Marlene Kuntz

Marlene Kuntz

La catarsi dell'alt-rock italiano

di Claudio Lancia, Claudio Fabretti

Per anni band di culto, fra le prime a cercare una via italiana al rock alternativo di derivazione americana, ha raggiunto nel tempo un certo livello di successo senza mai rinunciare ai suoni lividi e distorti che li ha sempre caratterizzati. E dopo un percorso tutt'altro che lineare, continua a graffiare

Per anni band di culto, con un ristretto ma fedelissimo pubblico, oggi i Marlene Kuntz sono una realtà del rock italiano, premiata anche da buoni riscontri di vendite, ma Cristiano Godano e soci non hanno mai rinunciato ai loro "comandamenti", cercando sempre di coniugare il noise-rock degli esordi con una forma canzone più accessibile al grande pubblico.
Più giovani di Csi e Afterhours, negli anni 90 i Marlene Kuntz sono stati fra i più bravi a incarnare le ansie e le sofferenze della nuova generazione alternativa, che li elesse propri guru, un po' come successe qualche annoprima ai Cccp. Un ruolo nel quale il gruppo non sembrò mai trovarsi a proprio agio, cercando continuamente nuove vie espressive e una costante spinta evolutiva tuttora in corso.

Il nucleo base dei Marlene Kuntz nasce da un'idea di Riccardo Tesio e Luca Bergia, che in quel di Cuneo, ancora adolescenti, frequentano la stessa scuola. Inizia così la ricerca del cantante, che porta alla scelta di Cristiano Godano (che suonava nei Jack On Fire). Nel giugno del 1989, i primi concerti. Risale a quel periodo la nascita del nome Marlene Kuntz. Nell'inverno tra il 1989 e il 1990 la band realizza il primo demo, al quale ne seguono altri due, sempre senza esito. Nell'inverno tra il 1992 e il 1993, dal momento che non accade nulla, decidono di fare un ultimo tentativo dopodiché, in caso d'insuccesso, avrebbero rimesso tutto in discussione, con la concreta possibilità di sciogliersi.
Sembra questo il loro destino finché, nel giugno del 1993, su "Rockerilla" esce una recensione molto positiva del loro terzo demo: "Grande rivelazione i Marlene Kuntz da Cuneo, un travolgente impatto elettrico, sciabolate di suono che fendono i migliori tratti del rock estremo italiano; finalmente i gruppi italiani cominciano a cantare nella madrelingua in modo convincente ed efficace. Se l' Ep di prossima uscita manterrà le promesse di questo nastro avremo tra le mani un disco dell'anno." La recensione, unita a un insieme di circostanze favorevoli, cambieranno tutto e dall'idea di un mini-cd i Marlene Kuntz passeranno alla realizzazione di un album.

Arriva così nel 1994 Catartica, disco-rivelazione del nuovo rock italiano, capace di mescolare inni al rumore e lievi melodie, rabbia post-punk e lirismo boemienne. Basti ascoltare l'ouverture di "M.K.", con il suo suono corposo e abrasivo, l'irata "Festa mesta", la sardonica "Merry X-Mas", la desolata "Canzone di domani" o il riff al fulmicotone di "Sonica", destinata a divenire uno dei loro cavalli di battaglia.
Ma il climax emotivo del disco è la struggente ballata "Nuotando nell'aria", forte di una melodia irresistibile e di un crescendo finale da brividi. I Marlene Kuntz diventano in poche settimane i portabandiera del nuovo rock italiano, livido e lancinante, fortemente influenzato dal "noise rock" dei Sonic Youth. il loro più evidente riferimento stilistico.

Il passo successivo li vede rimarcare tutta la loro inquietudine esistenziale: Il vile, akltro lavoro fondamentale del rock alternativo italiano degli anni 90, appare come il frutto di un'implosione del gruppo nel proprio dolore. L'arrivo del nuovo bassista, Dan Solo, di estrazione metal, incide sul sound che diviene ancor più plumbeo e duro ("Cenere", "Overflash").
Non mancano le ballate ("Come stavamo ieri", "Ti giro intorno"), ma i vertici dell'album sono da rintracciare nell'ode scomposta di "Ape regina", nelle distorsioni al cardiopalma di "L'agguato" e nella sonicità di "Retrattile" e "Il Vile".

Il successivo mini-cd Come di sdegno prosegue sulla stessa falsariga, mescolando lampi di rabbia e sofferte introspezioni. Una dicotomia ben espressa dall'iniziale "Aurora", nella quale la dolcezza del suono si sposa ad un testo particolarmente crudo.
E se "Questo e Altro" sfoggia un inconsueto profluvio di campionatori, la traccia conclusiva, "La vampa delle impressioni" esaspera verve sperimentale e pretenziosità del gruppo, mescolando un'improvvisazione in studio di mezz'ora con le declamazioni di Godano, in un testo impregnato di ira e desolazione.

