La recente classifica di Ondarock dedicata ai dischi fondamentali della canzone d’autore italiana ha avuto, tra gli altri meriti, quello di ricordare quanto sia scivolosa la definizione stessa di cantautorato. Una parola che, usata male, finisce per indicare tutto e niente: l’autore che canta le proprie canzoni, una chitarra in primo piano, una certa postura pensosa, qualche frammento autobiografico lasciato a vista. Quando torna a significare davvero qualcosa, però, chiama in causa un equilibrio più profondo, fatto di parola e suono, racconto privato e immaginario collettivo, forma canzone e costruzione di un mondo.
“L’improbabile piena dell’Oreto”, nuovo album solista di Dimartino a sette anni dall’ottimo “Afrodite”, si colloca esattamente all’interno di questa categoria. Dopo gli anni condivisi con Colapesce e l’esposizione enorme di “Musica leggerissima”, Antonio Di Martino rientra in una dimensione raccolta, appartata, quasi domestica, dove ogni suono sembra dover giustificare la propria presenza. È il suo disco più autobiografico da tempo: dieci brani lontani dal centro radiofonico e dall’idea di trasformare il successo in una formula replicabile. La definizione più efficace l’ha data lui stesso: un disco folk senza hit. Una frase semplice, persino disarmante, che fotografa bene la natura del progetto.
Dentro questa scelta si muove una genealogia stilistica riconoscibile, mai esibita come citazione frontale. Si avverte qualcosa del Battisti più libero, del Lucio Dalla più intimo e istrionico, delle melodie sghembe e luminose di Enzo Carella. L’ombra di Piero Ciampi passa nella disponibilità a lasciare scoperta la vergogna dell’emozione, mentre l’affinità più vicina sembra portare alla seconda stagione di Niccolò Fabi, quella della sottrazione, del dettaglio, della maturità come spazio di domande. Una tradizione che nel disco riaffiora mobile, ancora capace di cambiare pelle.
La materia sonora è coerente con questa traiettoria. Tutto nasce attorno alla chitarra acustica, vero scheletro del disco, ma il pianoforte ha un ruolo altrettanto decisivo quando entra in scena: essenziale, intenso, dilatato. Attorno a questi nuclei si innestano un coro femminile, archi che ampliano la profondità del racconto e un’elettronica delicata, sinuosa, mai prevaricante: un lavoro di cesello che amalgama e impreziosisce la materia acustica.
Dimartino ha raccontato di avere immaginato lo scorrere dell’acqua mediante il rumore di un sintetizzatore, aprendo e chiudendo il cut-off fino a trovare un suono simile al fluire del fiume. Un dettaglio tecnico che rivela molto: l’elettronica lavora in trasparenza, trasformando l’immagine dell’acqua in una presenza fisica, quasi tattile.
L’Oreto, il fiume che attraversa Palermo, è il principio che organizza l’intero album. Le canzoni scorrono una dentro l’altra, le code diventano introduzioni e le pause nette scompaiono. Nato pulito e poi sporcato dal contatto con la città, il fiume assume un valore morale e poetico: penetra la storia, accumula detriti, si compromette e continua, con ostinazione, a cercare il mare. La sua foce, segnata anche dalle ferite del sacco di Palermo e da una cementificazione feroce, aggiunge alla metafora una dimensione concreta, quasi civile.
L’improbabile piena del titolo tiene insieme tutto questo: una possibilità remota, quasi assurda, eppure ancora viva. Come un fiume che tutti considerano morto e che invece potrebbe straripare; come una persona adulta che, dopo lavoro, figli, lutti, disillusioni, promesse mancate, si domanda se possieda ancora la capacità di emozionarsi.
La sequenza dei brani scelti come anticipazione — “L’oro del fiume”, “Meravigliosa incoscienza”, “Agua, ¿dónde vas?” e “Contemplare il cielo attraverso le dita” — ha funzionato quasi come una mappa progressiva dell’album.
“L’oro del fiume” è la porta d’ingresso più elegante: una canzone sobria, trattenuta, dove la figura del cercatore diventa metafora di una fuga, di una gabbia invisibile, di un desiderio di libertà espresso con passo lieve. L’acqua, la ricerca, il margine, la promessa di qualcosa che brilla e forse non si lascia possedere: c’è già molto del disco in questa prima corrente.
