Dimartino

Un paese ci vuole

2015 (Picicca) | songwriter

Ci sono luoghi dell’anima e lì anche solo una rondine può far primavera: chiudendo le ali sopra un campanile, planando su fontane e strade bianche in collina, volando tra bambini che giocano e spose sorridenti, ragazzi seduti scomposti su panchine arrugginite. Oltre i boschi e i cortili bruciati dal sole, oltre le insegne del bar centrale, quel volo sarà testimone di un tempo che scorre senza cambiare davvero chi lo abita, di trepidanti attese e di ritorni altrettanto emozionali. Perché “Un paese ci vuole”, come scriveva Cesare Pavese, “non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Parte da questa idea, poetica, consolatoria, rassicurante, Antonio Di Martino, cantautore siciliano trentenne. Da qui, con gesto pittorico descrive la sua isola, il suo paese, utilizzando colori pastello utili a tratteggiare in realtà tante altre province e campi di grano, sogni sognati su e giù lungo il Paese, quello con la lettera maiuscola. Storie di persone che se ne sono andate, che le circostanze hanno costretto a partire, ma che poi il destino lascia anche tornare. E’ il terzo album di studio e oggi come non mai, cantando ciò che più lo ispira e che meglio conosce, l’artista trova il suono, l’espressione tangibile della raggiunta maturità: dodici tracce per un viaggio da vivere dall’inizio alla fine, una conferma di talento che va ben oltre le eventuali influenze e si fa solida realtà del panorama nostrano.

Naturale, quasi inevitabile che per dar forma e sostanza alle canzoni si dovesse registrarle in un casale sperduto nelle campagne della provincia palermitana: una produzione ricca ma non ridondante, miscela elettroacustica di chitarre, pianoforti, synth e sezione ritmica, ai quali si aggiungono episodicamente archi, languidi sprazzi di marimba, squilli di tromba. Si alternano ballate struggenti e tempi medi all’insegna di un pop/rock levigato, cesellato, nella migliore tradizione cantautorale. Ospiti di riguardo: Francesco Bianconi dei Baustelle, presente in “Una storia del mare”, e Cristina Donà a impreziosire la conclusiva “I calendari” entrambi i pezzi tra i più riusciti di un disco che, lo ripetiamo, andrebbe comunque fruito nella sua interezza.

E pensare che la prima idea alla base di tutto il lavoro era balenata sul sedile di un autobus in Messico: l’autore guarda fuori dal finestrino, osserva immagini che in qualche modo gli ricordano la sua Sicilia, a oceani di distanza. Da qui la suggestione di un paese, anzi "del paese". Minuscolo e gigante. Antidoto alla frenesia dei tempi moderni. Luogo natio, di commiati e ritrovata accoglienza. Là dove una beatitudine può arrivare all’improvviso così come una rondine, e fare primavera.

(03/05/2015)



  • Tracklist
  1. Come una guerra la primavera
  2. Niente da dichiarare
  3. La vita nuova
  4. Da cielo a cielo
  5. Una storia del mare
  6. La foresta
  7. Case stregate
  8. L'isola che c'è
  9. Stati di grazia
  10. Le montagne
  11. A passo d'uomo
  12. I calendari


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