Ho ucciso paranoia, dai testi ancora una volta forti, ricercati e appassionati, rappresenta il compromesso fra l'anima melodica del gruppo e quella più inquieta. Se alcune canzoni appaiono convenzionali e easy ("L'abitudine", "Una canzone arresa"), non mancano sprazzi di desolante alienazione, come nell'iniziale "L'odio migliore", e scampoli d'intenso lirismo (la struggente "Infinità"). 
Affiorano i primi germi di una contaminazione con un pop più di maniera e di facile consumo. Nessun calcolo commerciale, però, secondo la band. "Mi preoccupo solo che quello che facciamo sia in qualche modo completo, che abbia un fondamento e, come creazione, sia inattaccabile da più punti di vista", spiega Cristiano. A conferma di ciò, i Marlene Kuntz hanno lasciato all'ascoltatore la scelta di acquistare o meno in allegato all'album il bonus cd "Spore", contenente prove di studio, esplorazioni soniche e sperimentazioni assortite.
 
A suggello del lungo tour promozionale di Ho ucciso paranoia, a fine 1999 viene pubblicato l'efficace disco dal vivo H.U.P. Live In Catharsis, che ben rappresenta il felice momento della band, forte di una selezione che resterà la migliore possibile dei primi anni del quartetto piemontese, salvo qualche dolorosa esclusione ("L'odio migliore", "Retrattile") dovuta ad esigenze di spazio. Il titolo stesso rappresenta la summa dei primi tre sforzi produttivi: H.U.P. è l'acronimo di "Ho Ucciso Paranoia", LIVE è l'anagramma di Vile, CATHARSIS è il chiaro riferimento a "Catartica".
La tracklist raccoglie quasi tutto il meglio finora realizzato, concedendo spazio tanto agli irrinunciabili classici ("Sonica", "Nuotando nell'aria", "Lieve") quanto agli sperimentalismi improvvisati sul palco (un paio di digressioni strumentali che prendono come da consuetudine il nome di Spore, sempre seguite da un numero identificativo), tanto alla cruda aggressività ("1°, 2°, 3°", "Il vile", "Festa mesta") quanto a momenti straordinariamente melodici ("Ineluttabile", "Infinità", "Come stavamo ieri"). H.U.P. Live In Catharsis ha anche il pregio di riproporre i brani prescelti con un suono più curato e moderno, rispetto a quanto si poteva ascoltare nei primi lavori, con l'ulteriore spinta della carica live. Con questo lavoro retrospettivo i Marlene Kuntz si confermano la punta di diamante della scena indipendente italiana, che negli anni '90 visse il momento d'oro.

Il loro viaggio continua circa un anno più tardi con Che cosa vedi, pubblicato ad ottobre del 2000. Un viaggio sempre in bilico tra rumorismo alla Sonic Youth e melodia, che li vede per certi versi vicini agli esperimenti degli italo-americani Blonde Redhead. Restano le stimmate del suono-Marlene. E i trenta secondi iniziali di "Cara è la fine" lo spiegano bene: ritmo incalzante, chitarre graffianti, voce sofferta. Rispetto al disco precedente, l'approccio compositivo è cambiato, non ha paura di aprirsi alla melodia, da sempre presente nelle canzoni del gruppo piemontese, ma spesso nascosta sotto l'aggressività delle chitarre. I Marlene non hanno perso la cura maniacale dei dettagli (basti ascoltare le tastiere presenti nel disco, suonate da Gianfranco Fornaciari), né il loro stile. Ma l'hanno trasferito su un terreno dove non era mai stato. Con esiti non sempre all'altezza delle aspettative.

Nelle tredici canzoni del disco si spazia da atmosfere più sature ad altre più rarefatte. E se i sussurri di "La canzone che scrivo per te", in duetto con Skin degli Skunk Anansie, possono legittimamente alimentare un senso di mollezza (e di noia), a colpire sono soprattutto i testi, in "murder ballads" come "Cara è la fine" o in semplici canzoni d'amore come "Malinconica", in cui Cristiano Godano dà il meglio di sé, confermandosi anche una delle voci più espressive del panorama italiano. Nel complesso, però, la deriva pop è più che evidente e aliena ai Marlene le simpatie di molti fan della prim'ora.

