Ah! Kosmos

Bastards

2015 (Denovali) | dream-tronica

Basak Günak nasce e cresce a Istanbul, e tanto basta a capire quel poco che si può capire della sua musica. La città del meticcio per eccellenza, eternamente contesa fra un Occidente che la desidera ma a cui non appartiene, e un Oriente che rappresenta al tempo stesso la sua culla di nascita e il suo (possibile) letto di morte. Il fascino opposto all'indecisione, l'abbraccio del pluralismo che si scontra con la necessità di un'identità: tutte tematiche che, in modalità e con sfumature diverse, troviamo nel disco di debutto di Ah! Kosmos, che è senza mezzi termini come minimo uno dei regali più belli che questo 2015 per ora assai fecondo ci ha donato.

Dire “che musica fa" Ah! Kosmos è un'impresa ardua se non impossibile, proprio perché nella miscela di Basak convivono una miriade di elementi diversi, tutti trasfigurati attraverso gusti irregolari, pulsioni spontanee e dunque (volutamente) contraddittorie, omologazioni elaborate per pura associazione di idee. Ogni brano, poi, fa storia a sé: “Bastards” è una sorta di colonna sonora distopica, sfuggente, pervasa da un alone di mistero seppur così palese, chiara, diretta nelle sonorità e nelle scelte stilistiche. Persino associare e interpretare i titoli e i (pochi) testi diviene impresa assai complessa e legata a doppio filo alla soggettività dell'ascoltatore.

“Stay”, primo approdo sostanziale dopo la sfuggente ma già emblematica partenza di “Out/Ro/In/Growth”, è una sorta di messa gotica rielaborata in ambiente trip-hop/post-dubstep, è Burial al ralenti che incontra i Black Tape For A Blue Girl, è un affresco surreale eppure così concreto, tangibile nella sua sofferenza esistenziale. Cambiano le tende, arriva la tempesta sensoriale di “Home” che è il contraltare, l'altra faccia della medaglia, arpeggi, synth in loop, scariche regolari e spoken francofono, è il pezzo che l'ultimo Yann Tiersen scriverebbe se dovesse fare da colonna sonora al prossimo film di Nolan.

Luci e bagliori si susseguono a velocità tiratissima lasciando però intravvedere fin troppo bene l'ombra di fondo. Se nell'intervallo di “Distortion In Space” è una sofferenza fisica e passeggera a distrarre fra dissonanze e rumore, in “Terrace Of Waterfall” ci pensa un campionario di loop degno del Jon Hopkins più mistico a travolgere in un turbinio di immagini e visioni momentanee. La cavalcata synth-rock di “And Finally We Were Glacier” - come portare i God Is An Astronaut più evocativi in un cataclisma spacey - rappresenta in tal senso l'apice del climax, fra svisate di chitarra distorta e una base sintetica mai così seducente, lontana da qualsiasi forma d'oscurità.

Ogni singolo brano è un gioiello che fa storia a sé, un instant classic che assomiglia a tante cose ma non assomiglia a niente, indelebilmente legato al precedente ma assolutamente autonomo nello svolgimento. Su “Always In Parentheses”, di colpo e quasi inattesa, l'oppressione ricapitola, pescando qualcosa dalla tradizione rivisitata nell'ultimo John Foxx. La velocità rimane altissima fino alla fine, quando nel vortice nero pece di “Never Again” a trionfare è un misto di rassegnazione e adattamento: è il disegno definitivo della frenesia e, soprattutto, delle sue conseguenze sull'universo circostante.

Negli occhi rimane un bagliore, una macchia fugace, come se tutto fosse accaduto nel giro di pochi istanti. Fuori dal vortice, di colpo, ri-catapultati in una realtà di cui questo disco altro non è se non una metafora in musica. Pregnante, profonda, sensazionale.

(07/05/2015)

  • Tracklist
  1. Out/Ro/In/Growth
  2. Stay
  3. Home
  4. Distorsion In Space
  5. Trace Of Waterfalls
  6. And Finally We're Glacier
  7. Always In Parentheses
  8. Never Again


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