Cristina Donà

Cristina Donà

Ritorno a casa con miracoli

di Claudio Fabretti

Da emula di PJ Harvey a eroina dell'era più felice dell'indie tricolore, fino alla recente maturazione, all'insegna di un cantautorato pop più universale. Tra luci, ombre e collaborazioni di prestigio. La parabola di Cristina Donà da Rho, un piccolo "miracolo" italiano

In principio fu l'indie-rock più livido e viscerale. Cristina Donà da Rho (Milano) si presenta sulle scene come una giovane cantautrice dal piglio aggressivo, capace di sposare la tradizione del songwriting con le asperità rock di eroine come PJ Harvey e Liz Phair. Ma Cristina ha quel qualcosa in più che sa sedurre anche vecchi santoni come Robert Wyatt e David Byrne, che le tributano inaspettati apprezzamenti.
In breve tempo, diventa la nuova stella del firmamento indie-rock tricolore, che negli anni Novanta conosce il suo momento di maggior spinta e successo commerciale. Vince il premio Ciampi nel 1995, collabora con un nome di spicco della canzone d'autore newyorkese come Eric Wood, conquista un largo consenso di critica. Merito delle sue composizioni raffinate e dei suoi testi dal notevole impatto emotivo, sui quali una voce duttile e al tempo stesso incisiva viaggia a briglie sciolte, disegnando armonie sorprendenti.

A rievocare il repertorio di Polly Jean Harvey sono principalmente il tono umorale di alcuni suoi passaggi sonori, l'accompagnamento costante con la chitarra, gli arrangiamenti sovente spigolosi e un procedimento narrativo che si snoda per immagini. Caratteristiche che fanno la fortuna del disco d'esordio, Tregua.

Tre anni dopo Cristina Donà fa il bis con Nido, l'album più complesso e ambizioso della sua carriera. L'impianto sonoro, ricco e intricato, è al servizio di una voce quanto mai ricca di sfumature. I testi abbracciano una molteplicità di argomenti e sensazioni. C'è struggimento, eleganza, ironia, profondità, e tutto è lontano da qualsiasi luogo comune o facilità commerciale. E la produzione del disco è affidata alla mente degli Afterhours, Manuel Agnelli.
Spicca, tra le collaborazioni, il nome di Robert Wyatt, un maestro per la Donà che ha anche partecipato a "The different you", il disco-tributo per il musicista britannico realizzato da alcuni musicisti italiani. "L'ho incontrato al Salone della Musica - racconta Cristina Donà -. Mi venne a vedere. Mi colpì per la sua gentilezza, fu un pomeriggio di piacevole conversazione. Quando si trattò di lavorare a 'Nido' Manuel propose di inviargli dei pezzi per vedere se avrebbe partecipato alla realizzazione di alcune canzoni. Nella peggiore delle ipotesi avrebbe potuto rifiutare. Invece accettò. È autore degli arrangiamenti di 'Goccia'. La precedente versione, quella senza di lui, era molto scarna e Wyatt l'ha impreziosita, aggiungendovi curiosi suoni di tromba e un accompagnamento cantato in forma di bolero. La cosa che mi ha molto colpito è stata che ci ha detto di non usare nulla di ciò che non ci fosse piaciuto".
La suggestione poetica della title track, la romantica malinconia di "Goccia", l'esplosione vitale de "L'ultima giornata di sole", l'essenzialità perfetta di "Mangialuomo" sono solo alcuni degli episodi più riusciti dell'album, che segna un certo distacco dal precedente "Tregua". Specie per gli arrangiamenti. "Manuel ha influito moltissimo sui suoni di 'Tregua' - spiega Donà -. Gli arrangiamenti particolarmente elettrici erano merito suo. 'Nido' è molto diverso e, per una serie di fattori, per nulla "distorto". È molto più vario di 'Tregua'. Ad esempio, 'Mangialuomo' ricorda un Tom Waits più solare, accompagnato da un'orchestra. Sono affascinata dal contrasto tra liriche pesanti e cupe e musica solare, e viceversa". E nel "Nido" di Cristina non manca, in effetti, una certa solarità: "E' un disco strano, anche spiritoso dalla seconda metà in poi. C'è l'ironia che mancava su 'Tregua', e ciò perché forse il periodo in cui fu composto 'Tregua' non lasciava molto spazio all'ironia".
Nonostante una formazione prettamente rock, Cristina Donà ama spaziare tra i generi. "Sto ascoltando Wilco - racconta -, il Brasile di Gilberto Gil e Caetano Veloso, Paul McCartney, Marco Parente, Ginevra Di Marco. In passato U2, Waterboys, e tra gli italiani soprattutto Fossati". E' decisa a portare avanti l'altro-rock" italiano, quello che difficilmente si ascolta nelle radio, insieme ai suoi amici e compagni di tournée: i La Crus, gli Almamegretta, gli Afterhours, i Marlene Kuntz.