Deriva pop che viene momentaneamente spazzata via da "Cometa", un'abrasiva nuova composizione che torna a scuotere positivamente i fan della prima ora, utilizzata nel 2001 come brano portante dell'omonimo EP. Cometa chiude definitivamente la prima parte della carriera dei Marlene Kuntz, che da lì in poi inizieranno a cambiare pelle.
L'EP, oltre alla title track, vede la presenza dell'inedito "Playboys latini", ripropone "La mia promessa", genera nuove registrazioni di "Nuotando nell'aria" e "Trasudamerica", contiene le versioni remix di "Infinità" e "Come stavamo ieri", si chiude con la riproposizione dal vivo de "La vampa delle impressioni". 

Senza Peso (2003) esprime sin dal titolo la contraddizione insita da sempre nella musica dei Marlene Kuntz: un senso di leggerezza ("Nuotando nell'aria"...) contrapposto a un'idea di cupa gravità. Le loro sonorità sono quantomai secche e immediate, ma anche torbide e decadenti. Grazie anche alla produzione di Rob Ellis e Head, la band piemontese conferma le scorribande rock in brani come "Sacrosanta verità", "L'uscita di scena", "Con lubricità" e "A fior di pelle" (scelta come singolo), alternate a emozionanti tenui ballate, come "Ci siamo amati", "Notte" e "Schiele, lei, me".
Il violino di Warren Ellis (Dirty Three) aggiunge un tocco di magia e, a parte qualche imperdonabile banalità ("Ci sono istanti/ che vivere è una merda..." in "A fior di pelle"), i testi di Godano raggiungono una notevole intensità poetica, tra immagini cupe e citazioni di rilievo (Schiele, Updike). Il lato sperimentale della band viene assicurato dalla presenza della lunga traccia conclusiva "Spora 101".

La nuova fase Marlene è partita, molti adoratori della prima ora non si riconoscono più nello spostamento dell'asse sonoro voluto dal quartetto piemontese, confermato nel 2004 dall'EP Fingendo la poesia che, oltre a contenere la bella ballad già presente in Senza Peso, fa discutere per la presenza di due cover provenienti da mondi lontanissimi rispetto alle abitudini di Godano e soci.
"Non gioco più", originariamente portata al successo da Mina, e "Alle prese con una verde milonga" di Paolo Conte, spaccano in due pubblico e critica: sarà soltanto la prima di una lunga serie di scelte da molti ritenute opinabili.

Il successivo Bianco Sporco (2005), registra l'abbandono tutt'altro che pacifico del bassista Dan Solo, sostituito da Gianni Maroccolo (ex Litfiba e Csi) che ha preso parte alle registrazioni dell'album assieme a Rob Ellis, che jha curato gli arrangiamenti di tastiere e archi. Bianco Sporco conferma lo spostamento dell'asse musicale dei Marlene verso quel cantautorato raffinato già lambito dal lavoro precedente, anche se la band non rinuncia a qualche impennata di rock viscerale. Così facendo la formazione piemontese resta come intrappolata fra la rinuncia dei "fragori e schianti" degli esordi per percorrere la strada di un raffinato pop-rock impreziosito dai delicati scambi e fraseggi di Godano e Tesio, oppure cercare un fragile equilibrio tra le due istanze. Il titolo scelto sembra ricalcare questo dualismo: un suono bianco, nitido, puro e cristallino, ma capace ancora di replicare una modalità rock sporca, dura, distorta.
L'album si apre con "Mondo cattivo", canzone abbastanza tirata che contiene quasi un avvertimento a chi si accinge ad ascoltare questo cd, un messaggio a "quegli stronzi che non apprezzeranno mai", che non hanno approvato la svolta sonora sin qui intrapresa. La voce di Godano trascina il pezzo, uno dei più segnati dall'influenza dei Sonic Youth, verso un finale strumentale in cui emerge il basso di Maroccolo oltre ai consueti dialoghi chitarristici dello stesso Godano e di Tesio. "A chi succhia" parte come un tranquillo pezzo pop per approdare a un finale inaspettato. Stesso discorso valga per "Il solitario", che si evolve in un'atmosfera distorta e chiassosa. I Marlene non rinunciano a essere cattivi, ma ora lo fanno con classe e purezza, mancando però dell'ispirazione, del "fuoco sacro" che animava i loro primi lavori. "Bellezza", il singolo che ha anticipato l'uscita dell'album, presenta un violino che rimanda alla musica dei Dirty Three e un ritornello che è quasi un manifesto delle scelte espressive di Godano e soci, caratterizzate da una perenne ricerca della raffinatezza. "Poeti", forte di un testo notevole, è tra i pezzi migliori dell'album ed è seguita da un'infernale "Amen", ricca di un pathos che rimanda - con le dovute proporzioni - alle atmosfere di "Ape Regina". "La lira di Narciso" sfugge alla consueta struttura di molte canzoni presenti nel disco, grazie alla presenza di una parte narrata che riporta a "La vampa delle impressioni" e "Vortice", alcune delle vette "sperimentali" della band. "L'inganno" richiama nelle parti strumentali trame slow-core (Codeine) e post-rock (Mogwai). Degna di nota anche "La cognizione del dolore", liberamente ispirata all'opera di Gadda, in cui Godano urla con forza le strofe, fino a un finale che ricorda vagamente quello dell'epica "Nuotando nell'aria". Il disco si chiude con "Nel peggio", brano estremamente tirato, che trova una calma apparente nel finale.

