Brian Campeau

Donít Overthink It, Overthink, Overthinking

2015 (Art As Catharsis) | avant-folk

Abbiamo spesso gettato un pensiero a quello che Nick Drake avrebbe potuto creare dopo “Pink Moon”: lucido testamento sonoro della cosmica sofferenza che, ancora oggi, indica la strada a molti folksinger. Forse è questa la causa del continuo citazionismo del musicista nato in Birmania, nelle recensioni di chiunque abbracci una chitarra per estrarne malinconici e astratti idilli sonori.
Dal 1972 a oggi molti hanno aggiunto toni e colori alla dimensione estetica di quella rivoluzione copernicana, nessuno però si è soffermato sulla forza innovatrice di quei 28 minuti e 22 secondi; dopo 43 anni è forse giunto il tempo di celebrare la rinascita di quell’attitudine con il quarto album del chitarrista australiano Brian Campeau.

Eccellente chitarrista, musicista eclettico, compositore raffinato e originale, Brian è coinvolto in numerosi e disparati progetti musicali: la band bluegrass Green Mohair Suits, il punk-act di Jimmy Swouse & The Angry Darts, il duo con Elana Stone, il gruppo folk Manger, e non ultimo il progetto The Rescue Ship.
“Don’t Overthink It, Overthink, Overthinking” è ufficialmente il terzo album in oltre dieci anni d’attività: il primo disco autoprodotto “Brian Campeau And The Solitary Game” appartiene infatti alla categoria dei lost album, dopo che l’autore ha cancellato qualsiasi traccia di tutte le registrazioni antecedenti al vero esordio “Two Faces”.
Schizofrenia ? Insofferenza? No, piuttosto coerenza artistica, che l’australiano condensa in due parole: trasparenza, onestà, elementi oramai svaniti dal music business.
Questa costante inafferrabilità di Brian Campeau non è una strategia per alimentare il suo status di cult-artist. Il chitarrista non ama gli schemi, affida a Bandcamp le duecento copie del suo ultimo cd e definisce la sua musica "pornografia strumentale e vocale", affermando di passare gran parte del suo tempo a organizzare se stesso. Ma il suo vero cruccio è dar vita a qualcosa di mai fatto prima.

“Don’t Overthink It, Overthink, Overthinking” è il primo progetto che riesce a condensare in modo perfetto la sua abilità di cesellatore di suoni, il suo articolato virtuosismo chitarristico, il dominio della tecnologia e del sampling, il canto intenso ed evocativo e una perfetta scrittura armonica e lirica.
Brian Campeau è l’erede dei visionari della musica rock, come Syd Barrett addomestica la passionalità del pop alla frustazione dell’emarginazione, riprende in mano la tradizione del suo conterraneo Bruce Cockburn, trascinando la forza descrittiva del fingerpicking in una dimensione ancor più glaciale e asciutta, che sfida le pagine più belle di Leo Kottke e John Fahey. Ma soprattutto ribalta la prospettiva che finora tutti hanno usato per ripercorrere la strada di Nick Drake, mettendo ancor più limiti estetici e formali di Bon Iver o Mark Kozelek.

Essenziale, austero, disturbante, confortevole “Don’t Overthink It, Overthink, Overthinking” apre scenari plumbei (“Introduction”) per torturarli con scudisciate di chitarra e campane a festa senza batacchio (“So Long Angela”) in attesa di ribaltare la prospettiva con una sequenza di accordi impossibili e virtuosismo di gran classe (“Garden Song”).
Mette in fila canzoni disordinate o senza meta (“Write Me A Song”, “High Horse”, “Interlude A”) tra scrosci d’acqua, suoni cristallini e gelidi come un iceberg, riscaldati dal suono di una tuba e scampoli di hip-hop futurista, che in poco più di cinque minuti raccontano una delle evoluzioni possibili del suono da acustico a sintetico, una costante comune al lavoro del musicista, che resta sempre in attesa di una soluzione finale.

Dove Campeau si dimostra maestro, è nella tessitura di armonie elettroacustiche che mettono insieme minimalismo, armonie corale e fine scrittura, ed ecco che le progressioni etniche di “Over” e l’ipnosi magica di “How We Knew” diventano un unico linguaggio, nel quale i confini della canzone sono ridotti a brevi interludi che servono da raccordo tra splendide incursioni nel folk di “Watching You” o nel blues di “These Days”, che asciugano le ultime lacrime di Barrett e Drake senza alcun compendio emotivo.
La voce di Campeau si eleva, inciampa nei suoni (il break di “These Days”), si nasconde (“Interlude B”), si flette (“Choking Myself”), insegue frammenti di cristalli e roccia in imprevedibili sequenze di folk tribale (“Song About Nails”), prima di approdare come Robinson Crusoe nelle pieghe dell’epica, con una delle tribolazioni pop più belle degli ultimi anni, ovvero quella “Cutting Ties” che insegue da tempo i miei incubi più perigliosi, e che Campeau rimette a nuovo con una versione ancora più intensa e struggente di quella regalata al suo pubblico più di un anno fa.

Quando è il momento di tirare le somme, una strana sensazione prende possesso della mente: mentre intorno a noi il tuono dei fucili è sostituito dai kalashnikov, le fabbriche lasciano posto ai rifiuti, il ricordo e il rimpianto hanno preso definitivamente il posto della speranza e dei sogni, ha senso stare qui a parlare di musica e suoni che forse non lasceranno traccia se non in pochi fortunati adepti? Ha valore rimarcare l’importanza di avere dischi come questo, capaci di rimettere in gioco l’azzardo e il rischio? O forse tutto è gia giunto alla fine, ed è rimasto solo il silenzio a sovrastare il pensiero, quello stesso pensiero che si arena dietro trentadue minuti di landscape sonori (“End”, appunto) che sembrano innocui e immobili, e invece delineano i margini di un dialogo che sembrava possibile, ora si affida al silenzio, alla contemplazione, al quel non pensare troppo ("Overthinking", appunto) che diventa l’unica via di fuga dalla normalità?

(06/07/2015)



  • Tracklist
  1. Introduction
  2. So Long Angela
  3. Watching You
  4. Over
  5. Choking Myself
  6. Write Me A Song
  7. High Horse
  8. Interlude A
  9. These Days
  10. Interlude B
  11. How We Knew
  12. Song About Nails
  13. Cutting Ties
  14. Little One
  15. Garden Song
  16. End
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