Cristina DonaNel successivo Dove sei tu (2003), spiazza subito la nuova produzione, affidata a Davey Ray Moor, leader dei Cousteau, conosciuto, sembra per caso, durante un festival inglese nel quale l'artista bergamasca si esibiva. L'effetto è un approccio meno cupo rispetto al passato, dove la voce risalta ancora di più in tutta la sua limpidezza (e infatti la stessa Crstian Donà ha fatto notare che il problema era quello di incoraggiare le frequenze basse della sua voce, che è invece impostata su frequenze alte; allo scopo sono stati usati vari microfoni ed effetti).
Toccanti i brani melodici e d'effetto ("Nel mio Giardino", "Invisibile"), ma non mancano anche sfumature stile jazz ("In fondo al mare"). Si prosegue con pezzi più carichi che non possono mancare nel repertorio live ("Triathlon", in un'insolita doppia veste con l'ausilio dei Subsonica, e "The Truman Show"). Infine, Cristina Donàsi cimenta anche con la lingua inglese in "Give It Back (To Me)", primo esperimento che magari potrà avere un seguito nel futuro. L'uso di parti melodiche più marcato rispetto ai lavori precedenti risulta convincente e, unito all'apporto di validi strumentisti come quelli attuali, potrà rappresentare in futuro la premessa per nuove, interessanti evoluzioni nella carriera della cantautrice lombarda.

Nel settembre 2004 esce Cristina Donà, l'atteso album in inglese, pubblicato in Italia da Mescal e nel resto del mondo, in 33 paesi, da Rykodisc International; a trainarlo, il singolo "Invisible Girl".

Il bell'anatroccolo è diventato un cigno e così il nuovo album, La quinta stagione, esce con tanto di major e nuova produzione (Emi e Peter Walsh). Ma la Donà si getta alle spalle il passato; e gli esperimenti. Dieci ballate, arrangiamenti timidi più che garbati, suono totalmente appiattito. Se il talento maggiore della cantautrice lombarda è sempre stato quello di saper scrivere benissimo un tipo di canzone: quel lento atmosferico e involuto squarciato di pathos all'improvviso, alla "Goccia", ma anche alla "Invisibile", di canzoni del genere a questo giro ce n'è solo una, ed è il gran bel singolo d'apertura, "Universo". Il grosso pensa invece a barcamenarsi, viaggiando da arie classiche ("Come le lacrime") sino a ballate rock ("L'eclissi" e "Niente di particolare"), e sfondando la porta della prevedibilità. Maggiore personalità fra i brani portanti la trovano solo "I duellanti" e "Laure", che pure non convincono, e mostrano in modo ancor più bieco come il formato (lievi pop-rock con fumo di classe e gusto insipido) non lasci spazio a variazioni consistenti.
E infatti sono proprio i contorni a brillare, come "Settembre", con le sue decisioni, le sue inquietudini, i suoi synth e la linea che ricalca "Volo in deltaplano" (uno dei pezzi più introversi di Nido). Come "Conosci", recitato su archi, che regala anche uno dei rari sussulti a livello di testi ("Conosci i miei occhi quando guardano verso di te, i giorni normali senza un gesto da ricordare. Conosci i miei occhi quando guardano lontano da te, i particolari delle mani che non so curare"), per il resto persi in un racconto di coppia, amore e problemi alquanto banale ("Ma non c'è niente di particolare, a parte il fatto che mi manchi. E non c'è niente di particolare, vorrei essere con te").
Scavalcando la fantasia eccessiva del suo recente passato, la Donà fa il giro completo fino a ingrigirsi del tutto il vestito. L'atteggiamento alienante della produzione e gli stretti argini di un mezzo espressivo inadatto ne cancellano ogni guizzo vitale; al punto che finalmente anche il suo nome potrebbe far breccia negli spazi dei soloni incappottati e imbolsiti dai loro anni di militanza pseudo-critica.