L'artisticità "a tutti i costi" inseguita da Cristiano Godano in questa fase della vita di Marlene, porta la band a ricercare nuove soluzioni, sempre meno abrasive rispetto ai travolgenti esordi.
Nel 2006 si imbarca in un tour nel quale vecchi cavalli di battaglia e nuove composizioni vengono riproposti con arrangiamenti più tenui e controllati.
Ne emergono dei Marlene Kuntz spuntati e non sempre a fuoco.
A date ultimate viene pubblicato il disco del vivo S-low, che prende il titolo proprio dal nome del tour.

Con il successivo Uno (2007) la band di Cuneo approda a un rock d'autore, oscuro, elaborato e ricco di sfaccettature. Un disco di disequilibri, in cui si osa su tutto, a partire dalla voce, dal mezzo falsetto evocativo di "Canto", un uso deliberatamente improprio del mezzo, dalla resa comunque accettabile. Proprio la traccia d'apertura è uno degli esperimenti più arditi: batteria vagamente jazz, colpi di cristalli, chitarrismo teso e involuto, lavorìo infinito di Marroccolo al basso, controcori e un inciso quasi lirico. Risultato gradevole, portato a compimento nella successiva "Musa", brano dalle sfumature pop, una luminosa ode che s'avvale della presenza di Paolo Conte al pianoforte. "111" è invece una canzone a due facce: a una prima parte incentrata su un chitarrismo lento e avvolgente, segue una seconda caratterizzata da esplosioni di suono violento. "La ballata dell'ignavo", gonfiata eccessivamente dall'orchestrazione, e la mielosa "Canzone sensuale" sono ricche di pathos romantico. 
Meglio quando i Marlene si caricano di stranezze, come nell'atmosfera far-west su cupi cerchi di chitarra di "Fantasmi", con gli sgraziatissimi ululati di controcoro e la carica elettrica del finale. Il corpo centrale paga però dazio per la presenza di brani meno brillanti (l'onirica "Abbracciami", i giochi di ralenti e ripartenze di "Sapore di miele", la tenerezza sfuocata di "Canzone ecologica"). Per ritrovare uno spunto significativo bisogna finire in orbita Csi, con la title track, tradizionale rock song epica con inciso e muro chitarristico efficaci. Disco atipico e coraggioso, con una solida idea di fondo, Uno non riesce a tradurre gli obiettivi in canzoni compiute, riuscendo soltanto a far intuire le atmosfere che la band aspirava a raggiungere.

Il lungo tour che seguì la pubblicazione di Uno registrò l'ingresso in formazione del polistrumentista Davide Arneodo e del bassista Luca Legash Saporiti, al posto del dimissionario Gianni Maroccolo. Nel frattempo Godano dà alle stampe la raccolta di racconti "I vivi", il personale esordio come scrittore. Segue nel 2008 un tour teatrale, la partecipazione a un disco tributo ai Diaframma, con la cover di "Siberia", la pubblicazione (a inizio 2009) di una raccolta di successi, al cui interno vengono inserite tre cover di PFM ("Impressioni di settembre", un classico delle esibizioni live del periodo), Giorgio Gaber ("La libertà") e Mina ("Non gioco più").
Con "Canzone in prigione" i Marlene contribuirono alla colonna sonora del film "Tutta colpa di Giuda", diretto da Davide Ferrario, con Godano protagonista anche nella pellicola. A fine 2009 fu la volta del live Cercavamo il silenzio.

