Fear Of Men

Loom

2014 (Kanine Records) | alt-pop

Dell'indie-pop sopravvissuto agli anni 80/90, lo shoegaze è oggi il meno necessario e il più timido. Forse perché è l'unico ad aver raggiunto l'età adulta nella sua forma originale, dissolvendosi poi come necessaria conseguenza all'aver prodotto uno dei massimi capolavori della musica moderna. Agli emuli sono rimaste le ceneri, gli echi di un suono infinitamente ripetibile ma ormai geneticamente sterile, forse bisognoso di quell'attenzione che l'ascoltatore non è più disposto a concedere. Un fallimento annunciato, a meno di non prelevare selettivamente dal dream-pop l'unica parte priva di scadenza, come fatto dal terzetto di Brighton.

Sono giovani i tre Fear Of Men (nome proveniente dalle ricerche di Jessica Weiss sulle malattie mentali e i disturbi d'ansia) e non faticano a credere. Credono nel potere taumaturgico della musica pop, nella sua magia romantica e decadente, nelle infinite possibilità che le otto note offrono a chi voglia restare aggrappato ad uno stato d'animo, descrivere le piccole emozioni di una giornata o guardarsi indietro con solo l'ombra di un rimpianto. "Loom", il loro debutto su lunga distanza prodotto autonomamente e registrato interamente durante sessioni notturne, riassume dunque le angosce e l'ansia che perturbano l'introversa mente di Jessica Weiss ("Mortality anxiety and feeling lost are my biggest creative stimulants") che non nasconde debiti di scrittura verso Anais Nin, Freud, verso la visione di storia vista come paesaggio morto di Walter Benjamin o traendo ispirazione dai film di Fassbinder.

Il terzetto è dunque essenzialmente votato a uno spleen melodico pieno e terso, che poggia su sonorità oscure e sull'interpretazione vocale limpidissima della Weiss, confermando le allusioni-ossessioni ricorrenti per l'inghilterra del pop, ovvero le espressioni drammatiche, decadenti e dandy che vanno di pari passo con una veste grafica molto curata (anch'essa ad opera della Weiss) che privilegia estetiche monocromatiche, gothic e noir. Ma "Loom" non è solo pop esistenzialista - perché di questo si tratta - è un disco liquido: la sua superficie apparentemente uniforme è in continuo e armonico movimento ma non permette ad alcun corpo estraneo di scombussolare il suo moto per più di pochi secondi. "Loom" si lascia riscaldare dalle correnti, è un disco ospitale ma misterioso.

Chi riduceva lo shoegaze in formule (Velvet più feedback?) si troverà allora spiazzato nel trovare riportata alla luce una materia pop pura ed essenziale, agrodolce sino allo smarrimento ed a suo modo unica. Quella dei Fear Of Men è un'opera di liberazione inaspettata e benvenuta. La loro musica diventa così una manifestazione di autenticità: voci tremano e vibrano nell'ombra mentre violini accarezzano ovattati distorsioni di chitarra, come un eco lontano e irraggiungibile. Senza evocare fantasmi, tracciano l'intensità dell'impeto pop come solo i Cocteau Twins e i Sundays degli esordi sono riusciti a fare, giocando con la stessa materia in forme opposte e qui idealmente collegate. Eterei e distanti, Jessica, Daniel e Michael abbracciano la nebbia in sospensione e la eleggono ad unico, insufficiente riparo; dietro (dentro) di essa compongono melodie stranianti ma vivissime, che tradiscono viva partecipazione: dopo lo splendido trittico iniziale "Alta", "Waterfall" e "Green Sea" (rimasterizzata insieme a "Seer"), "Vitrine" è inno impossibile per la saga 4AD, fatta di silenzi e abbandono ("Something’s wrong/ Shadows are swallowing me/ And I don’t know what to do") di intrecci corali e lente tessiture acustiche per profondità marine, dove la luce giunge debole e con difficoltà, introspettiva al punto da far scaturire le proprie suggestioni dalla visione periferica dell'ascoltatore anziché esplicitarle, ma senza gettarsi a fondo nella materia liquefatta come l'inquieta "Tephra": viscosa e magnetica, impertubabile di fronte al minaccioso sostrato sintetico che minaccia di travolgerla ("You know there’s a price to pay/ For living through me/ Show me what/ I used to be/ Offer me your darkest day/ To release me/ The waves are calling you, they’ll take it all").

Ma la spina dorsale di "Loom" è il verbo dream-pop spogliato di orpelli e concentrato in un registratore a quattro piste, ridotto a una desolata ballad come "America" cui mancano gli elementi e una certa densità shoegaze, ma non certo il linguaggio per esprimersi ("Without a body I am free to dissolve/ You became a part of me before I knew myself"). Gli echi dei primi-Cranberries di "Early Fragments" sono tutt'altro che scomparsi, ma sostanziati e spodestati da un impenetrabile lavoro di armonia, di dettagli nascosti (i fiati in "America") o negli accordi intrecciati dalla splendida "Luna" con il suo incedere di onde travolgenti ("I’ve tried my best to destroy you but the waves/ Keep overflowing me/ Washing me out ‘til I’m empty") e di laconiche esplosioni melodiche. La chiave di lettura di "Loom" è la solitudine, vissuta come preziosa occasione di intimità con se stessi come nella sguazzante "Descent" ("I’m afraid to face myself/ A womb or tomb would hide me well/ The body and the bones are just a veil/ And in a selfless way you sheltered me") che filtra i This Mortal Coil attraverso i Popguns.

È un album di indie-pop adulto, "Loom", bello e posato, filtrato da una maturità serena e acquisita attraverso sussulti capaci di avviluppare le forme pop in strutture e iterazioni che potrebbero sfiorare il post ("Inside") o avvicinarsi con più stretta intimità all'Heavenly-sound degli anni 90, che poi è il manifesto programmatico dell'indie-pop post-C86. Timido ma schietto l'aftertaste dolcemaro che avvolge la conclusiva "Atla" con le sue abbozzate dichiarazioni ("If you never leave me I’ll never understand you/ Because I’ll never know what I could have been without you") su una morbida chitarra acustica: è un momento di estasi assoluta, di quelli che vorresti catturare in una polaroid e invece non puoi far altro che sentire e risentire dalla sera alla mattina.
In conclusione non è solo un disco che incanta, che esplora le emozioni umane con una certa dose di intelligenza che potremmo definire smithsiana, capace di coniugare certezze e mestizie con invidiabile misura, permeato da un intimo senso di perdita eppure mai smarrito, in cui ogni idea è anzi sviluppata sino al pieno compimento e l'angoscia si stempera in arrangiamenti puntuali e melodie floreali. Oltre ad essere tutto questo, "Loom" è anche un disco che ha il non comune merito di saper esportare l'indie-pop, ne siamo certi, fuori dalla stretta nicchia in cui troppo spesso, senza volerlo, si isola. E per questo va incensato.

(25/04/2014)



  • Tracklist
  1. Alta
  2. Waterfall
  3. Green Sea
  4. Vitrine
  5. Tephra
  6. America
  7. Seer
  8. Luna
  9. Descent
  10. Inside
  11. Atla
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