Il successivo Piccola faccia segna un'ulteriore tappa d'avvicinamento a un cantautorato pop più morbido e universale. Una evoluzione in linea con il percorso esistenziale dell'artista lombarda. La Cristina Donà di oggi è una donna solare, un'autrice che ha voglia di scrivere canzoni dirette, esplicite, che parlino della vita di tutti i giorni senza troppi filtri né orpelli. Sarà che la Cristina Donà di oggi è prima di tutto una madre felice, a cui le piccole, umane necessità sono più familiari che mai. La cantautrice di Rho sembra aver trovato una propria precisa collocazione nell'immaginario di chi è abituato a pascolare lungo le non esattamente salubri lande della musica italiana. Anche se finisce su "Repubblica" e il "Corriere della Sera" e racconta di ispirarsi a Battisti e di aver provato ad andare a Sanremo, popolare - riferendosi a una popolarità di massa, perlomeno - lei non lo sarà mai. Non serve guardare che etichetta campeggia su suoi dischi (la Emi), poi, per capire che ormai è improprio tirar fuori il solito comodo e vago concetto di scena "indie" italiana. Niente da fare, Cristina Donà sta precisamente nel mezzo. Badate bene, però, mica galleggiando. Piuttosto con una consapevolezza piena dei propri (tanti) talenti e della misura del proprio registro espressivo.

Le canzoni di Torno a casa a piedi (2011), che molto devono anche alla mano da orchestratore di Saverio Lanza, sono in equilibrio quasi perfetto. Per lo più parecchio lontano dal rock, magari, ma mica deve essere per forza un difetto. Anzi. La scrittura è ispirata, le melodie funzionano, gli arrangiamenti, ancorché a tratti un po' in esubero, pure. Una ricetta semplice, un prodotto di qualità eccellente. L'aria buona della mezza montagna bergamasca dove s'è ritirata ormai da qualche anno, alla Donà sembra far sempre più bene.
"Ho paura a volte di aver perso qualcosa. Ho paura sempre di rimanere sola". Il disco apparentemente si conclude così. Invece in calce alla sua crepuscolare "Lettera a mano", una ballata dolente ed ermetica, che a un certo punto si impenna e si frantuma in uno strascico quasi robotico, Cristina Donà piazza una ninna nanna a cui affida tutta la speranza e la dolcezza di una madre che sa che, solo per il fatto stesso di essere madre, sola non potrà mai più rimanere. È una ninna nanna cantata ma senza parole, questa traccia fantasma, e questo veloce passaggio dallo smarrimento alla rassicurazione è più di un sigillo: ci dice che la vita va vissuta e che passata la giornata, passate le storie belle e brutte e passate le canzoni, avere un po' paura è normale, ma di avere fiducia, in sé e negli altri, vale sempre la pena.
D'altronde com'è che era cominciato il disco? "Io credo nei miracoli che la gente può fare", già. Un pezzo spumeggiante, "Miracoli", una piccola marcia trionfale in cui la Donà annuncia rivoluzioni affidandosi a colorite scorribande di fiati. È il singolo già in rotazione da prima di Natale, è il traino migliore che si potesse scegliere e il miglior modo per mettere le cose in chiaro. Segue "Un esercito di alberi", una dichiarazione e insieme una richiesta d'amore, molta poesia, archi avvolgenti, ancora fiati, si parte piano, gradualmente si cresce e si chiude adagio tra le note basse di un piano. Poi arriva il tempo della Donà sbarazzina: "In un soffio" è una specie di foxtrot di quelli alla Silvestri, mentre "Giapponese" è un campionario di piccole cose e visioni quotidiane retto da un altro campionario, altrettanto vario e un po' schizoide, di suoni.
Calmati un po' gli animi, sboccia "Più forte del fuoco", una romanticheria pop molto ben confezionata, tutta accordi minori e grandi sospiri d'amore, che si candida a diventare una delle prossime hit del repertorio dal vivo della cantautrice lombarda. "Aquilone" (uno dei tre brani con Piero Monterisi, in prestito da Silvestri, alla batteria), subito dopo, suggerisce un altro modo di immortalare la quotidianità, spensierato, veloce e swingante. Poi la title track, in cui la quotidianità raccontata stavolta è presunta, una storia di infedeltà ironica e post-moderna, ballata da chitarrone folk e archi a tutto andare. Quindi l'altra ninna nanna dell'album, "Bimbo dal sonno leggero": Cristina parla a suo figlio di un mondo che potrebbe andar meglio, ma nel quale c'è comunque una riva sicura da cui guardare la notte e su cui poter dormire in pace. E prima che cali il sipario viene fuori la Donà più elettrica, con la tirata rock'n'roll di "Tutti sanno cosa dire". Che quando ci vuole ci vuole.
In definitiva, un disco di grande qualità, probabilmente il migliore della Donà da molto tempo a questa parte. Non male, come suggello a vent'anni di vita on stage.