Nel 2010 Cristiano, Riccardo e Luca si rinchiudono in studio per due settimane con Gianni Maroccolo e Howie B., produttore e dj scozzese, noto per i trascorsi nel mondo del clubbing e per aver contribuito in cabina di regia al controverso "Pop" degli U2. Due settimane di jam session portate avanti nella massima libertà espressiva, che generarono lunghe suite in gran parte strumentali.
I momenti migliori furono raccolti in Beautiful (nome dato anche all'estemporaneo progetto), disco nel quale i Marlene Kuntz di riappropriarono delle ambizioni avant-noise del passato, lasciando per il momento da parte la forma canzone lineare. Si scelse di fondere la potenza fondamentalmente chitarristica della formazione piemontese con le derive elettroniche di Howie B., il quale ha gestito il tutto in veste di produttore con l'idea di conferire al lavoro un taglio internazionale, invitando Godano a scrivere i testi in inglese. Un lavoro che rappresenta il coraggio di rimettersi sempre in discussione, ridiscutendo il proprio posizionamento. In alcuni momenti del disco ("Single Too") la mano di Howie B. è così calcata che pare di essere stati (piacevolmente) catapultati in un universo da club culture, in altri è invece l'approccio tipico dei Marlene ad essere preponderante ("Tarantino" ci riporta alle Spore di "Ho ucciso paranoia", "Gorilla" riscopre sopiti aromi noise-rock). Altrove non tutto pare perfettamente riuscito, fra derive sperimentali poco a fuoco ("Giorgis"), raga psichedelici imperniati sulla ripetizione ossessiva ("Suzuki"), improvvisazioni ai limiti con l'ambient ("Fatiche"), eccessi di sconclusionato disordine (l'iniziale "Pow Pow Pow"), prescindibili cover ("White Rabbit" dei Jefferson Airplane di Grace Slick). La forma canzone così come canonicamente intesa emerge in corrispondenza di "In Your Eyes", non per niente scelta come singolo promozionale, e "What's My Name?".

Nl 2010 Ricoveri virtuali e sexy solitudini conferma l'intenzione di tornare verso atmosfere più elettriche e nervose. Prodotto da Howie B., con le preziose presenze di Saporiti al basso e Arneodo alle tastiere, il disco è anticipato dal singolo "Paolo anima salva", efficace disamina sulla perdita delle certezze e l'eccesso di realtà virtuali che popola le nostre giornate. Per il fan medio dei Marlene Kuntz Ricoveri virtuali e sexy solitudini rappresenta un ritorno all'antico: la sferragliante "Orizzonti" riporta la band di Cuneo in prossimità di certe asperità sonicyouthiane, le stesse rintracciabili nel finale di "Io e me", esemplare mix di groove e noise dove Godano declama rabbiosamente. "Ricoveri virtuali", il brano che apre la tracklist, è una decisa invettiva contro la tecnologia digitale e l'abuso sconsiderato del downloading, accusato di non rispettare la sensibilità e il lavoro dei musicisti di oggi. Con l'aggressivo falsetto di "Pornorima", Godano si toglie anche la soddisfazione di inveire contro tutti gli indie-snob che lo avrebbero ingiustamente attaccato. Si potranno condividere o meno queste decise posizioni, sta di fatto che Ricoveri virtuali e sexy solitudini è un album come forse dai Marlene non lo si aspettava più. Fra momenti di impareggiabile poesia ("Scatti") e brani apparentemente più tranquilli ("Vivo", "Oasi", "L'artista") che mantengono sempre il giusto livello di elettricità, la band si riappropria con forza di un ruolo assolutamente centrale nella scena alt-rock nazionale.

Il 2012 si apre con la partecipazione al festival di Sanremo, dove propongono "Canzone per un figlio" e si aggiudicano uno dei premi della critica, pur essendo eliminati al primo turno.
Partecipano comunque alla serata dedicata ai duetti, dando vita al momento più emozionante dell'intera kermesse: in coppia con Patti Smith, eseguono "Impressioni di settembre" e l'applauditissima "Because The Night".

