo anaffettiva, ma che al quindicesimo minuto si arricchisce di archi e lontanissimi feedback di chitarra – una transizione vieppiù simile ai Godspeed d'inizio millennio; dopo il ventesimo minuto la deflagrazione, inaspettatamente tesa al più roboante doom metal dei Sunn O))), con l'aggiunta di una batteria che segna il tempo con solennità.

L'epicentro assorbe ben pochi minuti, lasciando maggior spazio alla dolorosa involuzione dell'anti-climax in cui risuona un'armonica, memore proprio dei temi musicali che Mihály Víg ha scritto per i film di Béla Tarr. L'estremo aftermath riprende in modo circolare il pizzicato dell'arpa che ci aveva condotto in questa landa senza nome: andata e ritorno dalla fine del mondo, come il candido orrore tra i ghiacci lovecraftiani della copertina, o una lenta sequenza finale di Tarkovskij.
Pur con la giusta obiezione che una simile formula avesse potenzialità ancor più ampie (e sarà di certo così in sede live), l'impatto di questa all-star suite è capace di sovrastarci completamente nella sua essenzialità strutturale.

Il disco è pubblicato da Thrill Jockey su Lp gatefold, perciò necessariamente diviso in due tracce corrispondenti ai lati del vinile. Trattasi tuttavia di un brano unico a tutti gli effetti.

(26/07/2013)

  • Tracklist
  1. Part 1
  2. Part 2
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