Alpines

Oasis

2014 (Untrue) | nu-r&b, electro-pop, house

Correva l'inizio del 2011, e per l'etere cominciava a farsi spazio il primo, timido, manifesto creativo della misteriosa sigla Alpines. Difficile dire più di quello che al tempo uno scarnissimo profilo Facebook e un succinto Ep, “Night Drive”, potevano raccontarci: un lui, Robert Matthews, e una lei, Catherine Pockson, musa androgina in raccolta del testimone lasciato cadere da Annie Lennox e Tracey Thorn, a tracciare l'ennesimo collegamento Londra-Bristol, ma caricandolo di fascinose sensazioni notturne, come se il viaggio al rallentatore verso l'Inghilterra dell'Ovest trovasse nel buio circostante perfetta corresponsione d'intenti, tanto nei contenuti quanto nella forma, morbida, suadente, affidata a un battito rado, sommessamente ipnotico.
Lo chiamarono “night-pop”, e al di là dell'esagerazione insita in un neologismo che forse non aveva vero e proprio motivo di essere, la definizione incarnava comunque al meglio i tratti di una musica virata sulle cromie malinconiche di un blu profondo come la notte stessa, quando il silenzio circostante si ammanta di complesse simbologie e l'unico suono è quello proveniente dell'anima.

Certo, da allora tante cose sono cambiate, e non soltanto sul versante prettamente stilistico, fatto che naturalmente salta all'occhio con maggiore evidenza. Coinciso infatti con l'abbandono dei ranghi della Polydor a favore della fondazione della loro personale etichetta, la Untrue (avranno pensato a Burial per l'occorrenza?), con una crescita nelle quotazioni che ha permesso al duo di aprire numerosi live per colleghi più o meno illustri, nonché di collaborare con act prestigiosi della nuova scena dance inglese (Maya Jane Coles su tutti), “Oasis” è lavoro nel quale, parallelamente al bagaglio di esperienze acquisite nell'ultimo biennio, si respira la totale voglia di indipendenza della coppia, non soltanto intesa nel senso di uno smarcamento dalle logiche del mercato major.
Ben consapevoli di essere parte integrante di un'epoca di profondi scombussolamenti nell'ambito del pop elettronico d'Albione, con le istanze del post-dubstep ad aver ormai assorbito totalmente la lezione del nuovo sentire urban e della riemersa scena house, gli Alpines vogliono agire in questo calderone da prime-movers, con la forza di uno stile che sa calare colpi vincenti con assoluta raffinatezza, senza mai sbracciare per segnare il punto decisivo. In fuga dall'eversività post-sessuale della talentuosa FKA twigs, così come dalle nuances autoriali dell'ultima sensazione britannica SOHN, il mélange del duo, sofisticato per quanto pervaso da una coscienziosa effervescenza, fornisce uno spaccato più emozionale ed emotivo del filone, occupando una nicchia che per sommi versi non fatica ad accostarsi a quella invece propria di una Katy B.

Poi è chiaro che le differenze saltano subito all'orecchio: dotata di un carisma interpretativo e di una sensibilità che alla rossa di Londra ancora sfuggono in gran parte, la Pockson impiega ogni stilla del suo eclettismo mettendola al servizio di basi estrose, in continua mutazione, volte a valorizzare a loro volta il canto, mai meno che ammaliante e rifinito di tutto punto. Un dialogo a doppio senso, costruito su di un'intesa impeccabile, che prende di peso una formula e la analizza sotto diverse prospettive, come una girandola lasciata roteare liberamente al vento. L'esperienza con la Coles quindi si riflette con chiarezza nelle pulsazioni trance-house di “No Other Lover”, lette con un pizzico di inquieta sensualità, mentre è il ritorno in auge della dance pianistica a far la parte del leone nella ventata Nineties di “Zero”, mitigato però da una asprezza espressiva che in più di un'occasione spolvera di soul il tutto.
Sofferta, passionale, con cambi d'umore e di tono che la pongono quasi come la più verosimile erede di Sinéad O'Connor, Catherine Pockson sa infatti rendersi credibile nei panni di nuova diva delle indie-disco, ma anche sfruttare all'occorrenza la propria estensione, giocando a carte scoperte nel campo di competenza delle signore dalla grande ugola, l'r&b. Che si tratti dunque di uno spigoloso pattern electro (“Oasis”), o di un taglio più classico (l'urban vagamente annebbiato di “Sacrifice”, quello invece più robusto, dal sapore d'inizio millennio, di “Stronger”), la Nostra raggiunge sempre performance di assoluto livello, che lavorano di fino su ogni singola melodia, su piccoli particolari e impressioni più generali, rivelando un dominio della materia encomiabile.

In fondo, poi, se ogni tanto la mano perde il controllo, smarrendo per strada una fermezza altrimenti assoluta, non è certo un peccato capitale: che male ci sarà, se si guarda al sophisti-pop come un modello di stile, e si prova ad attualizzarne le fogge, sintetizzandone la sontuosa estetica (“Freeze Frame”)? E sarà questo grosso problema, se con la forza delle proprie idee si attua una riflessione, per quanto pasticciata, sulle potenzialità comunicative del recente sentire urban-pop (“Love Blue”)? Tanto basta il tremulo candore di due electro-ballad come “Chances” e “Saviour”, sospese tra innocenza e dannazione, a ripristinare lo stupore, la convinzione che ai due servirà soltanto il giusto supporto, per continuare a dipingere la contemporaneità.
Un'oasi di finezza, nel grigiume circostante.

(08/06/2014)

  • Tracklist
  1. Oasis
  2. Blind
  3. Stronger
  4. Water (Interlude)
  5. Zero
  6. Saviour
  7. Freeze Frame (Interlude)
  8. Love Blue
  9. Sunset
  10. Chances
  11. No Other Lover
  12. Sacrifice
  13. Slo-Mo


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