Per monetizzare la presenza al festival viene pubblicato Canzoni per un figlio, retrospettiva contenente due inediti e dodici "vecchi" brani riproposti con arrangiamenti riveduti e corretti, quasi sempre addomesticati secondo una nuova sensibilità. Nonostante "Ricoveri virtuali e sexy solitudini" fosse stato salutato come un benvenuto ritorno a certi suoni più spigolosi, "Canzoni per un figlio" si posiziona in un ambito decisamente meno noise e più "pop". Un pop d'autore, certamente, ma che allontana ulteriormente la creatura di Cristiano Godano da quella adorata molti anni prima. Le canzoni possono anche essere considerate tutte meravigliosamente belle, ci mancherebbe, ma è difficile riuscire a preferire queste versioni alle originali. Tutto si fa più acustico ("Stato d'animo", "Ti giro intorno"), tutto si fa più orchestrale ("A fior di pelle"), con alcuni momenti di grande dolcezza ("Canzone ecologica", "Bellezza") rivisti solo per piano e voce, oppure lasciati a sapienti tocchi felpati e spazzolati ("Serrande alzate"). Uno sforzo reciclatorio che si impreziosisce grazie ad una "Trasudamerica" resa tex-mex, arricchita dalla presenza di Roy Paci, e grazie alla conservazione dell'aggressività di "Io e me" (con la lunga coda sonico - strumentale che porta a nove minuti questa versione) e "Lieve", condita da una languida slide. Molto buoni gli arrangiamenti vorticosi di "Pensa", il secondo inedito della raccolta, con Gianni Maroccolo al basso, mentre può essere considerata un'altra mezza novità "Canzone in prigione" (lasciata nelle sembianze originarie) finora pubblicata soltanto nella colonna sonora del film "Tutta colpa di Giuda" di Davide Ferrario. Sono dei Marlene Kuntz più lirici, che tendono ad addolcire le proprie proverbiali spigolosità, con l'intento da una parte di promuovere presso un pubblico adulto la canzone del festival, dall'altro di dare una seconda opportunità a vecchi episodi. Il disco assume i contorni di un delicato concept, quasi un'intensa riflessione elaborata per essere trasmessa ad un figlio che sta crescendo, e Godano, che ne ha uno di 14 anni, riesce a calarsi perfettamente nella parte, inserendo nel libretto interno piccoli riassunti che esplicano in maniera compiuta i singoli temi trattati. Accanto a Godano suonano i compagni di una vita, Riccardo Tesio e Luca Bergia, e gli oramai membri aggiunti Lagash e Davide Arneodo.

Il 27 agosto 2013 viene pubblicato Nella tua luce, il nono capitolo in studio (escludendo Ep, live e raccolte assortite). Come un novello Dante Alighieri, nel brano che apre e dà il titolo al nuovo lavoro, Cristiano Godano si rivolge alla propria Beatrice, luminosa musa, cercando la vertigine, il capogiro, lo slancio giusto. L’ispirazione arriva puntuale già sulle dissonanze delle chitarre sferraglianti de “Il genio (l’importanza di essere Oscar Wilde)”, diffusa qualche settimana prima in rete. Sono le migliori premesse per una band che si pone in maniera nuova nei confronti del pubblico, aprendosi inaspettatamente almondo dei social, attraverso i quali i fan hanno potuto seguire le fasi di preparazione dell'album. Grande raffinatezza negli arrangiamenti ma anche energia da vendere, uniti ai consueti intensi testi, densi di riferimenti letterari colti, da Oscar Wilde - espressamente citato nel titolo de “Il genio” - alla storia del poeta russo Osip Mandelstam, condannato a morte da Stalin per la sua irriverenza. Il testo di “Osja, amore mio” è un’istantanea scattata dalla parte della moglie di Osip, la quale in un mirabile slancio amoroso imparò a memoria tutti i versi del poeta per poterli tramandare alle generazioni future. Si parla di scrittura anche in “Su quelle sponde”, dove si afferma che scrivere aiuti a conoscersi meglio, e in “Seduzione”, l’invocazione a scegliere le parole giuste per conquistare con abilità creature incantevoli, sì, perché tante donne continuano a preferire l’arte della seduzione alla profusione di addominali scolpiti e bicipiti impeccabili. Non mancano temi di stretta attualità, come il femminicidio e lo stalking analizzati con classe e tatto in “Adele” (una delle vette del disco), o i casi della vita che in “Catastrofe” conducono una persona normale a diventare un clochard.
Nella tua luce non ha la forza mascolina de “Il Vile” o la visionarietà di “Ho Ucciso Paranoia”, dentro non ci troverete gli anthem che valgono una carriera, come “Sonica” o “Nuotando nell’aria”, ma si impone come lavoro sincero ed onesto, attraverso il quale i Marlene - con serietà, passione e dedizione - confermano il ritorno alle origini dell’alt-rock italiano (si ascoltino gli slanci sonici nel finale di “Senza rete”): riuscire dopo due decenni di carriera a produrre album su livelli simili è cosa tutt'altro che scontata. Nella tua luce è un disco dove Marlene non fa assolutamente nulla di nuovo rispetto al glorioso passato, ma fa tutto dannatamente bene. Al trio storico (con Riccardo Tesio che questa volta si è occupato anche delle parti di basso ed è responsabile di arrangiamenti e supervisione del suono), si affianca l'oramai consolidata presenza di Davide Arneodo, che ha contribuito con pianoforte, synth, violini e con l'arrangiamento degli archi.

