Mammane Sani

Taaritt

2014 (Sahel Sounds) | afro-minimal-synth

La storia di Mammane Sani Abdullaye è una di quelle dimostrazioni di come le spinte al rinnovamento creativo possano arrivare per le congiunture astrali più imprevedibili, dalla finestra più spesso che dalle porte principali e ufficiali. Nato e cresciuto tra Niamey e Lagos, benvoluto nelle cerchie alto-borghesi e istituzionali grazie ai contatti della famiglia, entra prestissimo negli ambienti culturali cittadini e diventerà di lì a poco funzionario dell'Unesco in Niger. Durante uno dei suoi viaggi “diplomatici”, verso la metà degli anni Settanta, un funzionario del Rwanda gli presenta un organo di fabbricazione italiana, l'Orlo. Mammane ne rimane catturato dal suono sull'istante e decide di acquistarlo su due piedi. La tradizione vuole che quello sia stato il primo organo a vedere i climi e i contorni dell'Africa occidentale.

Quella di Mammane Sani e dell'Orlo è una relazione che si protrarrà per quasi una vita intera, sebbene accompagnata dall'interesse simultaneo per altre case di organi e sintetizzatori. Trenta e più anni trascorsi a comporre, incidere, riassemblare decine e decine di pezzi, creazioni proprie così come interpretazioni di classici folk nigeriani e, negli ultimi anni, colonne sonore commissionate da tv e documentaristi. Anni in cui il nostro ha anche riarrangiato, se non del tutto reinventato lo strumento, ancora oggetto di sporadici ritocchi, sempre con l'obiettivo di estrarne un sound unico e preciso. Ed è difficile trovare altri aggettivi se non quello di “unico” nel provare a inquadrare la musica di Mammane Sani.

“Taaritt” esce a poco più di un anno da un'altra pubblicazione Sahel Sounds che ha proiettato per la prima volta l'attenzione su questo speciale personaggio (la raccolta “Mammane Sani Et Son Orgue”), sconosciuto in Occidente e moderatamente apprezzato in patria, e mette insieme per la prima volta otto composizioni registrate tra il 1985 e il 1988 nei Samira Studios di Niamey e nel Kham Mai di Parigi, in cui Abdullaye, oltre al suo Orlo, utilizza diversi synth, un Roland, l'Rca Victor 70 e uno Yamaha RX5.
Il suono che ne viene fuori potrebbe essere riassunto come qualcosa di prossimo a un'allucinazione desertica in 8-bit. Melanconiche melodie sintetiche sfilano su beat minimali e frequenze basse alienate, in un operare non lontano da alcuni lavori di Jean Michel Jarre, eppure profondamente diverso per colore – decisamente più scuro – e stile, dove la ripetizione, il trasognato e l'occasionale bizzarro giocano un ruolo centralissimo.

Potrebbe sembrare una forzatura superficiale, il tentativo di alcuni commentatori di pescare in queste ballate i tratti e le sopravvivenze dell'afrobeat. Vero. Eppure sarebbe difficile negare il calore fisico, decisamente raro negli ambienti synth, di pezzi come “Dangay Kotyo” e “Zara Zarakoy”, il tacito anelito di esoterico di un brano come “Taaritt” e della dimensione olistica che l'opera al completo suggerisce tra le righe di un mood gentile e rilassato. Tutte qualità che passano inevitabilmente ad Abdullaye dagli spiriti di una generazione non troppo distante dalla sua, pur con le dovute differenze di attitudine e visione, quella dei Fela Kuti, dei Tony Allen o dei King Sunny Adé, e in qualche modo sedimentati tra le energie di una terra arroventata e musicalmente ancora tutta da raccontare.

I proventi dalle vendite di “Taaritt” (disponibile a dollari 5), infine, saranno donati integralmente ad Abdullaye per aggiornare il suono del suo Orlo e per l'ampliamento del suo ambiente compositivo digitale. La storia continua.

(06/10/2014)

  • Tracklist
  1. Ya Bismillah
  2. Ci Da Dy
  3. Alfarey
  4. Gosi
  5. Dangay Kotyo
  6. Amiram
  7. Zara Zarakoy
  8. Taaritt
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