Dove eravamo rimasti? Era il 2018 e con “Old Tricks New Tricks” il geniale e funambolico musicista e compositore canadese Brian Campeau, residente in Australia, si prendeva beffa della vacuità dei media con un set di canzoni estroverse e spensierate, senza perdere un briciolo di quella diabolica imprevedibilità associata a un talento chitarristico e vocale unico.
Due anni dopo, l’atipica raccolta di inediti e false B-side “Ambience Driver” era riuscita a tenere salda l’attenzione sul folletto dell’alt-folk, senza però placare la sete dei fan più agguerriti, pronti a raccogliere la prossima sfida.
Alla carriera solista, Brian Campeau ha in passato abbinato deliziose scorribande bluegrass con i Green Mohair Suits, intermezzi punk con la band dei Jimmy Swouse & The Angry Darts e divagazioni folk con i Manger e Elena Stone. Non era dunque prevedibile sapere cosa avesse in cantiere per il futuro.
Con “Brian Campeau Presents Jo Dellin And The Bone Spurs” il musicista canadese si reinventa sotto le vesti di un atipico cantante country, devoto sia alla giocosità del bluegrass che all’esuberante tecnica dello yodel. L’album scorre come un film fantastico, con tanto di titoli di testa (“What Am I Doing?”) e di coda (“What Have I Done?”), affidati a due versioni diverse e complementari dello stesso brano (se avvertite una certa somiglianza con “Silent Night”, non stupitevi: è un richiamo voluto).
Il gioco di incastri tra country e yodel è stuzzicante, il semplice duetto tra voce e chitarra con in sottofondo il fruscio di un vecchio disco a 78 giri di “Carpet” e il sibillino suono del sintetizzatore che intercetta sonorità country e canto yodel a due voci nell’elegante ballata alla Bob Dylan “Ain’t Having Fun” rappresentano il piatto più ghiotto di questa nuova attitudine creativa di Campeau.
Ma è in “Ruby” che emerge la trasversalità del progetto: la fiabesca e a tratti grottesca storia d’amore che fa da sfondo al brano è un pretesto per esplorare le tante sfumature del canto yodel, ma soprattutto per inserirlo in un contesto più colto ed elaborato.
Ben diverso l’approccio in “Song For You”: a un canto yodel più tipico, Brian Campeau appiccica una melodia difficile da dimenticare, un attimo di leggerezza che contrasta con le tracce più elaborate che potremmo definire “non yodel”. In questa categoria appena accennata spicca per originalità “Tall Poppy”, un esercizio chitarristico-vocale che destruttura un potenziale brano metal–prog con risultati eccellenti, “These Waves” è invece un singolare matrimonio tra il fascino bucolico del folk e la musica psichedelica, con toni che vanno dall’epico al surreale: a emergere è la voce di Brian, mentre la più robusta “Plans” permette al musicista di esibire un tocco chitarristico inusuale.
“Brian Campeau Presents Jo Dellin And The Bone Spurs” non è un disco ordinario, nessun lavoro di Campeau in verità lo è. Basta leggere la lista delle dichiarate influenze, da Erik Satie ai Rolling Stonese o da Mary Halvorson a Clifton Chenier, per capire che non c’è nulla di scontato in quest’album. Se desiderate spezzare la routine dei vostri ascolti, questa è l’occasione giusta per scoprire un artista di raro talento.
13/08/2025