Durante l'estate 2014 viene annunciata la pubblicazione di Pansonica: sette canzoni, fra le quali sei inediti, che rappresentano il modo per festeggiare il ventennale di "Catartica" ed i venticinque anni della band. Il disco esce il 16 settembre e raccoglie composizioni risalenti al periodo musicalmente più urticante della formazione piemontese, quello a cavallo fra il 1990 e Il Vile, ma rimaste sinora inedite, eccezion fatta per “Donna L” che in una devastante versione live venne inclusa nell’Ep Come di sdegno.
Pansonica non è stato concepito per essere un freddo contenitore di B-side, rarità assortite e rimanenze di magazzino, bensì come un regalo creativo che Marlene ha voluto fare ai propri fan: quelle canzoni sono state riregistrate, ripensate e spedite nella contemporaneità, conservandone intatto lo spirito dell’epoca. Il risultato finale è una raccolta che riporta al sound dei primi anni 90, fatto di chitarre appuntite, sonorità graffianti, accordature non convenzionali, geometrie irregolari, slogan vomitati con rabbia sull’ascoltatore, insomma tutti gli ingredienti che fecero ergere i Marlene Kuntz a simbolo di una generazione.

Il 29 gennaio 2016 tocca a Lunga Attesa, album che segna il ritorno ad un approccio decisamente chitarristico. Il disco è stato anticipato da una singolare inziativa: qualche giorno prima la band ha messo a disposizione un testo del nuovo lavoro ad ha invitato chiunque lo desiderasse a musicarlo, postando i risultati dell'elaborazione su una pagina Facebook. I migliori sono stati invitati ad aprire una data del tour promozionale.
La volontà, durante le session che hanno portato alla scrittura di Lunga attesa, è stata quella di spingere sul gas; il risultato è che non solo le chitarre di Riccardo e Cristiano girano che è un piacere (“La noia” pare uscita da “Il vile”), accavallandosi in preziose dissonanze (“La strada dei ricordi” ne è una prova tangibile), ma persino la voce di Godano usufruisce di una rinnovata energia, ancor più evidente quando declama con destrezza nell’efficace “Narrazione”, perfetto e grintoso incipit del disco. Il progetto è orientato a richiamare gli anni 90, architettato per spingere a fondo effetti e amplificazione, ma concependo anche un paio di ballate (la title track e “Un po’ di requie”, poste in maniera consecutiva, quasi a voler rappresentare l’isola di pace in un oceano impetuoso e sanguigno), perché la cifra stilistica dei Marlene lo ha sempre previsto, e perché tutto sommato a loro vengono quasi sempre bene.
Una delle prime tracce ad imporsi è “Leda”, tanto ruvida quanto orecchiabile, un rovente instant classic del gruppo, ma l’album si muove in molteplici direzioni, dall’incedere quasi hard rock di “La città dormitorio”, al solo di matrice classic che chiude “Niente di nuovo”.
Luca Bergia dietro la batteria sembra voler sperimentare ritmiche poco frequentate finora, mentre a “Lagash” viene riconosciuto lo status di membro ufficiale, dopo anni di militanza imbracciando il basso che fu di Dan Solo e Gianni Maroccolo. Lunga attesa è un disco di alt-rock ostinato (nel senso buono del termine), tanto ricco di asperità (“Fecondità”), quanto disposto a mediare l’approccio sonico con strutture e melodie rotonde ed orecchiabili (“Un attimo divino”, “Formidabile”), con esiti sempre e comunque vibranti. Le liriche mostrano una rinnovata urgenza di raccontare, scavano non soltanto nell’io dei protagonisti (scandagliando in particolare i temi dell’amore, della perdita e della voluttuosità), ma si spingono anche verso argomentazioni “sociali”, imponendo l’importanza di una narrazione ricercata, mai costruita per un’ideale usa-e-getta, ma pensata (come al solito) in maniera accurata, parola per parola.