Nel giorno del suo compleanno, Cristina Donà presenta al mondo l’ottavo album di studio, Così vicini (2014), sotto l'egida di una label indipendente, come al tempo dei suoi esordi. Liberata di un peso/zavorra di entità multinazionale (la nuova Emi/Universal), Cristina è tornata così a poter curare il giardino segreto delle sue canzoni, pronte a sbocciare senza fretta o pressioni. Così vicini è questo e molto altro: la necessità di ritrovare un’intimità perduta, il desiderio di esplorare quello che siamo e ricondurlo appunto in superficie, come fosse una conversazione con qualcuno, un amico, un compagno, un figlio, un paesaggio. In modo da capire, crescere, e magari anche saper affrontare con armi più affilate certi demoni interiori. Il dialogo su disco avviene a voce bassa oppure media, lasciando da parte i registri più rock del cantato: sì, ci sono almeno un paio di brani dall’andatura più vivace (“Il senso delle cose” e “Siamo vivi”), ma il fulcro sembra respirare altrove, sulle pieghe e tra i rami maestosi di “Perpendicolare” o nei corridoi, nei cortili della memoria evocati dalla canzone che dà il titolo al nuovo lavoro, un piccolo gioiello in bilico tra folk, pop e canzone d’autore.
Dieci canzoni che colpiscono, ma che necessiteranno di ripetuti ascolti per farsi apprezzare completamente: intrecci di chitarre acustiche ed elettriche, pianoforti, canti e controcanti, archi e fiati, una sezione ritmica mai sopra le righe, ad accompagnare (così come gli arrangiamenti) le parti vocali e la narrazione senza tuttavia sovrastarla. Per questo, onore al merito anche a Saverio Lanza, co-autore delle musiche, produttore artistico e arrangiatore.
Più che in passato, pare di essere al cospetto di un “concept album” in forma di romanzo intimista, i cui capitoli vivono intrecciati e accomunati da un filo rosso di seta. E alla fine del viaggio, ironia della sorte, si ha un’ultima percezione: quella di non essere mai “arrivati” davvero: al contrario, la sensazione è di dover ripartire, perché “così vicini” significa ancora altra strada da fare, nuove scoperte di cui meravigliarsi, galleggiando tra le onde leggere di un equilibrio che Cristina Donà pare aver raggiunto. Inquieta artisticamente, mai sazia o appagata, prosegue il suo cammino.

Contributi di Filippo Michelini - Aktivirus ("Dove sei tu"), Ciro Frattini ("La quinta stagione"), Ariel Bertoldo ("Così vicini")

Cristina Donà

Ritorno a casa con miracoli

di Claudio Fabretti

Da emula di PJ Harvey a eroina dell'era più felice dell'indie tricolore, fino alla recente maturazione, all'insegna di un cantautorato pop più universale. Tra luci, ombre e collaborazioni di prestigio. La parabola di Cristina Donà da Rho, un piccolo "miracolo" italiano

Cristina Donà
Discografia
 Tregua (Mescal, 1997)

6,5

Nido (Mescal, 1999)

7,5

 Dove sei tu (Mescal, 2003)

6,5

 Cristina Donà (Mescal/Rykodisc, 2004) 
 La quinta stagione (Emi, 2007)

4

 Piccola faccia (EMI, 2008)  
Torno a casa a piedi (Emi, 2011)7,5
Così vicini (2014)7
pietra miliare di OndaRock
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(2003 - Mescal)
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