“Meravigliosa incoscienza”è uno dei passaggi in cui l’album trova la sua forma più compiuta. L’introduzione al pianoforte, delicata ed evocativa, apre uno spazio sospeso: poche note estese, quasi da chansonnier, avanzano con passo leggero prima di lasciare entrare una materia sonora più ampia e corposa. Qui entra in scena anche lo ’u sugghiu, creatura leggendaria della tradizione siciliana, sospesa tra rettile e mammifero e legata alle zone paludose e alle acque stagnanti. Dimartino la recupera dai racconti del nonno, trasformandola in un’apparizione della paura infantile e lo fa senza folklore da cartolina, come un’immagine rimasta sepolta nella memoria. Il mostro viene avvicinato, due ragazzi gli vanno incontro per riconoscerlo e disinnescarne la paura. È una delle intuizioni più belle del disco: il quotidiano resta concreto, fisico, sporco di fango e di paura, ma una crepa visionaria gli permette di mostrarsi in tutta la sua inquietudine.
Il richiamo a Federico García Lorca in “Agua, ¿dónde vas?” allarga il campo. L’acqua diventa interrogazione sul tempo e sul destino degli elementi semplici: il fiume, l’albero, gli uccelli, la rosa. La canzone cerca una lingua tra filastrocca e vertigine, mentre l’inclinazione sudamericana apre una fenditura nel folk mediterraneo dell’album. L’immaginario del fiume si allarga poi in “Conrad”, quasi più quadro sonoro che canzone: il coro femminile evoca le atmosfere cupe e psicologiche di “Cuore di tenebra”, il celebre romanzo di Joseph Conrad, e sposta il corso dell’acqua dal Mediterraneo al Congo, dove risalire il fiume significa anche arretrare nel tempo, verso un’origine remota del mondo e di sé. In questo passaggio si avverte bene la natura di un album che fonde la storia siciliana e l’introspezione, racconto popolare e inquietudine adulta, tenendosi deliberatamente lontano dalla logica della hit radiofonica.
“Contemplare il cielo attraverso le dita” mostra la faccia più apertamente melodica del disco. L’eco di Modugno affiora come memoria armonica: un passo popolare, un andamento antico, una domanda sospesa sulla consistenza della vita adulta. È una delle canzoni in cui Dimartino sembra avvicinarsi con maggiore naturalezza a quella linea di cantautorato semplice e insieme ricca, melodica con misura, popolare nel passo e tutt’altro che accomodante.
Se l’infanzia fornisce al disco i suoi mostri e le sue apparizioni, l’età adulta gli consegna il bilancio. “Gusci vuoti” riapre una ferita già presente nel primo Dimartino, quella della sconfitta generazionale, spostandola in un’età diversa. Gli ex compagni si ritrovano a un funerale e misurano la distanza tra ciò che immaginavano di diventare e ciò che la vita ha consegnato loro. Il dato più duro sta nella normalità della delusione: i sogni adolescenziali svaniscono quasi sempre senza fare rumore, lasciando in mano oggetti poveri, resti, gusci appunto.
“Storia della mia rabbia”, posta in chiusura, porta il percorso al punto di esondazione. La rabbia diventa una creatura cresciuta insieme a noi, un animale interno che abbiamo provato ad addomesticare con l’amore, con la ragione, con l’abitudine. Dimartino la racconta con una capacità rara di darle corpo: una presenza viva, quasi una persona incontrata di nuovo dopo anni, forse creduta sopita, forse soltanto rimessa al proprio posto. Cambia stanza, invecchia con noi, può incontrarne un’altra generata da una nuova ferita e finire persino per confliggere con essa. Dentro lo stesso individuo convivono più piene emotive, più correnti contrarie, più versioni non conciliate del proprio buio.
La compattezza del lavoro nasce da un’idea di attraversamento molto precisa: i momenti più immediati e quelli più carsici si richiamano a vicenda, costruendo una personalità che cresce ascolto dopo ascolto. Il disco chiede di entrare nella corrente, di seguirne il corso, di accettare che alcuni passaggi colpiscano subito e altri lavorino per deposito, fino a rivelare tutta la propria temperatura nel silenzio che li circonda.
Nel suo andamento acustico, nella cura degli spazi e nella scelta di lasciare respirare l’emozione, “L’improbabile piena dell’Oreto” rimette in circolo alcune coordinate profonde del cantautorato italiano: una parola che indaga, una melodia attraversata dalla memoria, una chitarra che sostiene il passo del racconto e un paesaggio capace di farsi autobiografia. Il desiderio di spogliarsi riguarda anche il modo in cui queste canzoni verranno portate dal vivo, da solo, voce e chitarra, senza pedalini, loop station o basi preregistrate. In un tempo in cui tutto sembra mediato, lucidato, corretto, l’immagine del cantautore solo davanti al pubblico torna ad avere una piccola forza politica: una necessità di presenza, prima ancora che una scelta di formato.
Dimartino torna al fiume per capire se qualcosa, dentro di sé e dentro le canzoni, possa ancora straripare. La risposta ha il passo discreto dell’acqua che continua a muoversi sotto la superficie, anche quando nessuno la guarda più.
13/05/2026