Al tour di "Lunga attesa", che conferma i Marlene Kuntz sui medesimi binari elettrici degli esordi, seguono una serie di date per festeggiare i vent'anni del secondo album "Il Vile".
E' proprio nella dimensione live che la band ricerca in questi anni nuovi orizzonti espressivi, passando con disinvoltura dai tour “canonici” alla sonorizzazione dal vivo di documentari scientifici sugli ambienti sottomarini (basandosi molto sull'improvvisazione), dagli eventi celebrativi (vedi proprio i vent’anni di “Catartica“ e “Il Vile”) a esibizioni condivise con un intero corpo di ballo.
A ottobre 2017 un nuovo progetto pone una sfida ancor più impegnativa: uno spettacolo teatrale pensato per sonorizzare le immagini de Il Castello di Vogelod, capolavoro del cinema muto (anno 1921) del regista espressionista tedesco Friedrich Wilhelm Murnau, interagendo non soltanto con la pellicola ma anche con la presenza dell’attore aggiunto Claudio Santamaria. Sincronizzare il commento musicale enfatizzando la narrazione senza mai prevaricarla, trovare le giuste dinamiche emozionali rispettando le pause previste dal copione, così come imbastire suoni a cavallo fra digressioni noise, striature psichedeliche e ambientazioni post-rock di scuola Mogwai, in grado di conferire un plus al bianco e nero di Murnau, è la nuova sfida.
Cristiano Godano in questo contesto abbandona il ruolo di leader per concentrarsi in maniera esclusiva sui saliscendi elettrici della sei corde, Riccardo Tesio si muove agilmente fra chitarre (anche acustiche), synth e basso, dimostrando una poliedricità mai vista prima, Luca Bergia, dietro le pelli, non è soltanto l'affidabile drummer che ben conosciamo, ma opera in parallelo sulle percussioni svolgendo l'inedito lavoro di rumorista. L’obiettivo è portare i propri strumenti in situazioni artisticamente distanti da quelle d’origine della band, entrando in contatto con nuovi potenziali ascoltatori. Ed in questo caso i Marlene Kuntz saranno una piacevole scoperta per i tanti appassionati di cinema accorsi all'Ambra Jovinelli di Roma, il teatro che ha ospitatole prime sei rappresentazioni di uno spettacolo decisamente poco convenzionale.

Contributi di Francesco Paolo Conteduca ("Bianco sporco"), Ciro Frattini ("Uno")

Marlene Kuntz

La catarsi dell'alt-rock italiano

di Claudio Lancia, Claudio Fabretti

Per anni band di culto, fra le prime a cercare una via italiana al rock alternativo di derivazione americana, ha raggiunto nel tempo un certo livello di successo senza mai rinunciare ai suoni lividi e distorti che li ha sempre caratterizzati. E dopo un percorso tutt'altro che lineare, continua a graffiare
Marlene Kuntz
Discografia
 MARLENE KUNTZ 
   
Catartica (CPI, 1994)

 

Il vile (CPI, 1996)

 

 Come di sdegno (Ep, CPI, 1998)

 

 Ho ucciso paranoia (CPI, 1999)

 

 H.U.P. Live In Catharsis (Live, Sonica Factory, 1999) 
 Che cosa vedi (Sonica Factory, 2000)

 

 Cometa (Ep, Virgin, 2001) 
 Senza peso (Virgin, 2003)

 

 Fingendo la poesia (Ep, Virgin, 2004)  
 Bianco sporco (Virgin, 2005)

 

 S-low (Live, Virgin, 2006)   
 Uno (Virgin, 2007) 
 Best Of (Emi, 2008)  
 Ricoveri virtuali e sexy solitudini (Sony, 2010) 
 Canzoni per un figlio (Sony, 2012) 
 Nella tua luce (Columbia, 2013) 
 Pansonica (Columbia, 2014) 
 Lunga Attesa (Sony, 2016) 
   
 BEAUTIFUL 
   
 Beautiful (Al-Kemi, 2010) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Marlene Kuntz su OndaRock
Recensioni

MARLENE KUNTZ

Lunga attesa

(2016 - Sony)
L'approfondimento sul decimo album in studio della band simbolo del rock alternativo italiano

MARLENE KUNTZ

Pansonica

(2014 - Columbia)
Una manciata di soniche outtake per festeggiare il ventennale di "Catartica"

MARLENE KUNTZ

Nella tua luce

(2013 - Columbia)
Il nono ispirato lavoro in studio per la band di Cuneo, fra i pionieri dell'alt-rock italiano anni 90 ..

MARLENE KUNTZ

Canzoni per un figlio

(2012 - Sony)

Dopo la partecipazione sanremese, retrospettiva con 2 inediti e 12 vecchi brani riarrangiati

MARLENE KUNTZ

Ricoveri virtuali e sexy solitudini

(2010 - Sony)
Un benvenuto, parziale ritorno all'antico per la band di Cristiano Godano

MARLENE KUNTZ

Uno

(2007 - Emi)
La sorprendente svolta autoriale degli alfieri del rock italico

MARLENE KUNTZ

Bianco Sporco

(2005 - Virgin)

MARLENE KUNTZ

Senza peso

(2003 - Virgin)

MARLENE KUNTZ

H.U.P. Live In Catharsis

(1999 - Sonica Factory)
L'indispensabile documento dal vivo a suggello della trilogia d'esordio della band simbolo della scena ..

MARLENE KUNTZ

Catartica

(1994 - Consorzio Produttori Indipendenti)

Compie vent'anni uno dei manifesti del rock alternativo italiano degli anni 90

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